di Antonio Gaspari

ROMA, mercoledì, 26 maggio 2010 (ZENIT.org).- In prossimità della conclusione dell’Anno sacerdotale, il Cardinale Angelo Bagnasco ha voluto indicare le fondamenta che rendono solida la vocazione sacerdotale.

Nel corso della prolusione con cui ha aperto lunedì 24 maggio i lavori in Vaticano della 61a Assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), l’Arcivescovo di Genova ha sottolineato che “il sacerdote agisce non a nome proprio ma nella persona stessa di Cristo Risorto, che è il capo del corpo della Chiesa, e che si rende presente con la sua azione realmente efficace”.

“Grazie a questa presenza, – ha aggiunto – il sacerdote fa quello che da solo non potrebbe fare, che lo supera e non è alla sua portata: consacrare il pane e il vino e rimettere i peccati. Perciò il prete non è tale da se stesso né ad opera della comunità, ma solo per il sacramento, ossia da Dio. Proprio questo non radicarsi in sé ma in Gesù Cristo diventa per lui il legame essenziale e personale, così come il donarsi agli altri diventa la sua auto-realizzazione e maturazione anche umana”.

“Per questi motivi – ha affermato – l’identità del sacerdote – tutta relativa a Cristo − è insomma costitutiva del suo essere interiore e ne nutre l’agire nel mondo”.

Riflettendo sulla vocazione, il Presidente della CEI ha spiegato che “occorre sempre di nuovo apprendere da Cristo ciò che conta; il personale baricentro infatti non è la propria soddisfazione umana: la vocazione è una dichiarazione d’amore e chiede una risposta d’amore”.

“Per questo – ha continuato – al sacerdote è richiesto, attraverso una conversione continua, di stare con Lui e di camminare costantemente alla sua presenza: senza tale perno egli finisce per non resistere a lungo nel suo ministero, in particolare oggi, quando la pressione esterna è così tenace”.

Riprendendo le parole di Bendetto XVI e facendo riferimento alle tentazioni del quotidiano, il Cardinale Bagnasco ha ribadito che ad ogni cristiano, ma al sacerdote in modo speciale, è richiesto di essere “nel mondo ma non del mondo”.

“Se diventiamo del mondo – ha spiegato -, con l’illusione di essergli più vicini, in realtà lo abbandoniamo e non lo serviamo. Essere del mondo, significa non avere più nulla da dire per la sua salvezza, e quindi – in fondo – non amarlo davvero”.

Il porporato ha quindi affrontato un tema che è di grande attualità e cioè il celibato dei sacerdoti.

“Accogliere liberamente il dono del celibato e percorrerne il sentiero – ha affermato – non implica alcuna mutilazione psicologica o spirituale, né tradisce visioni inadeguate o immature della sessualità umana”.

“In realtà – ha sostenuto -, vissuto con lo sguardo fisso in Gesù e con cuore indiviso per il bene della comunità, il celibato richiesto dalla Chiesa latina è un’esperienza di amore realizzante che fa fiorire l’umanità del sacerdote e la trasforma in una dedizione incondizionata, che in maniera decisiva contribuisce alla responsabilità della comunione, alla possibilità dunque che i fratelli ‘si aggrappino alla cordata’, in ultima istanza alla bellezza divina della Chiesa stessa”.

Per saper promuovere in mezzo al popolo di Dio l’atteggiamento proprio dei costruttori della Chiesa, secondo l’ideale del Concilio Vaticano II, il Presidente della CEI ha precisato che “essere nell’insieme della cordata, fa parte anche il non comportarsi da padroni della Parola di Dio, il non correre dietro  un’idea sbagliata di emancipazione”.

Il Cardinale Bagnasco ha ricordato che “per troppo tempo si è relegata in secondo piano la responsabilità dell’autorità come servizio alla crescita degli altri, e, prima di tutti, dei sacerdoti medesimi”, ed ha invitato i cattolici tutti a seguire “l’ermeneutica della continuità che caratterizza, oltre che la Chiesa, anche il sacerdozio cattolico”.

“La Chiesa, che ‘con occhio d’aquila’ sa spingersi e ghermire la luce inaccessibile del mistero divino, è ancora una volta quella vissuta dalla gente del popolo – ha aggiunto –. Ed è per lo più questa Chiesa, assunta e testimoniata dai fedeli semplici, a sottolineare con grande persuasività la dimensione propria dell’incarnazione”.