La musica sacra è cambiata. Se nel Medioevo il canto gregoriano era la forma di canto più diffusa, già nel Duecento nacquero i cosiddetti Kyrie eleison, al cui canto si univa il popolo. Attraverso Martin Lutero la musica ebbe ancora una volta un nuovo impulso. Lutero scrisse i testi di diversi inni religiosi e compose personalmente o fece comporre delle melodie. Con gli inni religiosi in tedesco i luterani spinsero molte persone ad accogliere la nuova fede.

E ancor oggi la musica sacra ha una grande importanza nelle Chiese riformate. In ambito cattolico in epoca barocca ci furono le numerose messe cantate in latino che videro un apogeo in Joseph Haydn e in Wolfgang Amadeus Mozart. Anche se talvolta, per questo o quel partecipante alla liturgia, l’esecuzione di una messa di Mozart divenne più importante della celebrazione dell’eucaristia, queste composizioni aprirono però il cuore di molte persone al mistero dell’amore di Dio che si celebra sull’altare.

Oggi osservo che in ambito cattolico, nel caso di difficoltà finanziarie, la prima cosa a essere tagliata è la musica sacra. Molti responsabili non si sono resi conto che un buon direttore del coro spesso è altrettanto importante di un buon predicatore. Quando il direttore del coro sa entusiasmare i bambini, i ragazzi e gli adulti per i vari cori, dà un grande contributo alla vitalità di una comunità. Se, per esempio, canta il coro dei bambini, vengono anche i genitori. La frequentazione della messa, quindi, spesso dipende più dalla qualità della musica che dalla predica. Se la musica sacra viene trascurata, ciò limita la vita di una comunità nella messa. Una musica sacra di buona qualità non anima soltanto la comunità.
Cantare in coro è sia qualcosa di benefico per gli adulti, sia un buon allenamento per bambini e ragazzi a entusiasmarsi per qualcosa di più grande di loro. Per molti il canto è un luogo importante dell’esperienza di Dio. Cantando un testo spirituale, intuiscono qualcosa dell’effetto benefico di quelle parole. Anche molte persone che hanno difficoltà con la Chiesa trovano nel canto il luogo spirituale in cui poter esprimere la loro fede. Una psicologa che, ferita da un’educazione clericale troppo rigida, si è allontanata dalla Chiesa, continua però a cantare nel Bachchor.  Dice che cantando in quel contesto entra in contatto con la propria anima. Vi sente i propri aneliti spirituali e può esprimerli con tutto il cuore. La vitalità di una comunità si riconosce dal canto. In passato, in area cattolica, c’erano paesi in cui i fedeli cantavano pieni di entusiasmo, anche se non sempre in maniera molto raffinata. Oggi molti si rifiutano di unirsi ai canti. Non vogliono esprimere i propri sentimenti.

Così facendo, però, escludono se stessi dalla partecipazione interiore. In altre comunità c’è la tendenza a cantare nelle tonalità più gravi possibili, in modo da non doversi stancare. Godehard Joppich, per anni direttore del coro a Münsterschwarzach, chiamava una liturgia del genere, dove si canticchia comodamente tra sé e sé, «liturgia dall’angolo del divano». Cantare, però, richiede l’impegno totale della persona. In particolare nelle solennità della chiesa, i canti spronano la gente a esprimere la propria gioia per la festa in tonalità alte.

Oggi ci sono molte persone che credono di non saper cantare. Ma se sto in silenzio in una comunità che canta, interiormente mi autoescludo. E questo non fa bene alla mia anima. Nel rinnovamento della comunità, perciò, si dovrebbe dare peso a una buona cultura del canto e a una buona musica sacra. In questo compito deve esserci senz’altro varietà: musica corale classica, inni religiosi dei vari secoli, canti moderni, canti di Taizé, canto gregoriano… E bisogna prestare la massima attenzione affinché i canti siano convincenti sul piano del testo e commuovano i cuori su quello della melodia.

Mia madre si arrabbiava sempre quando i canti della messa erano qualcosa di puramente cerebrale, ma non toccavano i cuori delle persone. Per decenni intonò i canti nella messa delle donne della sua comunità. E fu sempre importante per lei che quei canti esprimessero la sua fede e il suo anelito. E naturalmente vi riecheggiavano sempre anche ricordi della sua infanzia e della sua giovinezza, durante le quali alcuni canti le avevano dato sostegno e l’avevano commossa. Cantando entrava in contatto con la fede dei suoi genitori e dei suoi nonni.

Ciò rafforzava la sua fede e le dava la sensazione di partecipare, nel canto, della forza della fede dei suoi antenati. E nel canto sentiva il legame con coloro che erano da tempo defunti. Aveva un’intuizione del fatto che qui, con il nostro canto, ci uniamo al canto di lode degli angeli e dei santi. Mentre noi cantiamo qui sulla terra da credenti, coloro che ci hanno preceduto nella morte cantano da contemplanti. Nei 25 anni in cui mi sono occupato del lavoro con i giovani nell’abbazia di Münsterschwarzach, ho sperimentato quanto sia importante il canto per i giovani.

Nella notte di San Silvestro celebravamo una liturgia che complessivamente durava quasi sei ore e nella quale i canti avevano un ruolo importante. I canti creavano un legame reciproco tra i ragazzi e li aprivano a Dio. In quel contesto acquistavano importanza determinati canti che si cantavano soltanto nella notte di San Silvestro. Quando ci spostavamo dalla cappella del seminario in chiesa, seguendo l’ostensorio, ci univa il ritornello Geh mit uns auf unserem Weg («Percorri con noi la nostra strada»).

E quando, dopo il silenzio a mezzanotte nella grande chiesa abbaziale, tornavamo nella cappella, il canto con il testo di Dietrich Bonhoeffer Von guten Mächten wunderbar geborgen («Da potenze benigne prodigiosamente protetti») ci faceva entrare nello spirito dell’anno nuovo. Durante le nostre camminate nella foresta dello Steigerwald ogni sera celebravamo l’eucaristia. Ci sedevamo per terra e celebravamo la messa con calma. Spesso durava due ore.

I ragazzi cantavano volentieri e bene. Quando, così facendo, alcuni canti venivano intonati a più voci, nasceva una comunione davanti a Dio, in cui tutti sapevano di essere sorretti dalla sua forza. Per me era sempre importante che i canti moderni fossero scelti con cura, in modo da essere adeguati alla messa e alla situazione interiore dei ragazzi. Con i canti, però, si può anche manipolare un giovane e farlo cantare fino a raggiungere un entusiasmo che non gli fa più bene. Ci vuole una buona sensibilità affinché la musica apra i ragazzi a Dio e agli altri, senza abusare di loro sul piano emotivo e trascinarli in un mondo immaginario.

Sento che molti parroci si lamentano della scarsa partecipazione alla messa. Si danno da fare per organizzare la messa in modo che sia piacevole. Eppure sempre meno persone partecipano alla celebrazione dell’eucaristia. Anche se oggi ci lamentiamo della “cultura dell’evento”, non possiamo comportarci semplicemente come se questa non esistesse. Dobbiamo rispondere con creatività e fantasia a tale cultura. E una risposta importante dovrebbe passare per la musica. Le Chiese evangeliche spesso, su questo punto, hanno più fantasia. Se offrono celebrazioni liturgiche incentrate sulle Cantate, vengono persone che altrimenti tendono a non andare in chiesa.

Per mezzo della musica raggiungono molte persone sulla via della ricerca spirituale, che non desiderano però vincolarsi alla vita nella comunità. Lo psicoanalista di Norimberga Bernd Deininger ha organizzato con il direttore d’orchestra Ulrich Windfuhr dei concerti spirituali che hanno avuto molti partecipanti. Ha dato voce a importanti temi spirituali e teologici per mezzo di testi, riti e musica lirica. C’è bisogno di fantasia perché torniamo a raggiungere, proprio attraverso la musica, quelle persone che non sono toccate dalla sola liturgia.

Alla fine del Settecento, del resto, la situazione era simile. Quando le persone sentivano durante la celebrazione liturgica una messa di Mozart, ciò per loro era parte integrante ed essenziale del modo in cui vivevano la liturgia. Probabilmente anche allora le persone non andavano in chiesa soltanto per il modo in cui il sacerdote celebrava l’eucaristia, ma perché la messa era un’opera d’arte totale, di cui era parte essenziale la buona musica.

Considero un compito importante che oggi si torni a rivolgere un’attenzione nuova alla musica sacra. Sarebbe senz’altro una strada importante per aprire le persone a Dio. Nella comunità ci sono persone che sono interessate soprattutto a una buona omelia, altre per le quali contano i riti e altre ancora che si fanno commuovere soprattutto dalla musica e che sono anche disposte di buon grado a fornire il loro impegno per la parte musicale della celebrazione.

Se però si scelgono soltanto – e a volte addirittura senza cura – i soliti canti, sempre più persone decideranno di non andare a messa. Ho visto di persona quanto fossero riconoscenti i partecipanti nelle occasioni in cui dei giovani musicisti hanno messo il loro impegno e collaborato alla parte musicale di una celebrazione. Spesso il commento era: «Oggi è stata una bella messa». Per una bella messa c’è bisogno di tutto: di riti celebrati in maniera credibile, della sensibilità per la situazione concreta delle persone, di una buona omelia e di buona musica. Purtroppo vedo che in molte parrocchie la musica non è sufficientemente apprezzata.

In questi casi spesso il parroco lotta invano per entusiasmare la gente per la celebrazione eucaristica. La bellezza è un aspetto essenziale del sacro. La bellezza vuole essere contemplata, ma anche ascoltata. La liturgia è un’opera d’arte totale, in cui tutti i sensi vogliono essere toccati, in particolare anche l’udito, affinché, nell’ascoltare, diamo sempre più ascolto a Dio.

Anselm Grün

© Avvenire 27 settembre 2009