ROMA, domenica, 21 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di bioetica la risposta di Carlo Casini, Presidente del Movimento per la Vita italiano, alla domanda di un lettore.

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Vigente la legge 194, che cosa si può fare per ridurre gli aborti? E’cambiato qualcosa nel modo di pensare delle Italiane e degli Italiani dal 1978 ad oggi? F.C. di Ancona

Se lo sguardo resta in superficie i mutamenti sembrano modesti, ma il risultato cambia se facciamo emergere i moti sotteranei profondi della società.

In primo luogo vi è il dolore delle donne. Le ragazze che gridavano nelle piazze trent’anni fa sono divenute donne adulte. Molte sono divenute madri. Hanno fatto l’esperienza del miracolo della vita fiorito nel loro corpo e il loro grido si è mutato di stupore.

Altre hanno assaporato lo struggimento della nostalgia per un figlio non arrivato. Con il passare degli anni le rumorose aspirazioni rivoluzionarie sono divenute un quieto, silenzioso rammarico per affetti semplici e ordinari.

C’è poi, soprattutto, il dramma dell’aborto. Quasi 5 milioni di IVG equivalgono, tenendo conto della recidiva, a circa 3 milioni e mezzo di giovani donne in molte delle quali il silenzioso dolore per il gesto compiuto riemerge anche a distanza di anni.

E’ un dolore che paradossalmente le lega alle altre donne che sull’opposto versante lo prendono sulle loro spalle nelle migliaia di incontri con la sofferenza di quelle che sono sospinte all’aborto o che l’aborto hanno attraversato.

Il ripetersi di lettere ai giornali femminili e ai quotidiani testimonia questo dolore, talora accompagnato da una pubblica ritrattazione della posizione assunta trent’anni fa a favore della legge.

E’ possibile che questo comune dolore determini una nuova capacità di dialogo, anzi un’alleanza, che, abbandonate le recriminazioni, generi un nuovo femminismo il quale prenda in braccio i figli e cammini insieme ad essi.

In secondo luogo la preoccupazione di trent’anni fa per la cosiddetta “bomba demografica” si è mutata nella consapevolezza di un “inverno demografico” carico di rischi per l’avvenire della stessa nazione.

Infine vi è l’esempio dei Centri di aiuto alla vita. Se un volontariato umile e povero ha potuto contrastare l’aborto in modo efficace, ci deve essere una strada nella quale la società tutta intera e lo Stato liberano la donna dalla necessità di abortire, scommettono sulla sua insopprimibile capacità di accoglienza e proteggono così il diritto alla vita dei figli concepiti.

Naturalmente non c’è da illudersi sulla possibilità di incisive riforme della legge 194. Anzi: non mancano voci che mettono persino in guardia addirittura contro l’espressione verbale di progetti di riforma. Dicono che “oggi non ci sono le condizioni politico parlamentari”.

Ma se i movimenti antischiavisti e contro la pena di morte si fossero fermati di fronte alla constatazione dell’assenza delle condizioni per pronunciare il bando della schiavitù o l’abolizione della pena di morte, avremmo ancora l’istituto giuridico della schiavitù e non sarebbe stata dichiarata la moratoria sulla pena capitale. Inoltre potrebbe darsi che alcune modificazioni siano attualmente impossibili, ma altre, invece, possano essere tentate. Non si può esaminare il problema soltanto in termini di “tutto o nulla”.

D’altra parte anche non prendere in considerazione le difficoltà attuali e limitarsi a chiedere il capovolgimento della legge significa non cambiare niente se davvero il capovolgimento è impossibile.

C’è chi dice che il solo modo di contrastare l’uso della Ru 486 è aggrapparsi alla L. 194 in quanto prevede obbligatoriamente l’esecuzione dell’intervento abortivo in un presidio ospedaliero. La Ru 486 privatizza l’aborto ed ha il significato ideologico di considerarlo un evento generalizzato e banale, non l’esito di una “necessità” eccezionale.

Il pericolo è reale. Ma è illusorio credere che la legge 194 nel medio e lungo periodo possa limitare l’uso della Ru 486. Già ora, notoriamente, centinaia di donne hanno abortito ingerendo una pillola loro somministrata in ospedale e tornandosene subito a casa.

Comunque sarà sempre più difficile opporsi all’aborto chimico, se non usiamo una logica opposta a quella che ha prevalso nella redazione e nella applicazione della 194.

Già ora è molto diffuso l’uso della “pillola del giorno dopo”, che ha effetti abortivi in una percentuale significativa di casi e nelle farmacie si possono comprare prodotti che, pur avendo uno scopo terapeutico diverso, vengono usati come abortivi ed hanno le stesse caratteristiche della Ru 486.

Proprio di fronte alla deriva della privatizzazione dell’aborto, il cui presupposto è l’idea della inesistenza o della irrilevanza del figlio, occorre, almeno, irrobustire quell’elemento massimo di prevenzione che è il riconoscimento del diritto alla vita del concepito, con tutte le conseguenze di carattere culturale, educativo, solidaristico che possono raggiungere la mente e il cuore della donna,  attraverso cui la tutela del diritto alla vita deve inevitabilmente passare.

Naturalmente bisogna opporsi con la massima energia all’introduzione della Ru 486 per le ragioni che abbiamo tante volte spiegato, ma – si ripete – sembra non ragionevole opporsi ad una modifica della 194 esclusivamente per contrastare l’uso della Ru 486.

In definitiva la cancellazione della vigente legge non sembra oggi possibile, ma alcune modifiche, specialmente attinenti ad una efficace prevenzione coerente con il riconoscimento del diritto a nascere del concepito, sebbene difficili, sembrano possibili. Dunque devono essere tentate.

Non bastano i riconoscimenti che (finalmente!) vengono pubblicamente espressi nei confronti del Movimento per la Vita e dei collegati CAV. Sono cosa buona. Possono determinare finanziamenti utili e una eventuale più estesa e intensa collaborazione tra Consultori, presidi ospedalieri, centri di aiuto alla vita.

Ma la difesa del diritto alla vita (si ripete: e del diritto di non abortire delle madri) non può essere delegato al volontariato. E’ un compito che appartiene alla Stato e alle istituzioni. I CAV propongono un modello di azione, credibile perchè sostenuto da ostensibili risultati.

Ma questo modello dovrebbe essere imitato dallo Stato con i suoi organismi, non abbandonato alla iniziativa privata. D’altronde senza i necessari elementi legislativi di garanzia è difficile che le strutture pubbliche (consultori, etc.) cambino metodologia in modo generalizzato e sistematico.

Esortazioni e inviti possono stimolare qualche buona volontà, ma non assicurano una generale presa in carico del diritto alla vita almeno nella forma del consiglio e della solidarietà concreta. E’ necessaria una riforma quanto  alla funzione e alla struttura degli strumenti preposti alla protezione della vita in un sistema di rinuncia al divieto di aborto (entro i limiti della 194).

Neppure basta chiedere interventi su ciò che è scontato perchè già presente nella legge. Sono inaccettabili aborti così tardivi da lasciare sul tavolo operatorio un corpicino di bimbo che geme per qualche tempo. Ma già l’art. 7 della legge vieta queste IVG perchè le vieta – salvo il pericolo di vita per la madre – quando vi è “possibilità di vita autonoma”.

La possibilità è molto meno della probabilità e deve tener conto dei progressi della scienza e della tecnica. Inoltre l’aborto di massa è quello che avviene nei primi tre mesi di gravidanza (98,4%) e meno quello del periodo successivo (2,6%). Perciò l’eventuale correzione della legge deve riguardare prioritariamente gli articoli 4 e 5 che disciplinano, appunto l’IVG nei primi tre mesi di gravidanza.