di Alessandro Pagano

È di grande attualità la polemica che in questi giorni ha coinvolto giocatori di calcio che sono stati colti dalle telecamere a bestemmiare in campo come se fosse la cosa più normale del mondo.

Si dice che ogni individuo esprime la propria personalità anche attraverso il suo sport preferito e se questo vale per una persona, a maggior ragione ciò vale per un popolo. Un popolo come il nostro, che dice di divertirsi ma che in verità si tormenta e si distrugge dietro questo brutto calcio (il giudizio non è solo estetico), tanto sereno non deve essere, visto che in nome di un attaccamento più o meno viscerale alla propria squadra del cuore, ha deciso di chiudere gli occhi su tutto e di non voler vedere nulla.

Un popolo che infatti non si indigna di fronte alle ripetute bestemmie che i giocatori durante le partite ripetono nei campi, vuol dire che oltre ad avere smarrito il senso religioso ha anche smarrito il senso educativo. Ci siamo mai chiesti infatti che esempi danno questi presunti eroi della domenica ai nostri giovani?

Un popolo che non chiede sanzioni esemplari verso quei tifosi estremisti che insultano con cori razzisti i giocatori di colore, vuol dire che è disposto ad accettare qualsiasi sopruso e che contemporaneamente ha perso il senso del rispetto altrui.

Un popolo che non chiede sanzioni esemplari verso quelle tifoserie che insultano poliziotti e carabinieri, o che picchiano chi gli capiti a tiro, vuol dire che non vuol più bene nemmeno a se stesso e che ormai è maturo per essere prigioniero del più forte o, se volete, del più violento.

Un popolo che ha deciso di non chiedere con forza ai vertici calcistici che gli offrono risultati preconfezionati con partite già scritte grazie ad arbitraggi capaci di condizionare il regolare match, vuol dire che è un popolo che si autoderide e che per divertirsi si comporta, nè più nè meno, come Pinocchio e Lucignolo nel paese dei balocchi (e sappiamo tutti come finirono).

E dire che basterebbe poco. Basterebbe che la moviola entrasse stabilmente nei campi di gara per vedere la fine delle “sviste” arbitrali più o meno in buona fede (così come fanno da molti anni gli sport veramente seri, quali il rugby, il football americano e la pallacanestro).

Il risultato della fallibilità arbitrale sarebbe fortemente ridimensionato e per fare un esempio, un gol irregolare verrebbe annullato, o un fallo grave, o una simulazione, o una reazione scomposta di qualche giocatore sarebbero oggetto di espulsione, così come avvenne per Zidane nella finale dei mondiali con l’Italia nel 2006.

Ci vogliamo chiedere perché i vertici calcistici non vogliono proprio adottare questo strumento di legalità? Si dice che a pensare male si fa peccato ma spesso si indovina; forse è fin troppo vero, visto che sui condizionamenti arbitrali ormai si sono scritti romanzi e si sono visti troppi scandali.

In fondo la ricostruzione etico-sociale dell’Italia passa anche da un cambiamento positivo del nostro sport nazionale.

… e tutto questo non è di destra o di sinistra, ma di semplice buon senso.