di Stefano Andrini
Tratto da Avvenire del 13 settembre 2009

«Stiamo assistendo a una vera e pro­pria rivoluzione culturale. Essa con­siste nella riduzione della ragione­volezza pratica alla sola ragionevolezza tecni­ca. Riduzione speculare alla riduzione della ra­gionevolezza teoretica alla ragionevolezza scientifica. Tecnicismo e scientismo sono i due colpi mortali inferti alla ragione».

Lo ha affer­mato ieri mattina all’Archiginnasio il cardina­le Carlo Caffarra nel corso di una conferenza per la Società medico chirurgica di Bologna. L’arcivescovo, a questo proposito, ha richiamato la recente decisione dell’Aifa che ha autorizza­to a maggioranza l’immissione in commercio della RU486.

«Questo organismo – ha ricordato il cardinale – ha competenza esclusivamente tecnica; esso deve giudicare l’idoneità del farmaco con rife­rimento alla salute della donna. Il fatto dà da pensare. Si sono censurate domande che non sono per la razionalità tecnica, ma per quella e­tica, sia nel suo uso privato, che nel confronto pubblico, politico. Siamo cioè davanti ad una vera e propria annessione della ragione etica da parte della ragione tecnica. Annessione che non dico toglie sovranità alla ragionevolezza e­tica, ma ne nega persino l’autonomia di senso». Ragione tecnica e ragione etica, ha proseguito Caffarra «non sono nemiche: lavorano al bene dell’uomo su piani diversi. Ma è altrettanto ve­ro che la ragionevolezza tecnica deve integrar­si nella ragionevolezza etica. Integrazione non significa annessione; significa subordinazione. Una tecnica insubordinata all’etica porta alla devastazione dell’humanum e del cosmo».

«Tutti sono concordi nel ritenere – ha esempli­ficato l’arcivescovo – che sono necessari nuovi “global legal standard” per superare l’attuale crisi finanziaria ed economica (proibizione dei contratti speculativi, eliminazione dei paradi­si fiscali). È la ragione tecnica che è chiamata a un grave lavoro. Ma senza una forte ragione e­tica, quel lavoro sarebbe inefficace». Ragione tecnica e ragione etica, ha aggiunto, non sono alternative. «Da ciò deriva che l’optare per l’u­na o per l’altra è sempre un impoverimento del­l’uomo, perché riduce le sue capacità raziona­li. Una cultura che non coniuga assieme le due possibilità è una cultura povera».

Il cardinale si è poi chiesto che cosa significa per la professione medica il sequestro della ragio­nevolezza etica da parte della ragionevolezza tecnica. La prima conseguenza è che «non esi­ste una identità della professione medica come fonte di giudizi e norme morali, che preceda la legislazione statale e il rapporto col paziente. Il richiamo al principio: “questo non può essere richiesto al medico come tale”, è un richiamo sempre più debole e di fronte allo Stato e di fronte al privato. Resiste ancora la figura dell’o­biezione di coscienza: fino a quando?».

La seconda conseguenza riguarda il rapporto medico-paziente che «si configura sempre più come offerta, prestazione d’opera per soddi­sfare un desiderio, un bisogno. La prestazione deve solo essere tecnicamente  corretta. Poiché la correttezza tecnica è sempre più o meno a ri­schio, è necessario assicurarsi contro ogni ri­schio».