di Giuseppe Savagnone da Avvenire

La scarna notizia di cronaca non è considerata di quelle che appassionano l’opinione pubblica: il presidente Napolitano, contestualmente alla consegna dell’onorificenza di “Cavaliere del Lavoro” a 25 esponenti della società civile, ha insignito altrettanti giovani, tra quelli diplomati nelle scuole superiori, del titolo di “Alfiere del Lavoro”. Il riconoscimento viene conferito ogni anno agli studenti che hanno conseguito migliori risultati sia nel corso della loro carriera scolastica che all’esame di Stato.

Dicevamo che l’evento non è destinato a suscitare la curiosità morbosa che si scatena in occasione dei tristi episodi di bullismo e di gratuita violenza di cui sono periodicamente protagonisti i nostri giovani. Eppure non può sfuggire, all’osservatore avvertito, che è proprio in questi aspetti positivi dell’universo giovanile, senza dubbio meno appariscenti ma niente affatto banali, che risiede il futuro della nostra società.

Sì, ci sono ragazzi e ragazze – anzi più ragazze che ragazzi, stando alle statistiche – che si impegnano nello studio, con costanza e con ottimi risultati. E non sono solo quelli premiati dal presidente della Repubblica. Essi sono la punta di un iceberg ben più consistente, se è vero che ad essere in possesso dei requisiti minimi richiesti – la media di 8/10 in ciascuno dei cinque anni degli studi superiori e 100/100 all’esame finale – erano in 1.376 (898 ragazze e 478 ragazzi). Sono dati che dovrebbero far riflettere chi è abituato a parlare dei giovani in termini solo problematici e a sottolineare, con costernazione, la diversità (sempre in negativo) che li separa dai loro coetanei di cinquant’anni fa. Certo, che quelli di oggi siano molto differenti dai ragazzi e dalle ragazze di ieri è indubbio.

Ma è veramente sicuro che non abbiano valori, come oggi spesso si dice? Che i loro atteggiamenti, a volte provocatori e certamente di rottura rispetto a stili consolidati del passato, non nascondano un modo diverso di voler prendere sul serio la vita e di cercarne il significato? O non siamo forse noi adulti che dovremmo dedicare un po’ più di tempo e di attenzione ad ascoltarli – cosa che ci risulta sempre più difficile, travolti come siamo da frenetici ritmi di vita –, per cercare di capirli?

Queste domande acquistano uno specifico rilievo se ci riferiamo all’esperienza scolastica. I ragazzi premiati – e i tanti altri che avrebbero potuto esserlo – sono studenti che sfatano il luogo comune dell’alunno disimpegnato e ignorante. Non sono stati indegni della scuola. Se mai, c’è da chiedersi se la scuola sia stata degna di loro. Troppe volte ancora, nel nostro sistema d’istruzione, le eccellenze vengono mortificate e appiattite in nome di una malintesa “uguaglianza”, di cui il “6 politico” del Sessantotto è stato il triste trionfo e che ancora oggi ispira certi stili educativi. È giusto, naturalmente, che la scuola si prenda cura di chi è in difficoltà, motivandolo e sostenendolo nel recupero. Ma c’è anche da valorizzare chi le motivazioni le ha e mostra di volerle tradurre in un impegno corrispondente.

Su questa strada, per fortuna, si stanno già facendo dei passi significativi. Nelle scuole si vanno diffondendo dei “corsi di eccellenza” che hanno questo obiettivo. Dobbiamo sperare che diventino sempre più numerosi. E, soprattutto, che nelle ore curricolari si faccia in classe un lavoro atto a suscitare sempre più negli alunni l’interesse a frequentarle. È stato notato che quando entrano nel mondo scolastico i bambini sono pieni di domande, di stupore, di curiosità e che quando ne escono, invece, appaiono talvolta stanchi e spenti. Forse siamo noi educatori, non i ragazzi, il vero nodo dell’«emergenza educativa» di cui giustamente si comincia a parlare. I giovanissimi “Alfieri del Lavoro” premiati dal capo dello Stato sono lì, col loro esempio di serietà, a ricordarci che i ragazzi di oggi non sono da “recuperare”, ma probabilmente nella stragrande maggioranza sono da aiutare a crescere bene.