Buon anno? Certo, a tutti. Buon anno di Speranza.

La speranza, il motore dell’esistenza, anche  per questo 2010 che si affaccia alle nostre vite, ha il volto di Cristo, incarnato in quello mite e fermo del Santo Padre, in quello delle famiglie che hanno partecipato all’incontro per la famiglia organizzato a Madrid. E in quello di un uomo che, in questi tempi, sconvolge gli assetti e gli equilibri, ovunque appaia. L’uomo al quale lo Spirito Santo ha consegnato un dono per  ogni uomo di questa generazione, un carisma innestato nel cuore stesso della Chiesa, il Neocatecumenato che sta ispirando un profondo rinnovamento dell’Iniziazione Cristiana, fondandosi in una seria riscoperta della ricchezza del Battesimo.
La speranza incarnata in Pietro e Paolo e nel Popolo Santo, in Benedetto XVI e in Kiko Arguello, e nel Popolo che mostra i segni della vita celeste, il Popolo dissetato dal vino nuovo dell’amore di Cristo, più forte del peccato e della morte.
E’ la forza dello Spirito, lontano anni luce dalle alchimie del politicamente corretto, delle dichiarazioni che pesano e ripesano parole, virgole e accenti. Il volto profetico di chi osa gridare il nome di Cristo vittorioso sulla morte in una piazza stracolma di gente, incurante di telecamere o di giornalisti appostati a scovare una parola o una frase per avvelenare l’impeto purissimo dello Spirito.
Ecco l’immagine che ci dà speranza all’alba di questo nuovo anno: Pietro che conferma l’impeto dello Spirito che si incarna in un Popolo nuovo. Il Papa affacciato alla sua finestra, parole lucide, nette, a sigillare quanto lo Spirito ha ispirato nel gelo di questo inverno della ragione che tutti ci attanaglia. “Testimonianza ferma e serena della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna” ci ha detto Benedetto XVI. O, come disse ai partecipanti alla manifestazione di due anni orsono: “Vale la pena impegnarsi per la famiglia”.
Vale la pena dunque riscoprire il battesimo, la fonte da cui ricevere, giorno per giorno, la vita e l’amore per vivere in pienezza la vocazione celeste alla quale siamo chiamati, nella famiglia e per la famiglia.
Vale la pena essere voce di chi grida nel deserto, dar voce alla Parola che, sola, risponde all’anelito e al desiderio più profondo dell’uomo.
Una voce che grida, che non si lascia intrappolare in discorsi e parole usurate, ecco l’immagine dell’incontro di Madrid. Le parole del Papa, il grido di Kiko, il Popolo della gioia. Diceva il Papa nella notte di Natale del 2008 che “Nella stalla di Betlemme cielo e terra si toccano. Il cielo è venuto sulla terra. Per questo, da lì emana una luce per tutti i tempi; per questo lì s’accende la gioia; per questo lì nasce il canto”. Il canto che è risuonato nella Piazza di Madrid, Gloria!
La Gloria di Dio è l’uomo vivente scriveva S. Ireneo. I bambini di Madrid, immagine del Bambino di Betlemme sono la Gloria di Dio in questa generazione!. E sono nati e cìè la vita sulla terra perchè Cristo è risuscitato, e ci attende per un destino di Gloria. E le famiglie innumerevoli accorse alla Plaza de Colon, testimoni gioiosi di una vocazione santa, che nessuna massoneria, nessun sofisma del demonio potrà mai distruggere.
Per questo la speranza, oggi come duemila anni fa, sorge da un annuncio, l’unico, capace di destare le anime intorpidite. L’annuncio semplice e secco di un destino che che tutti ci riguarda e che a tutti appartiene. Il destino di Gloria che trapassa il muro dell’indifferenza e dell’egoismo e ci obbliga, finalmente, con la schiena al muro, ad essere liberi. Liberi di scegliere la felicità per la quale siamo nati, e che solo occorre accogliere nella semplicità e nello stupore dei pastori giunti alla mangiatoia di Betlemme. Oppure liberi di scegliere la nostra carne, il nostro sentire, i nostri appetiti, così ben celati da ragionevolissimi percorsi intellettuali.
Nel freddo di una piazza colma di famiglie un grido ha squarciato l’omertà di una generazione che non ha posto per Dio: ci diceva infatti il Papa nella notte di Natale che i pastori ““Si affrettarono” dice letteralmente il testo greco. Ciò che era stato loro annunciato era così importante che dovevano andare immediatamente. In effetti, ciò che lì era stato detto loro andava totalmente al di là del consueto. Cambiava il mondo. È nato il Salvatore. L’atteso Figlio di Davide è venuto al mondo nella sua città. Che cosa poteva esserci di più importante? Certo, li spingeva anche la curiosità, ma soprattutto l’agitazione per la grande cosa che era stata comunicata proprio a loro, i piccoli e uomini apparentemente irrilevanti. Si affrettarono – senza indugio. Nella nostra vita ordinaria le cose non stanno così. La maggioranza degli uomini non considera prioritarie le cose di Dio, esse non ci incalzano in modo immediato. E così noi, nella stragrande maggioranza, siamo ben disposti a rimandarle. Prima di tutto si fa ciò che qui ed ora appare urgente. Nell’elenco delle priorità Dio si trova spesso quasi all’ultimo posto. Questo – si pensa – si potrà fare sempre. Il Vangelo ci dice: Dio ha la massima priorità. Se qualcosa nella nostra vita merita fretta senza indugio, ciò è, allora, soltanto la causa di Dio. Una massima della Regola di san Benedetto dice: “Non anteporre nulla all’opera di Dio (cioè all’ufficio divino)”. La Liturgia è per i monaci la prima priorità. Tutto il resto viene dopo. Nel suo nucleo, però, questa frase vale per ogni uomo. Dio è importante, la realtà più importante in assoluto nella nostra vita. Proprio questa priorità ci insegnano i pastori. Da loro vogliamo imparare a non lasciarci schiacciare da tutte le cose urgenti della vita quotidiana. Da loro vogliamo apprendere la libertà interiore di mettere in secondo piano altre occupazioni – per quanto importanti esse siano – per avviarci verso Dio, per lasciarlo entrare nella nostra vita e nel nostro tempo. Il tempo impegnato per Dio e, a partire da Lui, per il prossimo non è mai tempo perso.”.
La speranza di cui ci ha parlato Benedetto XVI è dunque un annuncio che ci sconvolge e ci mette in moto, e parole come quelle di un angelo, il messaggero che consegna all’umanità smarrita la volontà di Dio. E, come duemila anni fa, si rinnova il mistero della stalla di Betlemme, dove lo Spirito Santo ha deposto il Figlio di Dio. Dio è cacciato fuori da questa generazione ma rientra per una stalla. E la stalla di questo nuovo anno è per noi il luogo indicato dall’angelo, una piazza colma di famiglie vive e gioiose per aver creduto all’annuncio della Chiesa, una piazza trasformata nel corpo stesso di Cristo, un Dio bambino come le famiglie cristiane di quet’epoca avvelenata. Le famiglie perseguitate da Erode, deboli e inermi, ma ricolme di vita celeste. La famiglia, la comunità, il Popolo santo di Dio.
Nella notte di questa storia che ci angoscia, di tristezza e peccato, di morte e disperazione, brilla per noi una luce: la Croce gloriosa di Cristo. La Croce che ha perdonato, che ha amato, che ha dischiuso il Cielo per tutti gli uomini: “Il nuovo trono – la Croce – corrisponde al nuovo inizio nella stalla. Ma proprio così viene costruito il vero palazzo davidico, la vera regalità. Questo nuovo palazzo è così diverso da come gli uomini immaginano un palazzo e il potere regale. Esso è la comunità di quanti si lasciano attrarre dall’amore di Cristo e con Lui diventano un corpo solo, un’umanità nuova. Il potere che proviene dalla Croce, il potere della bontà che si dona – è questa la vera regalità. La stalla diviene palazzo – proprio a partire da questo inizio, Gesù edifica la grande nuova comunità, la cui parola-chiave cantano gli Angeli nell’ora della sua nascita: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama” – uomini che depongono la loro volontà nella sua, diventando così uomini di Dio, uomini nuovi, mondo nuovo” (Benedetto XVI, Omelia nella Notte di Natale, 2007).
La stalla e la Croce, la nostra vita crocifissa con Cristo, e per questo gloriosa; ecco la speranza che ci illumina, che ci rallegra, che ci fa affrontare questo nuovo anno senza timore. Un nuovo anno migliore, perchè un nuovo anno con il Signore della Vita. Il mistero della nostra vita ricoperta di ferite, di cadute, di angoscie, eppure salvata, redenta, santificata. Lo stesso mistero apparso ieri a Madrid in un uomo avvinto dallo Spirito, a tratti quasi perso nell’emozione e nello stupore, un uomo incapace di frenare l’impeto ardente dell’amore che brucia, la potenza nella debolezza, così scandaloso perchè così autentico e divino. Lo stesso mistero che percorre le nostre vite sorte dall’annuncio del vino nuovo, della vita nuova, quellache portiamo dentro ogni giorno, che ci fa estranei al mondo, stranieri nella nostra Patria, un popolo diverso da tutti gli altri popoli. Il popolo della Speranza.
“Il cielo non appartiene alla geografia dello spazio, ma alla geografia del cuore. E il cuore di Dio, nella Notte santa, si è chinato giù fin nella stalla: l’umiltà di Dio è il cielo. E se andiamo incontro a questa umiltà, allora tocchiamo il cielo. Allora diventa nuova anche la terra. Con l’umiltà dei pastori mettiamoci in cammino, in questa Notte santa, verso il Bimbo nella stalla! Tocchiamo l’umiltà di Dio, il cuore di Dio! Allora la sua gioia toccherà noi e renderà più luminoso il mondo. Amen” (Benedetto XVI, Omelia nella Notte di Natale, 2007).

di Don Antonello Iapicca