Osama bin Laden, Mohammed Atta, Umar Farouk Abdul Mutallab: tutti guerrieri nel nome di Allah. Tutti figli della buona borghesia.
Andrea Sartori (Insegnante)

C’è un mito ricorrente, che riguarda gli attentattori qaedisti: sarebbero dei disperati. Se questo assioma può avere qualche valenza per quanto riguarda Hamas, ne ha molta meno riguardo al Qaeda. E il profilo di Umar Farouk Abdul Mutallab, l’aspirante kamikaze qaedista nigeriano, ne è l’ennesima conferma.

Maurizio Molinari, su La Stampa del 29 dicembre 2009, dedica un articolo a questo argomento dall’eloquente titolo Jihadisti dei quartieri alti, tutti college, Corano e tritolo. Il mito dell’attentatore suicida disperato e diseredato è, per l’appunto, un mito. Tutto questo può valere in parte per le reclute di Hamas, reclutate tra i palestinesi più disperati. Ma non per al Qaeda. Molinari riporta l’interessante dichiarazione di Jonathan Schanzer, autore del libro Al Qaeda Army: “L’episodio di Detroit ha messo a nudo il falso mito dei terroristi figli della povertà alimentato dalla cultura terzomondista degli anni Settanta. In realtà sappiamo che Osama bin Laden e il suo vive Ayman al-Zawahiri vengono da famiglie benestanti, in Arabia Saudita e in Egitto, così come i terroristi islamici che hanno colpito Londra nel 2005 o che sono stati arrestati negli ultimi anni negli Stati Uniti non erano certo dei disoccupati o dei diseredati”. Il terrorismo islamico figlio della buona boghesia. Bin Laden e al Zawahiri sono gli esempi più eclatanti di questa tesi. Osama, figlio di Muhammad bin Awad bin Laden, noto imprenditore, si converte da giovane alla causa afghana e diviene il capo della più grande rete terroristica del mondo. La leggenda che vorrebbe Osama come una sorta di San Francesco del terrore islamico, dedito in gioventù ai piaceri mondani e convertito sulla via di Allah è, per l’appunto, una leggenda. Lo “sceicco del terrore” manifestò già in giovane età una certa propensione al radicalismo islamico. Lo stesso discorso vale per al Zawahiri, il cui padre era farmacista e il nonno un importante magistrato. Al Zawahiri stesso ha una laurea in medicina conseguita all’Università del Cairo. Già da giovane il futuro vice di bin Laden è attratto dal radicalismo: si avvicina ai Fratelli Musulmani, ed è vicino all’ala qutbista, quella più estrema. In seguito si stacca dai Fratelli per abbracciare la causa jihadista vera e propria. Ma non solo i capi di al Qaeda vengono dalla buona borghesia: anche gli attentatori suicidi hanno un background simile. Lo abbiamo visto in questi giorni, nel caso del nigeriano Umar Farouk Abdul Mutallab, che proviene da una famiglia tutt’altro che povera: il padre, Alhaji Umaru Mutallab, è un noto uomo d’affari, che ha icoperto incarichi di prestigio nella United Bank of Africa e nella First Bank of Nigeria. Mutallab è stato anche ministro per lo Sviluppo Economico nigeriano nel 1975. Mutallab conosceva bene le idee radicali del figlio, e aveva spesso lanciato allarmi a questo proposito. Ma un altro kamikaze figlio della buona borghesia fu Mohammed Atta, il capo dei 19 attentatori dell’11 settembre. Atta si laureò nel 1999 alla Technische Universitat Hamburg – Harburg di Amburgo con una tesi sull’evoluzione del paesaggio urbano di Aleppo. Un altro degli attentatori dell’11 settembre, il libanese Ziad Jarrah, nacque in una famiglia altolocata, studiò presso istituti cattolici e studiava ingegneria aerospaziale ad Amburgo.
Ma come mai questi giovani decidono di abbracciare il radicalismo religioso, che li porta alla morte? La studiosa Rachel Ehrenfeld, che si èoccupata dei finanziamenti ad al Qaeda mediante lo studio Funding Evil, sostiene che tale legame  nasca “dalla rivolta  dei giovani contro il tipo di vita che vedono condotto dalle loro famiglie, spesso in grandi città europee” questo li porta ad essere “sensibili, vulnerabili ai messaggi del fondamentalismo che arrivano dalle moschee che si trovano a frequentare. L’ideologia di al Qaeda spinge questi giovani a rivoltarsicontro tutto quello che hanno attorno per poterli poi usare nel jihad contro l’Occidente e l’America”. Questo profilo ricorda molto la vicenda di Patricia Hearst, la ricchissima ereditiera nipote del magnate William Randolph Hearst che ispirò Orson Welles per il suo capolavoro Citizen Kane e che, dopo essere stata rapita dai terroristo della Symbionese Liberation Army, divenne una di loro. La Hearst fu colpita da quella che gli psicologi chiamano “sindrome di Stoccolma”, ma è come se questa colpisse molti rampolli della borghesia araba. Anche se il loro caso è ancora più complesso rispetto a quello di Patricia Hearst. Lo sradicamento e i disvalori della società secolarizzata li portano a reagire nella maniera più violenta possibile, divenendo docili marionette nelle mani dei burattinai del terrore. La letteratura araba contemporanea di è occupata di questo fenomeno, ben descritto anche da Ala al-Aswani nel suo Palazzo Yacoubian nel personaggio del giovane universitario che diviene jihadista per reazione all’appoggio del governo egiziano alla guerra contro Saddam per liberare il Kuwait. Più simile al caso della Hearst è quello dei convertiti. Forse pochi oggi ricordano John Walker Lindh, meglio noto come “il talebano Johnny”, nato a Washington, nato cattolico, anche se non praticante,  e convertitosi all’islam in seguito alla lettura dell’ Autobiografia di Malcolm X. Sappiamo che “Johnny taliban” arrivò ad essere parte dei talebani. Negli attentati del 5 luglio 2005 alle metropolitane londinesi era implicato anche un convertito di origine giamaicana, Lindsey Germaine. E sempre inq uesto attentato erano coinvolti anche personaggi di una certa cultura, come Magdi Asdi el-Nashar, insegnante di chimca. Queste considerazioni implicano che il qaedista è spesso in giacca e cravatta. Non è un disperato o un delinquente comune. Spesso ha lauree, ha frequentato college, magari ha un lavoro onesto e paga le tasse. Per questo è mille volte più pericolos: lo sbandato può anche essere, dopo una certa rieducazione, integrato. Il microcriminale immigrato deve la sua delinquenza a disagi sociali, cui è più facile porre rimedio. Il terrorista qaedista altolocato è irrimediabilmente perduto, nonché più mimetizzato. Ancora oggi molti non si rendono conto che il terrorismo più pericoloso del mondo fiorisce anche (forse soprattutto) nei quartieri alti. Perché sono proprio i figli della buona borghesia ad essere attratti da ideali anche estremi, per reazione ai genitori. Questo accadde anche in Occidente col terrorismo brigatista, e sono dell’altro ieri le invettive di Pasolini contro i “figli di papà” che vanno a sfasciare la testa ai “veri figli dei poveri”, i poliziotti, nei disordini di Valle Giulia. Solo che gli ideali qaedisti sono più pericolosi di quelli sessantottini: perché per “la pace” i figli di papù occidentali non sono disposti a morire. Per avere la ricompensa di Allah i figli di papà islamici sono disposti sì ad uccidere, ma anche a morire. E questo li rende infinitamente più pericolosi.