di Anna Bono
Tratto da La Bussola Quotidiana

Scaduto l’ultimatum lanciato il 2 gennaio ai cristiani della Nigeria – tre giorni per lasciare gli Stati settentrionali a maggioranza islamica – i terroristi islamici Boko Haram hanno messo a segno una nuova serie di attentati, dopo quelli che hanno funestato il Natale.

Il 5 gennaio un commando ha assaltato una caserma della polizia nello Stato settentrionale di Jigawa provocando la morte di una giovane donna. Nello stesso giorno sono stati compiuti tre attentati, per fortuna senza vittime, in due città del nord est: Damaturi e Maiduguri, quest’ultima una roccaforte di Boko Haram. Poche ore dopo la scadenza dell’ultimatum, un altro attacco, sferrato contro una chiesa a Gombe, nel nord est del paese, ha invece causato sei morti e 10 feriti. Sempre il 5 gennaio, cinque cristiani di etnia Igbo – la tribù predominante nel sudest del Paese – sono stati uccisi nel corso di un assalto a un albergo nella città di Mubi, nello Stato nordorientale di Adamawa. Il giorno successivo degli uomini armati hanno fatto irruzione nella casa in cui si stava svolgendo la veglia funebre per una delle vittime e hanno ucciso altre 17 persone. Infine, l’8 sono stati massacrati otto cristiani mentre partecipavano a una funzione religiosa in una chiesa di Yola, capitale dello stato di Adamawa, e altri tre sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco mentre giocavano a pocker a Biu, una città dello stato nordorientale di Borno.

Alcune autorevoli voci nel mondo cristiano tentano di sdrammatizzare pur senza negare la gravità della situazione. Monsignor Ignatius Ayau Kaigama, arcivescovo di Jos, la capitale dello Stato centrale di Plateau, conferma lo stato di paura che ormai nella sua città impedisce ai fedeli cristiani di condurre una vita normale e di svolgere le consuete devozioni «sia di giorno che di notte», ma ritiene che Boko Haram non trovi consenso tra la popolazione: «il dialogo continua – ha dichiarato durante un’intervista rilasciata a Radio Vaticana – i musulmani normali non vogliono ciò che sta accadendo». Il vescovo della capitale federale Abuja, monsignor John Olurunfemi Onaiyekan, si spinge oltre nel ridimensionare le minacce ai cristiani nigeriani: «musulmani e cristiani convivono perfettamente – ha assicurato il 5 gennaio alla Fondazione Aiuto alla Chiesa che soffre – la Nigeria viene presentata come un teatro di scontro aperto tra musulmani e cristiani, ma non è assolutamente vero».

Si fa però fatica a credere alle sue parole. Sicuramente Boko Haram non gode del sostegno di tutta la popolazione islamica, ma in Nigeria le violenze religiose sono una realtà, a prescindere da Boko Haram. Ogni anno le vittime dei frequenti scontri tra comunità di cristiani e di islamici sono centinaia, talvolta migliaia, e nel nord a maggioranza islamica 12 stati, dal 2000, hanno adottato la legge coranica, violando la costituzione federale.

Boko Haram vuole scatenare una guerra civile in tutto il Paese», sostiene il reverendo Ayo Oritsehjafor, presidente dell’Associazione cristiana della Nigeria, che usa il termine «pulizia religiosa», paragonando la situazione attuale a quella che negli anni 60 portò alla sanguinosa guerra civile innescata dal tentativo di secessione del Biafra. È stato lui a dire che se il governo continuerà a mostrarsi incapace di proteggere i cristiani e se gli attacchi continueranno ai cristiani non resterà altra scelta che «rispondere in modo appropriato».

Su tutto però sono le dichiarazioni del presidente nigeriano Goodluck Jonathan a raggelare: «Ci dobbiamo confrontare con una situazione persino peggiore della guerra civile che abbiamo combattuto», ha detto il capo dello Stato federale l’8 gennaio presenziando a una funzione religiosa in una chiesa della capitale Abuja e riferendosi anche lui al conflitto che tra il 1967 e il 1970 ha ucciso più di un milione di persone. Jonathan ha poi spiegato che, pur lungi dall’aver causato un numero altrettanto elevato di vittime, a spaventare è la imprevedibilità e la diffusione della minaccia che Boko Haram rappresenta. I suoi membri e i suoi sostenitori, secondo il presidente Jonathan, sono dappertutto, in tutta la società, insospettati e pronti ad agire, e il movimento può contare su simpatizzanti all’interno del governo, dei servizi segreti, delle forze dell’ordine e della classe politica il che tra l’altro spiega in parte come mai il governo non riesca a difendere i cristiani residenti al nord.

A peggiorare il quadro contribuisce lo stato di tensione derivante dalla sospensione dei sussidi statali ai prodotti petroliferi a partire dal 1° gennaio. L’iniziativa dovrebbe consentire di investire miliardi di dollari ogni anno in programmi di sviluppo e, al tempo stesso, mettere fine alle speculazioni e alla corruzione che i sussidi statali hanno alimentato per decenni. Ma per la popolazione nigeriana, nell’immediato, vuol dire far fronte a rincari inaccettabili. Le organizzazioni sindacali hanno indetto per la giornata del 9 gennaio un primo sciopero generale e manifestazioni di protesta sono già state organizzate in diverse città.