Fondamentalisti in piazza in Pakistan. Asia Bibi è ancora «in ostaggio» • Paralizzati interi distretti di Karachi, Lahore, Gujranwala, Peshawar e Quetta: «Dovrete passare sui nostri cadaveri» • Per il governo le proteste sono un tentativo per ricostruire un’alleanza tra i partiti islamisti
di Stefano Vecchia
Tratto da Avvenire del 2 gennaio 2011

In Pakistan i fondamentalisti isla­mici sono scesi in piazza per dire no alla riforma della legge sulla blasfemia e perpetuare il regime di di­scriminazione delle minoranze. E le proteste organizzate nell’ultimo gior­no dell’anno da gruppi politici di i­spirazione radicale hanno di fatto pa­ralizzato buona parte del Paese.

L’iniziativa, una serrata, uno sciopero generale e varie altre iniziative erano state promosse per contrastare le ri­chieste delle minoranze, ma anche di diversi movimenti religiosi musulma­ni moderati, partiti politici e organiz­zazioni di emendare gli articoli del Co­dice Penale conosciuti come “legge antiblasfemia”. In questo senso va an­che la proposta di legge depositata a novembre da Sherry Rahman, ex mi­nistro delle Telecomunicazioni ed e­sponente del Partito del popolo pa­chistano, al potere sotto la guida del presidente Asif Ali Zardari, vedovo di Benazir Bhutto.

Sotto accusa sono gli abusi della leg­ge, che consente sotto semplice de­nuncia di un musulmano di finire in carcere e di rischiare pesanti condan­ne, quando non finire vittima di ese­cuzioni extragiudiziarie in carcere o fuori. A riaccendere il dibattito su que­sti provvedimenti la vicenda di Asia Bibi, la madre di famiglia cristiana condannata a morte lo scorso no­vembre per avere insultato il profeta Maometto e ora in attesa di un pro­cesso d’appello sui cui tempi la Corte Suprema di Lahore non si è ancora pronunciata.

L’iniziativa di protesta ha paralizzato di fatto interi distretti delle città di Ka­rachi, Lahore, Gujranwala, Peshawar e Quetta, tra le maggiori del Paese. Ad essere colpiti soprattutto i trasporti pubblici. Il 30, come pure il giorno di Natale, i cristiani erano scesi nelle stra­de per ricordare i loro diritti di mino­ranza garantiti dalla Costituzione e chiedere che la legge non riconosca poteri arbitrari di denuncia ai musul­mani. La comunità cristiana, 3 milio­ni di pachistani – cattolici per metà – su 180 milioni complessivi, è periodi­camente soggetta a atti di violenza e di persecuzione,  che hanno segnato una recrudescenza dal luglio 2009. Numerosi eventi delittuosi, sovente di sconcertante crudeltà e portati a ter­mine da personaggi di spicco nella co­munità musulmana, come pure il gran numero di accuse di blasfemia, han­no riproposto anche all’attenzione in­ternazionale la difficile situazione del­le minoranze religiose in Pakistan.

Mentre gli estremisti hanno ribadito che ogni modifica della legge antibla­sfemia «dovrà passare sui loro cada­veri», il ministro della Giustizia Babar Awan ha comunicato alla stampa che le manifestazioni di venerdì sono sta­te un altro tentativo di ricostruire un’alleanza dei partiti islamisti inde­bolita da defezioni e da sconfitte par­lamentari.

Capofila della proteste è il piccolo Ja­miat- e-Ulema Islam-F, ritiratosi dal governo dopo l’allontanamento dal governo di uno dei suoi ministri. Ad esso si sono associati anche il Mut­tahida Qaumi Movement, che questa settimana ha ritirato due ministri dal governo ritenendolo responsabile del­la corruzione e dei prezzi in aumen­to, è il Muttahida Majlis-e-Amal, ter­zo alle elezioni del 2002, separatosi dalla coalizione islamista dopo la re­lativa sconfitta di due anni fa.