È uscito il nuovo libro del cardinale: ne riportiamo un capitolo, sul rapporto tra unità d’Italia e fede cattolica
di Giacomo Biffi *, * Arcivescovo emerito di Bologna
Tratto da Avvenire – Bologna 7 di domenica 13 febbraio 2011

L’appunto più grave però che si può muovere al movimento risorgimentale è di aver sottovalutato il radicamento nell’animo italiano della fede cattolica e la sua quasi consostanzialità con l’identità nazionale. Le «leggi eversive» Tra le due guerre di indipendenza, la classe politica sabauda si è preparata alla sua storica missione aggregatrice, elaborando tutta una serie di provvedimenti che colpivano pesantemente la realtà e la vita del cattolicesimo. E così dimostrava di non avere alcuna considerazione per il patrimonio ideale che più sostanziosamente accomunava le genti d’Italia, molto eterogenee per il resto. Possiamo intravedere in una visione complessiva il disagio e il conseguente malessere che ci sono stati inflitti. È stato un dramma politico e sociale, per esempio, la fusione precipitosa di due realtà così lontane e disparate come l’area lombardo-piemontese e l’area meridionale. È stato un dramma amministrativo l’improvvisa assimilazione centralizzata delle forme di governo degli antichi Stati. Ma soprattutto è stato un dramma spirituale e morale che a motivare e a condurre il processo unitario fosse un’ideologia deliberatamente antiecclesiale. Ci si è posti così in conflitto con i sentimenti più profondi del nostro popolo, con le sue tradizioni più radicate, con la più evidente ragione della sua specificità. In tal modo, si sono messe le premesse a una sorta di alienazione degli italiani, che difficilmente sarebbero arrivati a percepire il nuovo Stato come qualcosa di connaturale e di proprio. Privata di una scala di valori sicura e accettata ab immemorabili, la nostra gente ha dato spesso l’impressione di essere senza convinzioni e indifferente di fronte ai doveri verso la collettività. E anche le leggi civili hanno faticato a essere sentite come vincolanti.

Il «potere temporale» o la libertas Ecclesiae È un luogo comune che la causa principale della inimicizia con la Chiesa sia stato il potere temporale dei papi. Questa persuasione – che ha certamente qualche fondamento – ha dato un alibi ideologico all’azione antiecclesiale dei governi del Regno. Ma è tempo di riconoscere che il nocciolo del problema non stava qui. Il conflitto comincia – tra le due guerre di indipendenza – con le leggi eversive del Regno Sardo, dove non c’era ombra di potere temporale. Prosegue poi con l’estensione di quelle leggi all’Italia intera (1866-1867) e con le continue interferenze statali nella vita della Chiesa nel Nord, fino all’Emilia) -la gente è stata davvero educata a superare le antiche propensioni alla furbizia, alla violenza privata, alla passività, al clientelismo, e si è trovata pronta a entrare nella moderna società europea.

Difetto di realismo Si può riconoscere che gli artefici del Risorgimento siano stati animati da ideali soggettivamente nobili e meritevoli di rispetto. Ma, almeno per la questione religiosa, sono stati poco realistici: non hanno saputo o voluto tenere conto del cattolicesimo non come essi desideravano che fosse, ma come è in se stesso; vale a dire un modo originale e completo, e quindi anche sociale, di essere uomini. I più aperti e moderati tra loro erano sì disposti a fare spazio alla religione; ma a una religione che si esprimesse unicamente negli atti di culto, nelle meditazioni intimistiche e nelle opere personali di carità. Ma questo è il cattolicesimo come lo vorrebbero i non cattolici di ogni tempo. Non è la «novità», inconfutabile e rinnovatrice di tutto, che è conseguenza dell’incarnazione del Figlio di Dio. Uno «storico» un po’ disattento «L’errore del cardinale Biffi – ha scritto impavidamente Giovanni Spadolini – è di confondere il temporalismo col cattolicesimo. Il Risorgimento fu contro il potere temporale [… ]. Non fu contro la religione dei padri…». Che dire? Parrebbe che qui non ci si ricordi che le multiformi leggi antiecclesiali del 1850 e del 1855 (che nel 1866 verranno poi estese a tutto il Regno d’Italia) sono state elaborate e promulgate in Piemonte, dove non c’era ombra di «potere temporale».