Nota introduttiva di Riccardo Muti

Introduzione

Senza dubbio non è necessario essere Papa per frequentare il mondo della musica come fa Papa Ratzinger che, alla sua vene- randa età e con tutti gli impegni che suppongo comporti il suo alto incarico di Pastore di tutta la Chiesa, non disdegna mettersi lui stesso al pianoforte e alimentare il suo spirito suonando i suoi autori preferiti. È però un grande dono per l’umanità e per la Chiesa all’inizio del terzo millennio avere un Papa che rivendica spazio e rispetto nella Chiesa e nella società civile per quest’alta espressione umana.

Ha cominciato da bambino a frequentare e ad amare la musica e il canto «fin dai bei tempi» – lo ricorda lui stesso – «in cui, grazie a suo fratello, poté integrarsi nella famiglia dei Domspatzen, i piccoli cantori (letteralmente Passeri) di Ratisbona», che facevano servizio liturgico nella cattedrale. È stata un’esperienza che ha segnato la sua vita, come ha segnato la vita di tanti di noi musicisti. L’esperienza della musica, infatti, arricchisce l’esistenza umana e le apre orizzonti che sconfinano nell’infinito e nell’eterno. «Cantare è quasi un volare – confida il Papa in occasione di un concerto dei Domspatzen – un sollevarsi verso Dio, un anticipare in qualche modo il canto dell’eternità». Chi impara a cantare da piccolo, poi canta tutta la vita e tutta la vita diventa per lui canto.

Ha ragione il Papa quando in più circostanze lamenta il basso livello della musica da consumo, in particolare della musica e dei canti eseguiti nelle chiese in questi ultimi decenni soprattutto da noi in Italia. Ma la causa è l’inadeguatezza dell’educazione musicale. Quello che si fa nelle scuole è troppo poco e le attività alternative o sussidiarie sono solo per pochi fortunati. Nelle parrocchie, poi, almeno in Italia, l’educazione al canto dei cristiani penso sia una delle ultime preoccupazioni pastorali dei nostri parroci e forse anche dei nostri vescovi.

I libri di testo delle scuole primarie sono pieni di belle dichiarazioni d’intenti e di interessanti indicazioni metodologiche e programmatiche. Ma agli italiani delle ultime generazioni non sembra sia stata data un’adeguata educazione musicale. Musica e canto in Italia sono ancora lasciate per lo più all’iniziativa privata. Sono solo per chi ha predisposizione e talento, ha i mezzi finanziari per frequentare una scuola di musica privata o ha la fortuna di trovare un posto in un Conservatorio.

Nel nostro paese bisogna far da sé. Anche per la musica e il canto bisogna purtroppo “arrangiarsi”.

Più volte, in tantissime occasioni, l’ho denunciato. In una società evoluta l’educazione musicale non può essere trattata in questo modo. Significa non rispettare il valore culturale della musica. Soprattutto significa non riconoscere e non rispettare il valore antropologico del canto nella formazione di persone chiamate a vivere in società, a stare e a comunicare con gli altri. La pratica corale e strumentale, come la pratica dello scrivere e del leggere, dovrebbero accompagnare tutto l’arco della scolarità, dalla scuola materna alle superiori. Come l’educazione all’espressione scritta e orale accompagna dall’inizio alla fine l’itinerario scolastico di una persona, arricchendosi gradualmente di elementi culturali differenti che forniscono le cose da dire e da scrivere per comunicare, non si capisce perché non debba avvenire la stessa cosa per l’educazione all’espressione musicale attraverso il canto e gli strumenti musicali. Se si facesse qualcosa in questo senso, probabilmente si invertirebbe la tendenza a considerare la musica come un’attività per pochi eletti, un possibile sbocco professionale, una merce da vendere o semplicemente un passatempo. Sicuramente anche nelle nostre chiese si canterebbe di più e si canterebbe meglio. Perciò non sarà di troppo auspicare anche da queste pagine un’educazione musicale che non solo non emargini nessuno dalla fruizione della musica e dal piacere dell’ascolto, ma soprattutto favorisca in tutti lo sviluppo della percezione di sé, che raggiunge il massimo di espressione e di autocomprensione proprio nel cantare insieme.

Non sarà mai di troppo chiedere un’educazione musicale che non solo insegni ad ascoltare la musica, a decodificare i linguaggi e i messaggi e a farne un bagaglio culturale di valore; non solo insegni a leggere uno spartito e a suonare almeno uno strumento musicale, ma insegni soprattutto a cantare insieme, incarnandone con l’esercizio assiduo le regole e le esigenze, per riuscire a far coro anche nella vita.

Sono davvero grato al Papa per aver riportato al giusto posto, anche attraverso questo libro, l’attenzione alla musica dentro e fuori della Chiesa, ponendola semplicemente come fattore essenziale nella vita degli uomini. I suoi studi sono illuminanti soprattutto per la musica sacra. Sgombrano il terreno da equivoci e assolutizzazioni fondamentaliste pro e contro, che in questi anni hanno creato scontro piuttosto che dialogo e ricerca comune per il bene della Chiesa e della sua liturgia. Rendono ragione del disagio che provo quando alla domenica vado alla Messa. Ma fanno anche sperare in una ripresa dell’arte musicale che faccia un buon servi- zio alla liturgia e alla vita di questo nostro mondo.

Condivido totalmente quanto Sua Santità afferma a p. 33: «Se la Chiesa deve trasformare, migliorare, “umanizzare” il mondo, come può far ciò e rinunciare nel contempo alla bellezza, che è tutt’uno con l’amore ed è con esso la vera consolazione, il massi- mo accostamento possibile al mondo della resurrezione? La Chiesa dev’essere ambiziosa; dev’essere una casa del bello, deve guidare la lotta per la “spiritualizzazione”, senza la quale il mondo diventa il “primo girone dell’inferno”. Si cerchi pure ciò che è adatto alla liturgia e alla partecipazione dei fedeli, ma si faccia di tutto perché ciò che è adatto sia anche bello e degno della più importante azione ecclesiale in cui viene usato».

«Giustamente una Chiesa che faccia soltanto ”musica d’uso” cade nell’inutile e diviene essa stessa inutile», afferma ancora il Papa. La Chiesa ha e deve svolgere un’incombenza molto più alta: «essa dev’essere luogo della “gloria” e così anche luogo in cui i lamenti dell’umanità sono portati all’orecchio di Dio. Essa non può appagarsi di ciò che è ordinario e utile: deve destare la voce del cosmo glorificando il Creatore, svelare la di lui magnificenza al cosmo, e rendere il cosmo stesso glorioso, e quindi bello, abitabile, amabile».

E poi ancora a p. 124: «L’arte musicale è chiamata, in modo singolare, ad infondere speranza nell’animo umano, così segnato e talvolta ferito dalla condizione terrena.

Vi è una misteriosa e profonda parentela tra musica e speranza, tra canto e vita eterna: non per nulla la tradizione cristiana raffigura gli spiriti beati nell’atto di cantare in coro, rapiti ed estasia- ti dalla bellezza di Dio. Ma l’autentica arte, come la preghiera, non ci estranea dalla realtà di ogni giorno, bensì ad essa ci rimanda per “irrigarla” e farla germogliare, perché rechi frutti di bene e di pace”.

Indubbiamente la rivoluzione culturale avvenuta nel secolo scorso ha messo in crisi anche i tradizionali codici di riferimento che servivano a stabilire ciò che è bello e ciò che è brutto in musica. Il sistema tonale, eletto per secoli a rappresentare la complicità naturale tra il mondo dei suoni e la coscienza dell’uomo, è stato sistematicamente abbandonato. La ricerca di senso, di perfezione e di idealità umana e divina, che sta alla base dell’opera d’arte e che nell’opera d’arte trova la sua forma e il suo incanto, non per- corre più soltanto la strada della successione naturale dei suoni. Non segue più quelle che erano considerate le leggi universali e naturali dell’armonia e della proporzione. Seppure rimane dentro una struttura abituale, molto spesso si muove fuori di ogni regola plausibile, producendo combinazioni, sonorità e dissonanze di ogni tipo.

La musica, specialmente negli ultimi decenni del secolo scorso, ha assunto le caratteristiche di un fenomeno estremamente vario e variabile. È avvenuto un rinnovamento e un ampliamento del lin-guaggio musicale come c’è stato un rinnovamento teologico, liturgico, culturale ed esistenziale. È decaduta l’idea e la pretesa di un unico modello culturale e musicale e ne sono nati infiniti altri. La musica ha cessato di essere una pratica ecclesiastica o del salotto borghese, asservita all’idea religiosa e politica dominante. Ogni idea ha la propria musica e ogni musica pretende il proprio spazio e il proprio riconoscimento alla pari di tante altre espressioni culturali. Giudicarne il valore non è possibile se non si entra nella dinamica umana e religiosa che la ispira e la esprime. E le dinamiche sono molte. Variano da popolo a popolo, da gruppo a gruppo. Spesso perfino da uomo a uomo. Producono una grande varietà di espressioni e di stili, il cui obiettivo non è la trasgressione delle regole convenzionali o naturali, ma la composizione di musiche che meglio esprimano ciò che si vuol dire, pur essendo altro rispetto a quello che l’orecchio è abituato a sentire. Non si può formulare un giudizio di valore senza tener conto di questa pluralità di stili. Non esiste uno stile che possa vantare il primato sugli altri e al quale tutti gli altri debbano adeguarsi per essere legittimamente usati nella Liturgia. Tutti gli stili hanno diritto di cittadinanza nella cultura contemporanea e, oserei dire, anche nella Liturgia, almeno se si pensa che dietro ogni stile non c’è solo il lavoro a tavolino del musicista, ma ci sono soprattutto degli uomini o addirittura dei popoli, che in quel determinato modo esprimo- no se stessi, la loro vita e la loro fede. Non sarebbe proprio giusto fare una selezione. Vorrebbe dire selezionare gli uomini e l’immagine di sé e di Dio, che essi coltivano e intendono comunicare.

Tuttavia, pur nella complessità del tempo presente e delle sue espressioni plurali, tutte da legittimare, oso sperare che mai vengano oscurati o dimenticati i principi ispiratori dell’autentica bellezza, evocati dal Papa, nel rispetto dei quali è stato creato quel patrimonio musicale che appartiene alla nostra cultura e alla nostra storia come un tesoro inestimabile e che riesce ancora in maniera esemplare a parlare al cuore e allo spirito dell’uomo contemporaneo, comprese le giovani generazioni.

RICCARDO MUTI

Uscita prevista per il 12 aprile 2010