Nel rivolgersi ai malati e ai medici della Casa Sollievo della Sofferenza

di Mirko Testa

ROMA, lunedì, 22 giugno 2009 (ZENIT.org).- La fiducia in un Dio misericordioso può dare senso all’esperienza del dolore: è quanto ha detto questa domenica Benedetto XVI nel visitare la “Casa Sollievo della Sofferenza”, a San Giovanni Rotondo, l’ospedale voluto da padre Pio da Pietrelcina.

Inaugurata dallo stesso padre Pio, il 5 maggio 1956, la “Casa Sollievo della Sofferenza” si presenta oggi come una vera e propria città ospedaliera completamente immersa in un’area verde, con 1.200 posti letto, dove vengono ricoverati annualmente circa 60.000 pazienti e visitati più di 400.000.

Nell’incontrarsi con gli ammalati, il personale e i familiari dell’ospedale, visitato l’ultima volta poco più di vent’anni fa da Giovanni Paolo II, il Papa ha voluto riflettere sul mistero della sofferenza, lasciando parole di incoraggiamento.

Nel suo discorso di benvenuto il nuovo Arcivescovo di Lecce, mons. Domenico Umberto d’Ambrosio, Amministratore apostolico della diocesi Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, ha parlato dell’ospedale come di un “tempio di preghiera e di scienza” che da 53 anni racconta e testimonia le “acrobazie dell’amore” che sa accogliere, sostenere, fasciare e molto spesso risanare “la vera immagine di Gesù, l’ammalato”.

Il presule ha quindi sottolineato “il richiamo operante all’amore di Dio mediante la carità” incarnato in questa struttura, dove i Gruppi di preghiera, che padre Pio definiva le “posizioni avanzate di questa cittadella della carità”, sostengono, confortano e guariscono i sofferenti.

Successivamente, il Direttore generale dell’ospedale, Domenico Crupi, ha chiesto al Santo Padre di non far mancare la sua guida di fronte alle “grandi sfide etiche poste da un tumultuoso sviluppo della medicina che in un futuro assai prossimo si concentrerà sempre più sull’impiego delle nanotecnologie, delle bionanotecnologie, della robotica e della postgenomica, ovvero sulla personalizzazione delle cure in base al profilo genetico delle singole persone”.

Per questo, ha aggiunto, come istituto scientifico di ricerca famoso in tutto il mondo e punto di riferimento nazionale per la genetica medica e le malattie eredo-familiari, “non ci sottrarremo a tali sfide ma le affronteremo sicuri nel solco tracciato dal Magistero della Chiesa”.

Subito dopo a nome dei pazienti ha preso la parola Anna Daniele, cui nel luglio dello scorso anno è stato diagnosticato un cancro.

“Non mi sono chiesta – ha detto la Daniele –: perché a me? Ma mi sono detta invece: perché non a me? Dio mio, quale progetto hai tu su di me?”.

“Le chemioterapie e gli altri trattamenti oncologici sono stati e continuano ad essere un Calvario – ha ammesso con la voce rotta dalla commozione – e tante, tantissime volte avrei mollato e mollerei se la fede, la famiglia e gli amici non mi sostenessero in questo duro percorso a tentoni, fatto di cadute”.

“Questa malattia è stata per me una rivelazione – ha poi affermato –. Io non ho paura di morire, ho solo paura che quando sarà non avrò nulla da offrire al Signore”.

Per questo, ha ammesso, “da questo momento in poi voglio essere una donna con la lampada sempre accesa e le valigie pronte e voglio che il mio cammino su questa terra sia tutto teso a fare del bene, così quando il Padre mi chiamerà a sé in virtù del poco di buono che ho fatto mi perdonerà il tanto di male che in vita ho potuto compiere”.

“E’ vero una diagnosi di cancro è terribile e fa paura, ma è più terribile non essere amico di Dio e allontanarsi dal suo amore”, ha concluso.

Nel prendere infine la parola, il Santo Padre ha richiamato le “inquietanti domande” suscitate dal mistero della malattia e del dolore, “che restano umanamente il più delle volte senza risposta”, perché “la sofferenza fa parte del mistero stesso della persona umana”.

Tuttavia, ha osservato, esiste “un’intima relazione fra la Croce di Gesù – simbolo del supremo dolore e prezzo della nostra vera libertà – e il nostro dolore, che si trasforma e si sublima quando è vissuto nella consapevolezza della vicinanza e della solidarietà di Dio”.

Per questo, ha continuato il Papa ricordando la finalità che aveva animato padre Pio nel creare questo ospedale, “l’impegno della scienza nel curare il malato non deve mai disgiungersi da una filiale fiducia verso Dio, infinitamente tenero e misericordioso”.

L’umile frate chiedeva ai ricoverati, ai medici e ai sacerdoti di essere “riserve di amore”, e questa, ha concluso Benedetto XVI dev’essere la missione della grande famiglia della Casa Sollievo della Sofferenza.