Teologia politica a Santa Marta: più impegno e preghiere per chi governa. Lezione “argentina” al clero di Roma

“Apri il giornale e bastonano, guardi la tv e bastonano. Sempre il male, sempre contro. C’è l’abitudine di dire solo male dei governanti e fare chiacchiere sulle cose che non vanno bene”. Troppo comodo, insomma, giudicare chi ci governa stando seduti in poltrona, salendo sui tetti, organizzando sit-in o riempiendo le piazze con bandiere e slogan di protesta più o meno volgari, senza “dare il nostro contributo”, limitandosi a dire “io non c’entro, sono loro che governano”. Il rapporto tra governante e governato è stato al centro dell’omelia pronunciata ieri mattina dal Papa, poco dopo l’alba, nella piccola cappella di Santa Marta. “Tante volte abbiamo sentito che un buon cattolico non si immischia in politica, ma questo non è vero”, ha aggiunto. “Un buon cattolico si immischia in politica, offrendo il meglio di sé, perché il governante possa governare”. Insomma, chi in questi anni fosse diventato sostenitore del patriota dannunziano Guido Keller che dopo l’impresa di Fiume gettò dal proprio aereo un pitale colmo di rape e carote su Montecitorio, farebbe bene a ripassare la dottrina sociale della chiesa cattolica, secondo la quale “la politica è una delle più alte forme della carità”. Il cittadino, dunque, “non può lavarsene le mani”, benché ormai “ci sia l’abitudine di pensare che dei governanti si deve solo chiacchierare, parlare male di loro e delle cose che non vanno bene”. Certo, la tentazione di dire che quel politico “è una cattiva persona che deve andare all’Inferno”, c’è e spesso è pure forte. Ma il cattolico deve pregare anche per il proprio governante (che deve essere umile e amare il suo popolo), “e non lo dico io, ma san Paolo”, ha precisato Bergoglio.

“Alla chiesa serve coraggiosa creatività”

Poco dopo, a bordo della Ford Focus blu, Francesco ha raggiunto San Giovanni in Laterano per l’incontro con il clero romano. Alla chiesa, ha detto rispondendo alle domande delle centinaia di sacerdoti presenti, “serve conversione pastorale e coraggiosa creatività”. Bisogna “cercare strade nuove”, far sì che la chiesa sia sempre più accogliente. Basta con quelli che “in parrocchia sono più preoccupati di chiedere soldi per un certificato che al Sacramento”, ha aggiunto. Così facendo, “si allontana la gente”. C’è necessità, invece, di più “accoglienza cordiale”, e il prete misericordioso deve essere il primo a farsene carico. Non è più tempo di sacerdoti “rigoristi e lassisti”, anzi, da loro bisogna guardarsi bene. Il prete deve sentire “la fatica del lavoro”, perché “la conversione si fa in strada, non in laboratorio”. Infine, ribadendo quanto già detto a bordo dell’aereo Rio-Roma lo scorso luglio, “la chiesa deve fare qualcosa per risolvere i problemi delle nullità matrimoniali. Ridurre la questione al divieto o meno di fare la comunione significa non comprendere il vero problema”. Al clero di Roma Francesco ripete quanto disse, cinque anni fa, ai sacerdoti di Buenos Aires. Non a caso, prima dell’incontro di ieri, ha voluto che il cardinale vicario Agostino Vallini distribuisse ai preti romani il testo da lui preparato in quella occasione. Poche pagine che riprendevano i punti salienti del documento che chiudeva la V Conferenza dell’episcopato latinoamericano di Aparecida, e che aveva in Bergoglio il presidente del comitato di redazione. E’ lì, spiegava il futuro Papa, che si delinea la chiesa del futuro. In quei paragrafi si leggono i presupposti per la grande missione di nuova evangelizzazione da portare avanti nel Ventunesimo secolo. Un programma, disse lui stesso sei anni fa, che andava ben oltre i confini del Sudamerica.

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di Matteo Matzuzzi