L’assalto di sabato al ghetto cristiano di Joseph Colony nella città pachistana di Lahore, ha dato avvio a dure proteste, ma anche suscitato un’ampia condanna locale e internazionale e costretto le autorità a intervenire con una solerzia non abituale.
Sotto accusa non sono soltanto gli aggressori, una folla di 3.000 persone che tra la notte di venerdì e la giornata di sabato hanno devastato la povera comunità cristiana incendiando e riducendo in rovina almeno 170 abitazioni con i pochi beni che contenevano, ma anche la polizia. Gli agenti, che aveva preso sotto custodia la zona la sera di venerdì, dopo la denuncia di Sawan Masih, cristiano accusato da parte di un conoscente di oltraggio al profeta Maometto, hanno salvato la vita al 28enne spostandolo in una località ignota, ma non sono intervenuti in modo adeguato per evitare il rogo e il saccheggio del quartiere cristiano. Domenica la polizia è invece intervenuta pesantemente per disperdere con lacrimogeni e bastoni le manifestazioni spontanee di cristiani nelle strade della città, dove diverse persone sono state intossicate dai gas o hanno riportato contusioni. Contemporaneamente, i leader cattolici e i rappresentanti di altre congregazioni e sette cristiane, hanno presenziato a momenti di preghiera e di sensibilizzazione sull’accaduto.

Ieri, a Lahore e in altre città del Paese, si sono tenute altre dimostrazione di protesta che hanno raccolto adesioni da diverse componenti della società pachistana e le scuole cristiane di Lahore e di Karachi, sono rimaste chiuse. Dopo avere avocato a sé il procedimento giudiziario sulle violenze di Joseph Colony, la Corte suprema ha respinto il rapporto delle autorità provinciali sull’accaduto e ha posto sotto accusa le forze di sicurezza che hanno «assistito senza agire» alla devastazione, limitandosi a «ordinare l’evacuazione delle famiglie il giorno prima».

L’udienza per giudicare Sawan Masih, che per l’accusa di blasfemia rischia pene severe, fino a quella capitale, è stata fissata per domani. Intanto, sotto la pressione dell’opinione pubblica locale e internazionale, la polizia ha attuato un centinaio di arresti tra gli aggressori della pacifica comunità cristiana. Dure le reazioni, che chiamano soprattutto a un intervento decisivo delle autorità per evitare che si ripetano eventi come quello di Lahore, ma anche di chi vuole siano date punizioni esemplari ai responsabili. Un membro cristiano del parlamento provinciale si è dimesso e Paul Bhatti, ministro per l’Armonia, ha chiesto «una indagine trasparente» e «l’immediato arresto dei colpevoli», stigmatizzando «una mentalità che intende creare un cuneo tra le diverse comunità».

Come sottolinea l’Agenzia Fides, a condannare l’ennesima violenza di massa contro i cristiani e l’abuso della “legge antiblasfemia” sono stati anche movimenti a base islamista moderata. «Se i colpevoli del massacro di Gojra (dove nel 2009 sei cristiani furono arsi vivi nel rogo che distrusse 140 abitazioni) fossero stati assicurati alla giustizia, l’attacco di Badami Bagh non si sarebbe verificato», ha sottolineato Imran Khan, leader del partito Pakistan Tahrik-e-Insaf. Ai fatti di Gojra ha fatto riferimento anche padre Emmanuel Yousaf, Direttore della Commissione Giustizia e Pace della Confrenza episcopale cattolica e il suo direttore esecutivo Peter Jacob, che hanno definito polizia e autorità i «principali responsabili della situazione, che ha permesso lo svilupparsi di una tragedia nel cuore della città».

Il governo provinciale sarebbe responsabile perché «ha ignorato la situazione delle minoranze e la crescente intolleranza religiosa fomentata da gruppi estremisti». Inoltre «non ha prestato attenzione alle raccomandazioni formulate dall’inchiesta condotta dopo i fatti di Gojra».
Davanti a una mobilitazione di condanna delle violenze di Joseph Colony, il Pakistan – dopo le vicende si Asia Bibi, Rimsha Masih e Malala Yusufzai – sembra a un «punto di non ritorno». La reazione della società civile e delle minoranze, unite contro gli estremisti ma anche contro gli abusi della legge, assieme alla solidarietà della comunità internazionale sembrano indicare un futuro diverso per il Paese.

Stefano Vecchia da Avvenire