All’inaugurazione di una fondazione a favore dei bambini, duro monito del presidente della Cei contro l’eutanasia. E ai ministri Fornero e Balduzzi dice: “Basta tagli al sociale”

GIACOMO GALEAZZI da Vatican Insider

«La malattia non si risolve eliminando il malato, ma curandolo e accompagnandolo. La malattia più temuta e il dolore più grande sono la solitudine e l’abbandono», scandisce all’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana. Inaugurando lafondazione «Flyings Angels», Bagnasco lancia un pubblico appello contro l’eutanasia.

 In privato, a colloquio in una saletta dell’ambasciata con i ministri del Welfare Elsa Fornero e della Salute, Renato Balduzzimette in guardia da tagli eccessivamente drastici alla spesa sociale e alla sanità, ribadendo la centralità della persona. A fornire l’occasione per l’incontro «fuori programma» con i due esponenti dell’esecutivo è stata la nascita della fondazione «Flyings Angels», istituita con lo scopo di trasferire rapidamente i bambini malati nei vari ospedali pediatrici, tra i quali l’Istituto «Gaslini» di Genova.

Nel presentare la conferenza, l’ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede, Francesco Maria Greco ricorda che la precedente visita del presidente della Cei coincideva con le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità nazionale. «Da allora la crisi economica ha reso ancora più urgente un’etica condivisa», evidenzia Greco. In sala, tra gli altri, ilcardinale Giovanni Battista Re, il direttore dell’Osservatore Romano, Giovanni Maria Vian, il direttore di «Avvenire», Marco Tarquinio e i testimonial dell’iniziativa: il presidente dell’associazione italiana calciatori e il campione argentinoHernan Crespo, appena passato dal Parma ad una squadra indiana. «Perché la sofferenza umana, ma soprattuttoperché la sofferenza dei bambini?- si chiede il cardinale Bagnasco-. Entrare con la propria sofferenza nella sofferenza di Cristo, significa dunque partecipare in modo unico alla redenzione dell’universo. Dio è amore, e l’amore genera e chiede libertà, proprio per questa ragione Gesù non ha tolto il dolore e la morte dal mondo, ma l’ha redenta abbracciandola Lui stesso, facendone luogo privilegiato del suo essere sulla terra, del suo incontro con gli uomini, perché il dolore non sia una strada senza uscita, di disperazione, ma diventi spazio di speranza».

E qui entra in campo il ruolo della società che «deve partecipare alla vita dei cittadini con rispetto e responsabilità, sia nelle gioie (ad esempio il matrimonio che fonda una nuova famiglia) come nelle difficoltà e nei dolori (ad esempio il lavoro, la casa, la malattia, la morte). Il rapporto però deve essere reciproco, nel senso che il soggetto ha verso la società dei diritti e dei doveri e così lo Stato. «Non è né coerente né corrispondente alla costituzione dell’uomo avere delle pretese nei confronti della società, e nello stesso tempo tenerla fuori totalmente invocando la privatezza assoluta- ammonisce il porporato-. Una società di individui-monadi è solo un agglomerato, un coacervo di interessi, di sensibilità, di scopi individuali, dove la legge avrà il compito di tenere a bada i privati appetiti, anziché promuovere il bene comune. Questo richiede sempre leggi giuste ed eque, ma esige anche un’anima che non dipende dalla norma, ma dal cuore: l’amore».

Per questa ragione,«nessuna buona legislazione potrà fare a meno della “caritas”, di quella legge non scritta che nella storia ha generato forme di dedizione, volontariato, eroismo». La vita di ogni persona è «un bene per il soggetto, ma anche per la società intera, è un tesoro per tutti». La persona non appartiene alla società come la parte al tutto, poiché ognuno, per principio, ha «un valore per se stesso e non può essere strumentalizzato da nessuno», ma nello stesso tempo, di fatto, «ognuno si realizza con e grazie agli altri». Dunque, «la sofferenza di uno tocca tutti, non solo l’interessato e i suoi cari, tocca la società intera nella sua legislazione e nei suoi apparati».

Come a dire, in sintesi, che bisogna portarlo insieme. Si apre l’orizzonte della solidarietà tra uomini, famiglie, società e Stato. Infatti, «il malato, colui che ha bisogno degli altri per uscire dalla difficoltà o semplicemente per portarla, di per sé è una provocazione, è una chiamata affinché la società stessa assuma lui così com’è». Se la società è fatta di persone, e senza di loro non sarebbe nulla, essa «ha il dovere di accogliere se stessa nelle singole persone che la compongono e che la fanno essere, così come le persone sono, senza selezioni di intelligenza, di censo, di salute: in una parola di efficienza». Altrimenti non sarebbe una società umana, ma una struttura che discrimina in base alla legge dei più forti. Questa accoglienza operosa che cura e si prende cura «non è frutto solo della giustizia, ma è animata dall’amore», mette in guardia Bagnasco. La presenza dell’altro che, con la sua indigenza si presenta a noi, è un richiamo, una richiesta di amore: stimola e rende possibile lo sprigionarsi di quella riserva di dedizione e sacrificio, di fedeltà e dono, che (se non ci fosse la sollecitazione concreta e urgente) resterebbe «rinchiusa e forse addirittura sconosciuta a noi stessi». Di fronte alla sofferenza altrui «non dobbiamo avere paura di non essere capaci di risposte»: in ciascuno esistono, a volte latenti, potenzialità inesplorate e sorprendenti di bene.

«La società nel suo insieme, e lo Stato nelle sue proprie forme, devono accettare la sfida: ciò significa non lasciare soli i malati e i loro familiari, consapevoli che l’unica risposta coerente è farsi carico in ogni modo e con ogni mezzo di un patrimonio unico e irrinunciabile che è la vita di ogni persona- precisa il capo della Chiesa italiana-. Non ci sono scorciatoie, anche se spesso sono presentate e propagate col volto di una falsa pietà. La malattia non si risolve eliminando il malato, ma curando e accompagnando, sapendo che la malattia più temuta e il dolore più grande sono la solitudine e l’abbandono».