Nella prolusione al Consiglio Permanente il presidente della Conferenza Episcopale Italiana interviene sui temi etici e la situazione politica italiana

di Giacomo Galeazzi
Tratto da Vatican Insider

Durissimo monito dell’episcopato italiano contro unioni di fatto e “regionopoli” e sul fine vita spera nel varo dei DAT. Al consiglio Cei la prolusione del cardinale di Bagnasco prende di petto in particolare la questione della “libertà di scelta a proposito delle unioni di fatto: è paradossale voler regolare pubblicisticamente un rapporto quando gli interessati si sottraggono in genere allo schema istituzionale già a disposizione”. In realtà, stigmatizza il cardinale, “ci si vuol assicurare gli stessi diritti della famiglia fondata sul matrimonio, senza l’aggravio dei suoi doveri”.

A fronte di “determinate leggi”, si modifica “il significato proprio dell’istituzione matrimoniale”, quindi “il pensare sociale ne viene pesantemente segnato e, di conseguenza, l’educazione dei propri figli”. Perciò “sarebbe ingenuo, o peggio, negare che diversi orizzonti normativi influenzano e modificano inevitabilmente il sentire comune e quindi il costume generale”. Per questa ragione, “il riconoscimento di determinate situazioni o pratiche, non è mai neutrale: pur se non obbliga alcuno, è fortemente condizionante tutti”.

Quando si vuole ridefinire la famiglia esclusivamente come una rete di amore, disancorata dal dato oggettivo della natura umana (un uomo e una donna) e dalla universale esperienza di essa, “la società deve chiedersi seriamente a che cosa porterebbe tale riduzione, a quali nuclei plurimi e compositi: non solo sul versante numerico, ma anche su quello affettivo ed educativo, strutturante cioè la persona”. Parole chiare e inequivocabili mentre nei comuni si moltiplicano le proposte di registri delle unioni di fatto. “Il nostro programma?Solo il Vangelo”.

Con toni ratzingeriani il presidente della Cei, Angelo Bagnasco apre il Consiglio episcopale in “una condizione sempre più complessa per noi italiani”. Al cardinale “dispiace molto che anche dalle Regioni stia emergendo un reticolo di corruttele e di scandali, inducendo a pensare che il sospirato decentramento dello Stato in non pochi casi coincide con una zavorra inaccettabile”. Che l’immoralità e il malaffare siano al centro come in periferia non è una consolazione, ma “un motivo di rafforzata indignazione, che la classe politica continua a sottovalutare”.

Ed è motivo di disagio e di rabbia per gli onesti. “Possibile che l’arruolamento nelle file della politica sia ormai così degradato?”, si chiede Bagnasco. Si parla di austerità e di tagli, eppure “continuamente si scopre che ovunque si annidano cespiti di spesa assurdi e incontrollati”. Bisogna che gli stessi cittadini, che pure oggi sono così scossi, “insieme al diritto di scelta dei propri governanti esercitino un più penetrante discernimento, per non cadere in tranelli mortificanti la stessa democrazia”.

Ecco perché, “superando idiosincrasie ideologiche”, è necessario tenere saldo “il legame con quei valori che fanno parte della nostra storia e ne costituiscono il tessuto profondo”. Tessuto che a qualcuno “sembra talmente acquisito da non aver bisogno di attenzione e di presidio alcuno, e da altri è guardato con sospetto o insofferenza”. In una congiuntura particolarmente acuta, la classe politica “ha ritenuto proprio dovere fare un passo indietro rispetto alla conduzione del governo del Paese”. Ora è chiaro interesse di tutti che il governo votato dal Parlamento “adempia ai propri compiti urgenti, e metta il Paese al riparo definitivo da capitolazioni umilianti e altamente rischiose”. Nel frattempo, “la politica deve riempire operosamente la scena arrivando a riforme tanto importanti quanto attese”.

Proprio perché la politica è necessaria e, in sé, è arte nobile, “non si può sottovalutare il sentimento ostile che va covando nella cittadinanza”. Non è, secondo Bagnasco, “un atteggiamento momentaneo e solo umorale, correggibile grazie a consuete mosse ad effetto: va letto con intelligenza e onestà per trarne i moniti salutari”.

La politica, come dedizione fino al sacrificio per il bene comune, “richiede non solo buona volontà, ma capacità di visione, competenza, e quella coerenza personale che rende presentabili agli occhi della nazione e del mondo”. Le elezioni non sono “un passaggio taumaturgico, ma vincolo democraticamente insuperabile, e quindi qualificante e decisivo”. Per questo bisogna prepararsi seriamente, non con operazioni di semplice cosmesi, bensì “portando risultati concreti per il Paese e un rinnovamento reale e intelligente delle formazioni politiche e il loro irrobustirsi con soggetti non chiacchierati”.

Lo spettro dell’astensione “circola e rischia di apparire a troppi come la lezione da assestare a chi non vuole capire”. In questo senso la competizione resta aperta, e “sarà bene che la politica non bruci alcun ponte dietro a sé, presunzione e personalismi, strumentalità e isterie vanno lasciati da parte”. Il richiamo alla classe dirigente è nettissimo. “Il nostro popolo tiene, resiste, naturalmente si interroga e patisce, ma non si arrende e vuol reagire- ammonisce il cardianale-. Sempre meno si lascia illudere dalle chiacchiere, ed esige la nuda verità delle cose, pur senza lasciarsi imprigionare da prospettive solamente negative e deprimenti”.

È in questa “cappa di sfiducia”, infatti, il fattore più pernicioso e pervasivo. “Non si è infranto un equilibrio da riaggiustare- avverte il capo della Chiesa italiana-. E’ accaduto qualcosa di più consistente e profondo che ha portato a galla di colpo le contraddizioni, le ingenuità, le fughe in avanti, gli squilibri, i rinvii accumulatisi nei decenni e sui quali ci si illudeva di continuare a lucrare”. Occorre”comprendere le radici profonde (culturali, morali ed economiche) della crisi, la vita del nostro popolo ci tocca e le condizioni di essa ci interrogano”, poiché “la Chiesa non è mai indifferente alla qualità della vita delle persone”.

Ad indicare la linea è Benedetto XVI:”L’Italia reagisca alla tentazione dello scoraggiamento”. Il compito dei vescovi è quello di essere “gli araldi del Vangelo e dunque della speranza”. Il leader dell’episcopato denuncia la “carenza di una visione capace di tenere insieme i diversi aspetti dei problemi e coglierne i nessi, abbarbicati come spesso si è alla propria visione di parte, quando non al proprio tornaconto personale”. Serve piuttosto “un ripensamento spirituale e morale che solo può abilitare ad un realismo crudo ma fiducioso, aperto al superamento non demagogico della situazione”. Infatti, “l’Italia, riversa nella contingenza, stenta a maturare una prospettiva adeguata, un respiro lungo”. Bagnasco non si stupisce di “vedere sui banchi delle chiese persone ieri indifferenti e distratte, e oggi più pensose e concentrate”, in quanto “i colpi della vita inducono ad essere meno superficiali, a diventare più riflessivi, a riscoprire i valori veri”. Solo “un sano anticonformismo ci salva dalla stagnazione e può attrezzarci per cooperare al cambiamento”. La Chiesa italiana può offrire “la vicenda terrena di testimoni attendibili, come don Ivan Martini, parroco a Santa Caterina di Rovereto di Novi, diocesi di Carpi, rimasto ucciso sotto le rovine della sua chiesa, mentre in un impeto di lucida generosità voleva portare in salvo la statua della Madonna venerata dal suo popolo”.

E soprattutto i vescovi si stringono attorno a Benedetto XVI “come a roccia solida e nocchiero austero, che conduce con trasparenza e parresia la barca di Pietro tra scogli ieri ignoti”. E aggiunge:”Dal laccio di tradimenti impensabili o malevoli interpretazioni, a liberare il Santo Padre è puntualmente la sua mitezza e la sua disarmante affabilità”. Al contario, “il moralismo dell’informazione è maschera per confondere e creare confusione e distruzione, non conta la verità ma l’effetto, la sensazione, sotto il pretesto della verità si distruggono gli uomini e si vuole imporre solo se stessi come vincitori”, evidenzia il porporato citando il Pontefice. Perciò “la Chiesa non è moribonda, lacerata da divisioni, soffocata da contro-testimonianze, in condizioni di mera sopravvivenza”.

La Chiesa è unita e, seppur sotto sforzo, “vuole affrontare le traversie del tempo con umiltà, vigore e lungimiranza”. Anzi “la Chiesa è rimasta forse l’unica a lottare per i diritti veri dei bambini, come degli anziani e degli ammalati, della famiglia”, mentre la cultura dominante vorrebbe “isolare e sterilizzare ciò che di umano resta nella nostra civiltà”. Il cardinale torna a reclamare “una nuova generazione di politici cristianamente ispirati” per “provocare le coscienze e mettere in crisi uno stile di vita quasi collettivo attraverso scelte personali coerenti e controcorrente”.

Solo allora “non si mercanteggerà con ciò che non è mercanteggiabile, e lo stratagemma del compromesso, talora non evitabile, diventa arte nobile e alta, non resa al ribasso”. I cattolici che hanno lasciato traccia erano anzitutto “dei credenti di prim’ordine, con una forte presa soprannaturale”. In questa stagione “sembriamo capitati in un vicolo cieco, costretti a subire la supremazia arbitraria della finanza rispetto alla vitalità civile e culturale o rispetto ad un umanesimo sociale che è la cifra della nostra cultura”. Quando, per interessi economici, sull’uomo prevale il profitto, oppure, per ricerca di consenso, prevalgono visioni utilitaristiche o distorte, “le conseguenze sono nefaste e la società si sfalda”.

La vita della gente è “già segnata in modo preoccupante”. Il clientelismo “ha creato nel tempo situazioni oggi insostenibili, ma non è possibile destrutturare gli ambiti territoriali in nome della concentrazione, nessuna comunità oggi può pretendere che siano gli altri a pagare i propri punti di orgoglio; ma tutto questo non può avvenire a scapito del lavoro, sostegno vitale dei singoli e delle famiglie, nonché di quel sudato patrimonio di professionalità industriale che ha raggiunto livelli di eccellenza mondiale”. Intanto la povertà “cresce e tocca tutti, seppur da punti di partenza molto diversi, e ciò fa la vera differenza”. La crisi “non è congiunturale ma di sistema, e la durata nel tempo, nonché gli scenari internazionali, hanno ormai dimostrato che riveste una complessità e profondità tali da non poter essere affrontata con formule facili o peggio propagandistiche”. Non bisogna credere ai “benefattori”.

E “i giovani sono il nostro maggiore assillo, con il loro magro presente”. Il precariato “indica una fragilità sociale, ma sta diventando una malattia dell’anima”. La mancanza di un reddito affidabile rende impossibile pianificare il futuro con un margine di tranquillità e realizzare il sogno di una vita autonoma e regolare. “Questa condizione è il risultato di tante responsabilità e di decenni di una cultura finta, che ha seminato illusioni e esaltato l’apparenza”, deplora Bagnasco che dedica la conclusione all’emergenza-immigrazione:”Affrontare in senso umanitario il fenomeno delle carrette del mare è un obbligo di civiltà, a cui concorrono l’operosità delle diocesi e della Caritas, anche se ulteriori soluzioni recettive dovranno essere presto assunte, a fronte di nuove disposizioni”.

Il presidente dei vescovi lancia poi un nuovo grido d’allarme per la situazione del Paese: la crisi (che continua a mordere) e la corruzione (che sembra estendersi anche ad ambiti che ne sembravano indenni) rischiano di deteriorare la convivenza civile”, commenta il vaticanista Salvatore Izzo, uno dei più autorevoli analisti di questioni ecclesiastiche. “E il cardinale Bagnasco invita tutti a fare unita’ stringendosi al Papa, al quale esprime gratitudine per il suo coraggio; ai valori della vita e della famiglia, irrinunciabili nell’azione politica dei cattolici, ma anche della solidarieta’ e dell’accoglienza degli immigrati, sui quali ugualmente non si puo’ mercanteggiare; infine alle giovani generazioni, la cui promozione culturale e sociale deve essere oggi un assillo per tutti”, osserva Izzo.