«Ho provato tristezza, amarezza, preoccupazione. Penso che questa decisione rappresenti una discesa di civiltà per il nostro Paese». Il commento del cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, al via libera dell’Agenzia del farmaco per la pillola abortiva Ru486 esprime anzitutto un dolore profondo, anche per qualche quotidiano che ieri mattina s’è maldestramente fatto beffe del Papa (Secolo XIX e Stampa in testa). Ma le riflessioni del presidente della Cei e arcivescovo di Genova vanno ben oltre queste miserie, e recano al dibattito sull’aborto chimico argomenti pacati quanto fermi.

Eminenza, perché parla di «discesa di civiltà»?
«Là dove la vita nella sua integra dignità non è riconosciuta ma ulteriormente offesa e ferita di certo non si può dire che la civiltà cresca».

In questi mesi si sono rincorse notizie negative sul fronte della vita: dalla morte di Eluana alla sentenza della Corte costituzionale sulla legge 40. Ora l’adozione dell’aborto chimico. Cosa rivelano?
«L’indirizzo prevalente verso una libertà dell’individuo che si pretende assoluta, cioè sciolta da ogni rapporto con altre libertà e altri diritti. Non esiste, invece, un solo diritto, ma tanti che devono dialogare tra loro. Da una parte c’è la donna, certo, ma di fronte a lei c’è il diritto di una nuova vita umana che ha tutta la dignità della persona. Le libertà devono dialogare, e i diritti contemperarsi. Dove non c’è il rispetto integrale della vita umana nel suo concepimento, nella sua fragilità, e poi nel suo tramonto, la società è meno umana. È amaro che così prevalga il diritto del più forte».

Si sostiene che la Ru486 non è altro che una possibilità di scelta in più per abortire. È così?
«Il criterio della libera scelta è solo apparentemente buono, umano, rispettoso. Nelle diverse questioni relative alla vita non si tratta solo di voler fare o meno una certa cosa: è piuttosto questione di saper riconoscere valori e diritti oggettivi cui corrispondono doveri altrettanto oggettivi, una dignità umana che precede qualsiasi opzione. A ben vedere, il discorso della libertà di scegliere ciò che si preferisce afferma solo il diritto del più forte».

Nuove misure in materie tanto nevralgiche inducono, di solito, mentalità e costumi nuovi. Sarà così anche con l’aborto chimico?
«La pillola abortiva rende tutto più facile, anche se le disposizioni dettate per l’adozione del farmaco ne prevedono l’uso esclusivo in àmbito ospedaliero. Intrinsecamente, mi pare che la mentalità che si rafforza è sempre più quella di un fatto privato, puramente individuale: il rapporto del soggetto con una vita nuova. Ma la differenza è che il soggetto adulto è certamente più forte del concepito, che non ha alcuna possibilità di affermare se stesso».

La Ru486 rilancia l’apparente competizione tra il diritto della madre e quello del figlio. Come si scioglie questo nodo?
«La cultura oggi dominante sempre più afferma l’assolutezza dell’individuo e non della persona. Questa invece è costitutivamente in dialogo con gli altri soggetti, la loro libertà, i loro diritti e doveri. Una cultura centrata sull’individuo concepisce l’uomo in termini di libertà e autodeterminazione assolute, un’isola accanto ad altre che sembrano entrare in rapporto tra loro più per convenienza che non per solidarietà. Il rapporto personalista ha in sé, invece, l’idea forte del farsi carico, del prendersi cura dell’altro perché lo si vede come un dono, anche quando la relazione costa e chiede di giocarsi in prima persona».

L’aborto farmacologico tende a far “scomparire” l’interruzione di gravidanza nascondendola dietro l’apparente banalità di una pillola da ingoiare. Che effetto può avere?
«Rendendo tutto più facile, la nuova modalità abortiva certamente aumenta una mentalità che sempre più induce a considerare l’aborto come un anticoncezionale, cosa che la legge 194 – nella sua prima parte – assolutamente esclude».

A questo proposito si è parlato in questi giorni di «clandestinità legale», una condanna alla solitudine per la donna che abortisce e che deve patire un surplus di sofferenza.
«Anche questo fa parte della cultura individualista, nascosta sotto la maschera del rispetto della libertà della donna, che in realtà è consegnata a se stessa, al suo dramma, alla sua sofferenza, alla preoccupazione contingente in cui vive e che in una cultura veramente umana implicherebbe invece una presa in carico.

I vincoli fissati sulla carta dall’Aifa per l’uso ospedaliero della Ru486 in regime di ricovero fino ad aborto avvenuto possono ridimensionare gli effetti dell’aborto chimico?
«L’offesa alla vita resta, così come la tragedia ulteriore nella tragedia dell’aborto. La facilitazione introdotta dal ricorso a una semplice pillola non agevola certo una riflessione o un possibile ripensamento. Le condizioni fissate dall’Aifa possono ottenere un certo contenimento di queste derive a livello psicologico, emotivo e operativo. Ma – ripeto – anche questi paletti non tolgono assolutamente il male oggettivo della soppressione di una vita concepita».

Cresce l’obiezione di coscienza tra i medici, ormai sopra al 70%. Questo fenomeno cosa segnala?
«È un dato oggettivo che dovrebbe far riflettere sulla sensibilità ancora fortemente radicata nel cuore degli italiani, e in modo particolare di una buona parte della classe medica. È auspicabile che l’obiezione nata da profondi convincimenti cresca ancora, sia come dato in sé sia come testimonianza per l’opinione pubblica sulla persistenza di una consapevolezza profonda».

Come valuta i dati ministeriali che parlano di una progressiva diminuzione degli aborti in Italia, anche se il loro numero è ancora oltre i 121 mila?
«Spero sia il segnale di una maggiore consapevolezza della sacralità della vita e quindi di un rapporto più rispettoso verso ogni sua forma».

La decisione dell’Aifa arriva proprio mentre l’Italia prende l’iniziativa per una moratoria internazionale degli aborti coatti. Come giudica questo paradosso?
«È una contraddizione che stride. Penso che il mondo cattolico dovrebbe far sentire di più e meglio le proprie convinzioni profonde, per l’interesse della società».

Eminenza, cosa si aspetta oggi dai laici cattolici sul fronte della vita?
«Una voce più coraggiosa, chiara, argomentata, a tutti i livelli. Sui temi della vita umana, decisivi, non si può procedere per mediazioni: su valori fondamentali mediare significa negare. La vita non è opinione: è un valore invalicabile, sul quale non si può reclamare il vecchio argomento di un’asserita indipendenza rispetto al magistero della Chiesa. L’autonomia di cui parla il Concilio non è assoluta ma relativa a una coscienza retta e formata».

Ancora una volta una decisione importante sulla vita umana viene presa da un organismo tecnico-giuridico. La politica ha fatto tutto il possibile per frenare questa deriva?
«Non credo. Si può ragionevolmente fare di più, nel rispetto dei meccanismi democratici. Anche l’allineamento alle raccomandazioni europee non è un criterio corretto».

L’Europa viene invocata come giustificazione all’apparente inesorabilità dell’adozione della Ru486…
«L’Europa è solo un grande pretesto usato secondo convenienze e interessi. Invocare l’adeguamento all’Europa è un argomento pretestuoso. Gli obiettivi indicati da organismi sovranazionali vanno considerati solo quando sono orientati al bene, all’ordine morale. Diversamente, un Paese membro deve discostarsi, dando il buon esempio agli altri e diventando capofila di una inversione di marcia».

Ha fatto clamore che sia stata ricordata la scomunica “latae sententiae” per chi coopera all’aborto. Un punto fermo che è da sempre dottrina della Chiesa, ma che qualcuno è sembrato “scoprire” oggi…
«La prassi della Chiesa prevede censure canoniche non fini a se stesse ma in chiave pedagogica e formativa, finalizzate al ripensamento sulla gravità di un’azione. La sanzione è una “medicina”. Il valore fondamentale della vita umana, come ricorda il Papa nella Caritas in veritate, rappresenta oggi una delle nuove povertà, soprattutto quand’è più fragile».

Molti sottolineano che occorre “prevenire” gli aborti. Ma com’è possibile farlo efficacemente?
«Come per tanti mali della cultura attuale, “prevenire” significa educare all’amore, al senso della persona, a un esercizio responsabile e non arbitrario della sessualità, un grande tesoro da custodire e non da sperperare o consumare in una dimensione solo corporea. Ma è difficile prevenire gli aborti se il contesto generale della cultura va nella direzione opposta».

Perché la Chiesa si sente così impegnata sulle questioni bioetiche?
«Perché ama l’uomo, lo ama integralmente e non solo per alcuni aspetti. È la questione antropologica che ricorda anche il Papa nell’ultima enciclica: tutto ciò che riguarda l’uomo non può non interessare la Chiesa. Gesù è venuto a salvare tutti gli uomini, e tutto l’uomo. Per questo la Chiesa non può tacere né disinteressarsi di ciò che riguarda la persona, e di conseguenza la società e lo Stato. Non ha nessun altro interesse: solo il servizio all’uomo».


Francesco Ognibene da Avvenire