In Italia ci sono 800mila persone dipendenti dal gioco d’azzardo e quasi 2 milioni di giocatori a rischio. Quest’anno la raccolta dovrebbe toccare quota 103 miliardi di euro tra guadagni legali (88) e illegali (15), il 10% in più dell’anno scorso. Sono alcuni dei numeri del dossier ‘Azzardopoli 2.0’, curato dall’associazione Libera in occasione della presentazione al Senato della campagna «Mettiamoci in gioco».

Quella del gioco è la terza «impresa» italiana (ma sta per diventare la seconda), l’unica con un bilancio sempre in attivo: ogni italiano – neonati compresi – «brucia» 1.450 euro (1.890 considerando solo i maggiorenni) per sfidare la fortuna al videopoker, davanti alle slot, col gratta e vinci, e nelle sale scommesse.
L’Italia con queste cifre occupa il primo posto in Europa e il terzo tra i paesi che giocano di più al mondo ma dalle proiezioni dei primi dieci mesi dei quest’anno potrebbe arrampicarsi in pole position, con il contributo del comparto illegale, scavalcando Usa e Giappone. Il trend di crescita non ha pari: un “Gratta e vinci” su 5 tra quelli venduti al mondo è italiano e nessun mercato internazionale è assorbito con la stessa invadenza del nostro dalle videolottery (57%). Un giro vorticoso di soldi alimentato anche dalle 400mila slot machine, una macchinetta “mangiasoldi” ogni 150 abitanti: al 23 ottobre scorso i nulla osta rilasciati erano 415mila a fronte di 379mila apparecchi ufficialmente a regime. La Lombardia è la regione regina dei giochi pubblici, il Lazio quella con la maggiore spesa pro capite. Ma Pavia nel 2011 guidava il gruppo tra i capoluoghi di provincia con 2.123 euro di spesa pro capite, praticamente uno stipendio e mezzo di importo medio di una famiglia italiana.

E quando il gioco si fa duro, accusa Libera, le mafie iniziano a giocare: sono ben 49 i clan che gestiscono “i giochi delle mafie”, da Chivasso a Caltanissetta, passando per la via Emilia e la capitale. Al ‘tavolo verdè siedono dai Casalesi di Bidognetti ai Mallardo, dai Santapaola ai Condello, dai Mancuso ai Cava, dai Lo Piccolo agli Schiavone: i clan non vanno mai in tilt e di fatto si accreditano ad essere “il quattordicesimo concessionario ‘occultò dei Monopoli di Stato. Un comparto, quello dei giochi d’azzardo, che sembra non risentire della crisi di cui soffre il Paese: cifre alla mano, offre lavoro a 120mila addetti, muove gli affari di 5mila aziende e mobilita il 4% del pil nazionale con il contributo di 36 milioni di italiani, fosse anche solo di quelli che si limitano a comprare il tradizionale tagliando della Lotteria Italia, peraltro in netto calo alla fine del 2011 (-15%). Nel 2011 con il fatturato legale dei giochi a 79,9 miliardi lo Stato ne incassava 8,8 (+24,3%). Ma a fine 2012 ne guadagnerà uno in meno dei dodici mesi precedenti, “tornando ai livelli di redditività di quattro anni prima”, si legge nel dossier.

fonte: Avvenire.it