di Marco Respinti da La bussola quotidiana

Ci sono anglicani in Australia che scalpitano per tornare alla piena comunione con la Chiesa Cattolica. Esistono, laggiù agli antipodi del mondo, congregazioni miste di anglicani e cattolici che si danno da fare per mostrare che l’unità non compromissoria è davvero possibile, e pure vescovi che, governando diocesi scismatiche in aree a malapena segnate sulle mappe, sono sinceramente riconoscenti al Papa. È la sublime, a volte fantasmagorica, realtà delle conversioni al cattolicesimo, la buona novella del fiume in piena che sta lasciando l’anglicanesimo in secca, in Australia così come in mille altre parti del globo. Alla fine dell’anno scorso le suore dell’All Saints’ Sisters of the Poors della chiesa anglo-cattolica del Monte Calvario di Baltimora, Stati Uniti, hanno letteralmente trapiantato il proprio ordine – ramo nordamericano di una casamadre londinese, indipendente dal 1890 – dentro la Chiesa Cattolica, conservando, con permesso, molta della ritualità liturgica di origine. Un mondo di bene sta insomma facendo l’Ordinariato personale di Nostra Signora di Walsingham [nella foto l’immagine della Vergine], istituito dopo anni di tira e molla il 15 gennaio scorso nel Regno Unito per accogliere gli anglicani convertiti d’Inghilterra e Galles, e adesso modello di numerose iniziative analoghe nel mondo.

Il caso esemplare dell’Australia lo descrive bene la tre giorni svoltasi all’inizio di febbraio al St. Stehpen’s College di Coomera per volontà congiunta dall’arcivescovo John Hepworth, primate della Comunione Anglicana Tradizionale (TAC) – l’ala più conservatrice degli scismatici, anglo-cattolica -, e dal vescovo ausiliario cattolico di Melbourne, mons. Peter Elliott, delegato della Conferenza episcopale australiana per il progetto dell’Ordinariato, lui stesso convertitosi dall’anglicanesimo nel 1968. Andrew Rabel ne offre un gustoso resoconto sulle pagine di Inside the Vatican, il mensile in lingua inglese diretto a Roma da Robert Moynihan. «La stragrande maggioranza dei presenti» al convegno di Coomera, scrive Rabel, «ha concordato nel dire che l’unità può essere raggiunta pur mantenendo una distintiva eredità anglicana». Per esempio i gesti della Comunione, che gli anglocattolici ricevono nelle due specie e generalmente in ginocchio: pare che nel quadro dell’Ordinariato potranno conservarne la tradizione. È per cose così ? narra Inside the Vatican ? che uno dei convegnisti anglicani ha osservato che «l’unico luogo dove nel secolo XXI le tradizioni anglicane potranno essere alimentate sarà la Chiesa Cattolica»… Del resto, Christopher Seton, parroco anglicano della chiesa di All Saints nel suburbio di Kooyong a Melbourne, ha notato che l’Ordinariato non è nemmeno «una società per la preservazione dell’anglicanesimo», né che i suoi membri saranno «un museo dove la gente viene ad ammirare vecchi tesori»: in realtà, «la bellezza dell’Ordinariato è che permette di essere uniti senza venire assorbiti».

Niente allegre scampagnate, comunque. I convertiti entreranno nell’Ordinariato solo attraverso la confessione e una professione di fede confermata con il crisma: il vescovo cattolico Elliott lo ha ricordato a tutti e tutti, in primis gli anglicani, hanno colto il messaggio. I ministeri laicali proseguiranno senza scossoni, gli ex ministri del culto anglicano verranno ordinati sacerdoti cattolici con osservanza del celibato ecclesiastico e quelli sposati dovranno chiedere una dispensa speciale che la Santa Sede valuterà però caso per caso. La fede richiesta per entrare nell’Ordinariato, ha precisato mons. Elliott, è quella esposta nel Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992, e a questo proposito l’inviato di Inside the Vatican regala alcune perle degne di nota.

La prima è l’affermazione del vescovo Elliott che del “Catechismo” giudica essere strumento utilissimo il compendio del 2005 in forma di domande e risposte. La seconda è che alla tre giorni di Coomera era in vendita un edizione paperback del “Catechismo” alla portata di ogni tasca cattolica e anglicana. L’ultima è la malcelata gioia del primate Hepworth nel ricordare che, richiedendo formalmente di entrare nella comunione cattolica, la TAC si è dichiarata obbediente sia al “Catechismo” sia al suo compendio… Degne di nota alla tre giorni australiana, registra Rabel, sono state le Serve della Santa Croce di Brisbane, una congregazione mista: suore sia anglicane sia cattoliche. Due di loro «hanno parlato del proprio viaggio spirituale e della tristezza causata dalla separazione dalla Chiesa Cattolica, oltre a dire che pregano affinché la frattura venga risanata». Un’altra suora proveniente dal piccolo e rurale Stato australiano del Victoria ha annunciato di voler «iniziare una nuova comunità dentro l’Ordinariato una volta che esso verrà istituito». E nessuno ha sottovalutato il contributo dato dal vescovo Tolowa Nona della Chiesa anglicana di Torres Straits, una diocesi composta da 17 tra le più di 270 isolette abitate da melanesiani che si trovano sparse nel braccio di mare tra la punta settentrionale dell’Australia e l’Isola di Papua Nuova Guinea di cui Jules Verne fa menzione in Ventimila leghe sotto i mari.

Nona ha infatti ringraziato pubblicamente Benedetto XVI per la generosità dimostrata nel promulgare, nel novembre 2009, la costituzione apostolica Anglicanorum Coetibus che affronta la questione anglicana con serietà e carità, e sulle cui basi è finalmente giunta l’istituzione nel Regno Unito dell’Ordinariato, modello universale di conversione e comunione. Un’Australia fertile, insomma, che da tempo vive d’iniziative importanti quali per esempio l’apertura, a Brisbane, negli anni 1980, della prima scuola secondaria ecumenica, il John Paul College, ispirata all’enciclica Redemptor hominis del 1979 e, più ampiamente, dalla constatazione (da parte anglicana) del forte legame che esiste tra l’ecclesiologia promossa dal Concilio Ecumenico Vaticano II e gli sforzi ermeneutici profusi nell’Ottocento dal Movimento di Oxford, culminati nella conversione al cattolicesimo del beato John Henry Newman. E non è finita. Oltre agli anglicani d’Australia, numerose comunità scismatiche di Stati Uniti, Canada, America Meridionale e Africa non aspettano altro che la benedizione dell’Ordinariato.