Andrea Sartori (Insegnante)

L’Iran è il territorio dove si gioca la fondamentale partita per la libertà informatica tra Cina e Iran. Il quotidiano del partito comunista cinese People Daily ha attaccato gli Stati Uniti sulla questione internet, accusando Washington di fomentare la rivolta in Iran. Come si può vedere due tra le più esecrabili dittature, l’Iran e la Cina, sono legate a doppo filo da interessi comuni, dopo che i fatti di Teheran hanno ricordato a molti i fatti di Tienanmen.

“Dietro quello che gli Usa chiamano libertà di parola vi è un bieco schema politico. Come avrebbe potuto altrimenti proseguire la protesta dopo le elezioni iraniane?”,  scrive Wang Xiaoyang nell’editoriale in cui si accusano gli Usa di fomentare la rivolta in Iran. E continua “Lo hanno fatto attraverso i video Youtube e i microblog di Twitter che hanno fatto circolare le voci, creato le divisioni, fomentato e alimentato la discordia tra i conservatori e le fazioni riformiste del Paese”.
La Cina e l’Iran tremano, è evidente, dinanzi alla libertà d’espressione. Il duro discorso del segretario di Stato americano Hillary Rodham Clinton sulla libertà su internet dopo gli attacchi a Google ha fatto infuriare la nomenklatura della superpotenza asiatica. Perché su Google China è successo qualcosa di mai accaduto prima: se si clicca la parola Tienanmen appaiono le celeberrime (fuori dalla Repubblica Popolare) immagini del “rivoltoso sconosciuto” il ragazzo che sfidò i carri armati durante la repressione ordinata da Deng Xiaoping il 4 giugno 1989. Oggi le stesse cose si stanno ripetendo nella Repubblica Islamica dell’Iran,  dove grazie a Twitter sono arrivate a noi le immagini dell’atroce repressione ordinata dagli ayatollah dopo i brogli alle elezioni iraniane. Grazie ad un filmato arrivatoci tramite telefonino abbiamo potuto vedere la fine di Neda Agha Soltan, la ragazza che è divenuta il simbolo della rivolta iraniana. 1989-2009: sono incredibili le analogie tra la rivolta di Piazza Tienanmen e la rivolta iraniana. In ambedue i casi abbiamo studenti eroici che sono scesi in piazza per chiedere libertà. In ambedue i casi le voci di questi studenti sono state annegate nel sangue e nell’omertà occidentale. Abbiamo scontri durante i funerali di due riformisti (Hu Yaobang in Cina, Hussein Ali Montazeri in Iran). E abbiamo i grandi vecchi, Deng da una parte e Ali Khamenei dall’altra, nel ruolo dei carnefici. Eppure non sono solo queste analogie a legare la Repubblica Popolare alla Repubblica Islamica. C’è anche un forte legame politico attuale. Un traingolo il cui terzo angolo è la Russia di Putin. Sarà un caso che gli studenti iraniani in rivolta contro i mullah gridino nei loro slogan “Morte alla Russia” e “Morte alla Cina”? E questo mentre Russia, Cina e Iran stanno pensando ad un patto energetico. Russia e Cina sono tra i principali sponsor nucleari di Teheran, e i più grandi alleati-protettori di Ahmadinejad. L’opinione pubblica mondiale è addormentata dal fatto che “la Cina ci tirerà fuori dalla crisi”. Quindi sarebbe disposta anche ad ingoiare i vantaggi per l’Iran. Sicuramente sarebbe disposta a sacrificare qualche studente sognatore di Teheran.

Ma ciò che conta è quello che arriva da e in questi due Paesi. Grazie a Twitter i ragazzi di Teheran hanno portato la loro rivoluzione nelle nostre case, e ci chiedono di non essere dimenticati. Google ha portato, almeno fino a che non sarà oscurata, le immagini del rivoltoso di Piazza Tienanmen e gli appelli del Dalai Lama in Cina. E se anche l’uso di Google resta minoritario in Cina rispetto al motore di ricerca cinese Baidu, bisogna ricordare che sono le persone istruite ad usare Google (vale a dire la minoranza, il che la dice lunga sulla “superpotenza del XXI secolo”) e che quindi hanno avuto, per un po’ di tempo, la possibilità di essere liberi. Teheran e Pechino hanno paura della libertà. Perché la libera circolazione delle informazioni può farli sembrare meno forti di quello che voglio far apparire