Chiede al Governo di ricorrere contro la decisione di un giudice che lo autorizza

di Nieves San Martín

BUENOS AIRES, lunedì, 1° marzo 2010 (ZENIT.org).- Il Cardinale Arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Bergoglio, ha affermato in un comunicato di respingere la decisione giudiziaria che autorizza il matrimonio tra due persone dello stesso sesso e ha chiesto al Governo della capitale, guidato da Mauricio Macri, di ricorrere contro questa decisione del giudice Elena Liberatori.

“La legislazione civile argentina che ci regge regola il matrimonio come entità civile composta da un uomo e da una donna – si legge nel comunicato diffuso dal Cardinale –. La decisione di un giudice nel contenzioso amministrativo che permette un vincolo matrimoniale tra persone dello stesso sesso è quindi contraria alla suddetta legislazione”.

“Basandosi sul fatto che da epoche ancestrali il matrimonio si intende come l’unione tra uomo e donna, la sua riaffermazione non implica alcuna discriminazione”, aggiunge.

“Visto che il Potere Esecutivo della città autonoma di Buenos Aires è il garante della legalità nella città, il capo del Governo, attraverso il Pubblico Ministero, ha il dovere di ricorrere di fronte a questa decisione”, termina il testo.

Mauricio Macri era già stato messo in discussione dal Cardinal Bergoglio nel novembre scorso, quando il capo del Governo aveva reso pubblica, attraverso Facebook, la sua intenzione di non ricorrere di fronte alla decisione del giudice Gabriela Seijas che aveva autorizzato le nozze di Alex Freyre e José María Di Bello.

La coppia non aveva poi potuto sposarsi per una decisione contraria della Camera Nazionale riguardo alle questioni civili, ma ha finito per farlo a Ushuaia, nella Terra del Fuoco, nell’estremo sud del Paese, il 28 dicembre scorso.

Membri dell’entourage dell’Arcivescovo hanno riferito al quotidiano “La Nación”: “Il nostro atteggiamento non è religioso, discriminatorio o fondamentalista, ma puramente legalista: è parte del compito pastorale difendere l’applicazione delle leggi perché non si commetta un atto di ingiustizia nei confronti degli altri”.