MONACO (Germania), giovedì, 1° aprile 2009 (ZENIT.org).- L’Arcivescovo caldeo-cattolico di Kirkuk, monsignor Louis Sako, ha avvertito che si rischia la scomparsa del cristianesimo in Iraq.

In una conferenza stampa svoltasi questo mercoledì a Vienna, spiega un comunicato ricevuto da ZENIT, il presule ha spiegato che i cristiani iracheni hanno sofferto in modo indicibile negli ultimi cinque anni.

Monsignor Sako è intervenuto su invito dell’associazione caritativa cattolica internazionale Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) e delle organizzazioni Christian Solidarity International in Austria e Pro Oriente, ricordando che questo lustro di guerra è costato la vita a 750 cristiani, tra cui l’Arcivescovo di Mosul, monsignor Paulos Faraj Rahho.

“200.000 cristiani hanno abbandonato il Paese, il che è una tragedia per noi”, ha confessato, chiedendo aiuto per i fedeli perché possano restare in Iraq o tornare nelle proprie case.

L’Arcivescovo ha segnalato che gli emigrati, ora presenti soprattutto in Siria, Giordania, Libano e Turchia, rappresentano “una grande sfida per la Chiesa” e che molte famiglie vivono sfollate in piccole località del nord dell’Iraq dove è molto difficile trovare lavoro.

Ringraziando ACS, Christian Solidarity International in Austria e Pro Oriente per l’aiuto che offrono – perché “in questo modo contribuiscono a che i cristiani non emigrino nonostante la loro situazione difficile” –, ha chiesto anche che si eserciti una maggiore pressione politica sull’Iraq.

A suo avviso, “è una vergogna” che non si rispettino i diritti umani dei cristiani, perché anche loro sono cittadini iracheni. Sono infatti presenti da 2.000 anni nel Paese, ha osservato, e con la loro espulsione si perderebbe anche una parte della cultura e della storia dell’Iraq.

Malgrado le difficoltà, rivela, i cristiani non demordono. “Abbiamo molti problemi, ma anche molte speranza. Non abbiamo paura, ma vogliamo convivere in pace con i musulmani iracheni”.

Per il presule il dialogo tra le due religioni è possibile, “non dal punto di vista teologico, ma come un ‘dialogo della vita’”, ma è anche necessario che i musulmani riflettano sul nuovo concetto di “libertà responsabile” dell’uomo e compiano un’interpretazione del Corano adatta ai tempi.

“I musulmani vivono come nel VII secolo, e questo è un problema”, ha osservato.

Allo stesso modo, è problematico che molti iracheni identifichino le truppe statunitensi – che secondo la popolazione hanno invaso il Paese per combattere l’islam – con i cristiani, ma suscita preoccupazione anche il ritiro delle truppe, perché in questo momento il problema principale del Paese è la mancanza di sicurezza, e l’esercito e la polizia iracheni non sono abbastanza forti.

“Sotto il regime di Saddam avevamo sicurezza e non avevamo libertà. Oggi abbiamo libertà, ma abbiamo anche il problema della sicurezza”, ha concluso.