Le parole a braccio, e come dal cuore, di Benedetto XVI
di Marina Corradi
Tratto da Avvenire del 21 aprile 2011

«La mia casa ha tremato, e molti miei amici sono morti. Perché devo avere tanta paura? Perché dei bambini devono provare tanta tristezza? Tu, che parli con Dio, puoi spiegarmelo?» La domanda di una bambina giapponese è la prima delle sette che verranno poste al Papa domani, venerdì santo, in una puntata straordinaria di “A sua immagine”, su Raiuno. Sette domande, scelte fra migliaia. Ma la prima cui il Papa risponderà, è quella della bambina giapponese. Diritta al cuore del male che su questa terra affrontiamo: lo scandalo del dolore innocente, il più intollerabile – quello che fa dire a Ivan, ne “I fratelli Karamazov”, che di questa vita preferisce «restituire il biglietto a Dio». (Non è forse la stessa ribellione nostra, di fronte a un bambino ucciso, o consumato da un male inguaribile?)

Ma sul nodo del dolore e del male Benedetto XVI è andato anche ieri, in udienza, a braccio; come fa quando il cuore gli scappa oltre le righe preparate, nell’urgenza di dire ciò che gli preme. E dunque ieri il Papa si è fermato sull’ora del Getsemani, quando Cristo quasi implora i discepoli («La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e pregate con me»).

E quelli, si addormentano. E non è solo stanchezza, e non è un caso: la sonnolenza dei discepoli nell’ora della abissale angoscia di Cristo «è il problema di tutta la storia», ha detto il Papa: «È una certa insensibilità dell’anima per il potere del male, un’insensibilità per tutto il male del mondo. Noi non vogliamo lasciarci turbare troppo da queste cose, vogliamo dimenticarle: pensiamo che forse non sarà così grave, e dimentichiamo». (Non è forse proprio ciò che facciamo davanti alle immagini dal Giappone, o ai numeri dei morti per fame nel mondo, o a quelle barche di profughi e donne incinte che caracollano nel Mediterraneo, e talvolta sprofondano, tra grida che nessuno sente, nel buio del mare?)

È vero: noi ascoltiamo, ci rammarichiamo, poi voltiamo pagina e cerchiamo di non pensare. Saremmo sopraffatti, temiamo, dall’oscurità, se sapessimo davvero quale e quanto male ogni giorno si compie su questa terra. Dobbiamo pur sopravvivere: e dunque sonnecchiamo – come quei tre, nel Getsemani. Ma c’è, ha avvertito ieri il Papa, una insensibilità anteriore che ci chiude gli occhi di fronte al dolore; è in fondo «la insensibilità alla presenza di Dio, che ci rende in sensibili anche al male».

Che ci ha voluto dire questo nostro padre in questa settimana santa? Che quel dolore cocente che costella, spesso non visto e ignorato, il tempo e la storia – la fame, l’abbandono, la morte – tanto meno ci è sostenibile, quanto più ci dimentichiamo di Dio. Perché enorme, è vero, è il male sotto al sole; ma soltanto nella certezza che Cristo ha vinto la morte il dolore è affrontabile. Solo se in Cristo tutti quelli che muoiono abbandonati sono salvi, e finalmente abbracciati, possiamo alzare gli occhi, e guardare il male, e affrontarlo, senza esserne travolti; possiamo vegliare, come era stato chiesto a quei tre.

Così le parole a braccio a San Pietro sembrano la continuazione di un intimo dialogo con la bambina che dal Giappone domanda: perché tanto dolore? E la risposta del Papa è umile e come disarmata: «Anche a me vengono le stesse domande: perché è così? E non abbiamo le risposte, ma sappiamo che Gesù ha sofferto come voi, innocente; che il Dio vero, che si mostra in Gesù, sta dalla vostra parte». E un giorno, aggiunge in quell’italiano un po’ rigido che ci è caro, capiremo «che questa sofferenza non era invano, ma che c’è un progetto buono, un progetto di amore dietro». Con gli occhi aperti, vegliare; nell’ora dell’angoscia, restare; in quella della morte, e nella notte infinita del sabato, ostinatamente sperare. Noi vedremo, un giorno, bambina del Giappone; e tu, rivedrai tutti i tuoi amici. E, vivi per sempre, tornerete a giocare.