Madrid, 25. Con soli sei voti di scarto (132 sì contro 126 no e un’astensione), il Senato spagnolo ha approvato ieri sera in via definitiva la nuova legge organica sulla salute sessuale e riproduttiva e sull’interruzione volontaria di gravidanza che, tra l’altro, consente anche alle sedicenni di abortire entro la quattordicesima settimana di gestazione. Contro il provvedimento, che entrerà in vigore nei prossimi mesi, si sono battuti con forza la Chiesa cattolica, i movimenti pro-vita e, in Parlamento, il Partito popolare (Pp). Proprio dal portavoce del Pp, Carmen Dueñas, sono giunte le prime dichiarazioni di dissenso, riportate dal sito Hazteoir.org.

La Dueñas ha accusato il Governo socialista guidato da José Luis Rodríguez Zapatero di “imporre l’aborto libero”, di “voler eliminare uno dei pilastri della società spagnola quale è la famiglia” e di “ignorare la voce dei cittadini” che in maggioranza hanno criticato aspramente il progetto di legge (la settimana scorsa vari gruppi anti-abortisti avevano consegnato più di un milione di firme contro la riforma). Nessuna reazione, al momento, da parte dei vescovi, anche se è molto probabile un intervento ufficiale al termine della Commissione permanente della Conferenza episcopale spagnola che si conclude proprio oggi a Madrid.
La nuova legge consente di abortire liberamente entro la quattordicesima settimana e fino alla ventiduesima in caso di rischio per la vita o la salute della donna o di gravi anomalie del feto (in quest’ultimo caso è necessario il parere espresso da medici diversi da quelli che praticano l’intervento). Per quanto riguarda le minorenni di 16 e 17 anni, esse devono informare almeno uno dei genitori o tutori legali del loro desiderio di interrompere la gravidanza, a meno che questa comunicazione le esponga a “un pericolo certo di violenza familiare, minacce, coazioni, maltrattamenti” o produca “una situazione di sradicamento o abbandono”. Un’eccezione alla regola che è stata definita dagli oppositori come un vero e proprio “colabrodo”.
La Conferenza episcopale è più volte intervenuta finora per esprimere la sua contrarietà al progetto  di legge. In una dichiarazione, datata 17 giugno 2009, la Commissione permanente denunciava che il provvedimento comporta “un grave passo indietro nella protezione del diritto alla vita dei nascituri, un maggiore abbandono delle madri in attesa e, in definitiva, un danno serissimo al bene comune”. Secondo i vescovi, “lo Stato che concede la qualifica di diritto a qualcosa che, in realtà, è un attentato contro il diritto fondamentale alla vita, sconvolge l’ordine elementare di razionalità che è alla base della sua propria legittimità”. L’inclusione dell’aborto tra i mezzi necessari per conservare la salute è “una grave falsità”, affermano i vescovi, per i quali “abortire non è mai curare, è sempre uccidere”.

(©L’Osservatore Romano – 26 febbraio 2010)