di Rosanna Brichetti Messori
Tratto da La Bussola Quotidiana

Conversione, penitenza! Ecco le due parole che uniscono tra loro pressoché tutte le apparizioni mariane.

Due elementi che sembrano rappresentare una costante nel tempo, ma anche nei differenti luoghi della terra dove si sono verificati questi fenomeni straordinari e il Cielo si è aperto per parlarci. La cosa è certamente singolare e non può non far pensare. Per questo viene voglia di approfondirla, tanto più nel Tempo liturgico che stiamo attraversando. In quella Quaresima, cioè, che è attesa della Pasqua e che tradizionalmente si accompagna nella Chiesa, ad un atteggiamento interiore ma anche a gesti esteriori che dovrebbero appunto essere di conversione e di penitenza.

Abbiamo pensato di farlo entrando meglio nel cuore di due tra le Apparizioni più note anche perché abbastanza vicine a noi nel tempo: Lourdes e Fatima.

E’ il 25 febbraio 1858. A Lourdes, è la nona apparizione. Bernadette, circondata da una folla di oltre 350 persone, nonostante l’opposizione delle autorità, è tornata alla grotta. Ma fa cose strane, diverse dal solito, che colpiscono molto i presenti: risale camminando sulle ginocchia, il piano inclinato fino al fondo della grotta e, là giunta, scava con le sue mani la terra umida, poi la porta alla bocca come se bevesse e, infine, con il viso tutto infangato si rialza. Saranno gesti che ripeterà anche nei giorni seguenti, rivelando come non soltanto li abbia compiuti perché Acquerò – quella là, come la chiamava Bernadette che ancora non sapeva trattarsi della Immacolata Concezione – glieli aveva chiesti, ma anche le parole con le quali Maria li aveva accompagnati. «Penitenza! Penitenza! Penitenza!…»; «Pregherete Dio per i peccatori»; «Andate a baciare la terra in penitenza per la conversione dei peccatori».

A Fatima, invece, siamo nell’estate del 1916 quando un angelo appare per la seconda volta a Lucia, Giacinta e Francesco e chiede loro preghiere e sacrifici. Quando i tre bambini chiedono che cosa ciò significa in pratica, egli risponderà loro: «Tutto ciò che potrete: offrite a Dio in sacrificio un atto di riparazione per i peccati per i quali egli è offeso e di supplica per la conversione dei peccatori. Attirate così la pace sulla vostra patria. Io sono l’angelo custode, l’angelo del Portogallo. Soprattutto, accettate e sopportate con umiltà le sofferenze che Dio vi invierà». Poco meno di un anno dopo, il 13 maggio 1917, nel corso della prima apparizione sarà Maria stessa a rivolgersi ai piccoli pastori chiedendo loro: «Volete offrire voi stessi a Dio per sopportare tutte le sofferenze che vorrà inviarvi in un atto di riparazione per i peccati per i quali è offeso e di supplica per la conversione dei peccatori?». E quando i bambini nella loro purezza e ingenuità rispondono «Sì, lo vogliamo», Maria aggiunge: «Soffrirete molto, ma la grazia di Dio vi sarà di conforto».

Il 19 di agosto di quello stesso anno, poi, Maria ribadirà: «Pregate, pregate molto e fate dei sacrifici per i peccatori perché molte anime vanno all’inferno, fate sacrifici e pregate per esse».

Parole arcaiche, quelle pronunciate nel corso delle Apparizioni, lo sappiamo. Parole che spesso innervosiscono teologi e sapienti perché sembrano tagliate con l’accetta. Parole che non si preoccupano certo di tenere conto del “politicamente corretto” in auge in ogni epoca. Parole che, tuttavia, proprio per questo, vanno sempre al sodo e che raggiungono subito il cuore del problema. Il peccato esiste e offende Dio. L’inferno, nonostante ogni tanto qualcuno di noi al proposito si illuda, non è affatto vuoto proprio perché i peccatori sono molti. Per questo occorre pregare e fare penitenza per i propri peccati ma anche per quelli degli altri. Occorre offrire se stessi a Dio accettando di buon grado, come espiazione, le sofferenze che Dio permetterà ci raggiungano.

Può sembrare un messaggio duro, persino crudele per noi uomini d’oggi, così ipersensibili e delicati. Ma a pensarci bene è quello che ha fatto Gesù quando ha deciso di salire in croce per i peccati di tutti. E neanche per lui si è trattato di una passeggiata. Ha iniziato nell’orto degli Ulivi a sudare sangue per finire sul Calvario trapassato da una lancia. Soffriva nel corpo ma era triste anche nell’animo perché ad un certo punto si sentirà abbandonato persino da quel Padre al quale tutto stava offrendo. Ma è stato aiutato a giungere fino alla fine che non è stata la morte ma la gioia e la luce della Risurrezione.

Ma anche quello che ha fatto Bernadette, la veggente di Lourdes, alla quale del resto Maria stessa aveva promesso di non farla felice in questa vita ma nell’altra. Una piccola e modesta suora che è stata fatta santa non certo perché aveva visto l’Immacolata ma perché aveva reso, lei per prima, la sua vita coerente con il messaggio che aveva ricevuto. E’ anche quello che hanno fatto i tre pastorelli di Fatima. Giacinta e Francesco morti solo qualche anno dopo. E Lucia che invece aveva risposto offrendo la sua vita e la sua preghiera come monaca carmelitana.

E noi? Non sgomentiamoci se siamo tentati di avere un po’ di paura davanti a richiami così forti. Credo si tratti di una reazione naturale. E’ la tentazione che sempre abbiamo di cercare di salvare la nostra vita fuggendo davanti a Dio. Il quale invece ci ha assicurato che chi la perde nel suo nome, in realtà la troverà.

Tanto più che, a ben vedere, per rispondere anche al richiamo delle apparizioni in questa Quaresima non siamo chiamati a fare cose particolarmente fuori dall’ordinario. Non ci farà male, è vero, se come ha chiesto Maria a Medjugorie, il mercoledì e il venerdì magari digiuneremo a pane ed acqua. Ma in realtà, quello che dovremmo fare soprattutto sarebbe quello di cogliere l’occasione della Quaresima per raccoglierci un po’ di più in noi stessi proprio per verificare un po’ meglio a che punto è la nostra conversione. Cioè a che punto è quel nostro “offrirci” a Dio che chiede anche Maria a Fatima. Un “offrirci” che consiste essenzialmente, io credo, nel rinunciare ai nostri progetti, anche quelli buoni, sui quali spesso ci impuntiamo a lungo, per abbandonarci davvero e finalmente a Dio. Per scoprire così il disegno che egli ha su di noi e per abbracciarlo con gioia e slancio interiori anche in quella parte di sofferenze che eventualmente comportano.

Ecco, credo che questo sia il sacrificio migliore che possiamo fare, la penitenza più grande, la conversione più profonda. Della quale, allora non potranno non entrare a far parte spontaneamente anche i fratelli con il loro cumulo di peccati e di sofferenze. E questo perché se noi entriamo più profondamente nel circuito dell’amore divino, donando in modo sempre più generoso la nostra vita a Dio, questo circuito non potrà non estendersi fino ad abbracciare anche tutti gli altri che Dio ama: quelli più vicini, ma anche tutti gli uomini, i credenti ma anche i tanti che ignorano o che rifiutano quel Gesù che non conoscono.

In una solidarietà profonda e umile, che è quella propria della comunione dei santi, perché tutti siamo peccatori, gli uni bisognosi dell’aiuto e della comprensione degli altri, tutti fiduciosi in quella misericordia divina che non rinnega ma supera la giustizia.