In mano il BlackBarry Bold. Dall’altra parte (e in ogni parte), un tot di followers. Il dito pronto a inviare al suo pubblico gobale un tweet filosofico («Aggiorno, dunque sono»). Poi l’intuizione, che trasforma quel messaggio nell’inizio di un impianto teorico contro la socialità dei social media. «Aggiorno, dunque non sono». 


È da quel «cinguettio» che Andrew Keen partì per arrivare a denunciare, come fa oggi davanti alle platee di tutto il mondo – divise in scettici ed ammiratori – «la raccapricciante tirannia di un social network sempre più trasparente che minaccia la libertà individuale, la felicità e forse perfino la personalità stessa dell’essere umano contemporaneo». I patiti della connessione nicchieranno, ma è un fatto che «il guru di internet», «l’anticristo della Silicon Valley», o comunque Keen venga chiamato, sia la voce più ascoltata sulla «falsa rivoluzione» rappresentata da Facebook, Twitter, Google+, LinkedIn, ecc.

In questi giorni Keen è in Italia, per presentare il suo libro Vertigine digitale. Fragilità e disorientamento da social media (Egea 2013, 224 pagg., 20 euro, 11,99 e-pub). Incontri con gli universitari e un esordio al Festival del giornalismo di Perugia contro Occupy, Anonymous, Wikileaks, ma anche il Movimento 5 stelle: «La trasparenza è una delle ideologie più corrosive».

Con gli studenti dell’Università Iulm ha spiegato perché «la raccapricciante concezione di Zuckerberg dell’identità individuale non riesca ad afferrare la compessità della condizione umana» e lo ha fatto a suon di citazioni cinematografiche da The Social Network, 2010, il film di David Fincher su Marc Zuckerberg e gli altri creatori di Facebook (una battuta cult quella in cui Justin Timberlake-Sean Parker sentenzia: «Prima vivevamo nelle fattorie, poi nelle città e ora vivremo su internet!»), ma anche da Hitchcock (Vertigo, 1958), e The Truman Show, 1998.

La sua è una difesa appassionata «del mistero e della segretezza» di ciascuno. Una riaffermazione, pur con l’immancabile iPhone alla mano (dall’intuizione «cartesiana» ha intanto cambiato telefonino) del «diritto» di ciascuno alla privacy, all’autonomia, e perfino «alla solitudine, in un mondo che nel 2020 ospiterà circa 50 miliardi di apparecchi intelligenti in rete».

Puntando l’indice sulla «trappola della visibilità», Keen fa un attacco nemmeno troppo velato ai magnati della Silicon Valley – da cui lui stesso proviene e in cui ha fondato Audiocafe.com – , e all’uso che dei dati personali si fa nella rete, cavalcando la tendenza dei singoli utenti al protagonismo e al desiderio di costruire uan propria immagine pubblica. A volte drammaticamente diversa da quella reale.

Nell’«epoca del grande esibizionismo» Keen tenta di spiegare perché «i social media stanno indebolendo la nostra identità». Assicura che lungi dal creare «una nuova era comunitaria e di uguaglianza fra gli esseri umani», essi «ci disorientano e ci dividono», creando anzi una vera e propria «aristocrazia digitale».  Tesi facile da sposare per chi non subisce il fascino del Web 3.0. Ma anche i maniaci del vivere «social» non potranno ignorare «il grande paradosso della nostra vita», segnalato fin dalla seconda di copertina del libro di Keen: «l’incompatibilità tra il nostro profondo desiderio di appartenenza alla comunità online e di amicizia e l’altrettanto forte desiderio di libertà individuale». E non sapranno contestare il suo autore quando – invitando a premere il tasto «rifiuta» se una app come Tweeti vuole usare la nostra posizione attuale – ci ricorda che «la nostra unicità come specie sta nella capacità umana di differenziarsi dalla folla, di tenersi fuori dalla società, di essere lasciati in pace, di poter riflettere e agire per conto proprio».

Annalisa Guglielmino da Avvenire.it