I coniugi Macina, con 4 dei dieci figli, operano in diverse diocesi del Paese africano, trovandosi in mezzo ad attacchi cruenti

In Nigeria sperano di rientrare fra qualche mese, in estate: «Lì Dio parla in modo speciale: quando hai paura, ti appoggi davvero a Lui», dice Andrea Macina, 48 anni, da 19 missionario itinerante in varie diocesi nigeriane con la moglie Francesca e quattro dei dieci figli.

«I più grandi vivono a Roma e ci raggiungono quando vogliono, mentre i più piccoli stanno con noi», racconta. Una passione e una vocazione, quella missionaria, che vive nella coppia ancor prima del matrimonio. Lei ex hostess, lui impiegato «con lunghe aspettative» in uno studio notarile, fanno parte di una comunità neocatecumenale, nella parrocchia dei Martiri Canadesi.

Hanno dato la loro disponibilità e sono partiti quando erano sposati da 6 anni, con cinque figli e uno in arrivo. Destinazione: la città di Kaduna, capitale dell’omonimo Stato al centro-nord della Nigeria, con circa 3 milioni di abitanti, dove cattolici e musulmani si equivalgono numericamente. E dove le tensioni non mancano, «ma le religioni vengono strumentalizzate politicamente», osserva Andrea. Lo scorso anno, a causa degli scontri in prossimità delle elezioni presidenziali, «abbiamo vissuto la Pasqua chiusi in casa e la Pentecoste in un luogo protetto, aspettando l’alba per poter celebrare l’Eucaristia». Insieme a loro, anche don Eduardo, cileno, che condivide da due anni la missione in una terra complessa, difficile da decodificare attribuendo le violenze al fondamentalismo islamico.

«L’intolleranza è anzitutto politica, poi entrano in gioco fattori etnici e religiosi, ma non sono scatenanti e, anzi, vengono strumentalizzati. Gli attuali estremisti, ad esempio, uccidono anche musulmani; il loro obiettivo è arrivare al potere, attaccando le istituzioni».

Per il crescendo di violenze, il 7 dicembre la famiglia Macina è rientrata temporaneamente in Italia: «Era difficile fare catechesi, vedersi per le riunioni e per gli incontri con le comunità», confida il capofamiglia, che la prossima settimana festeggerà la laurea in matematica della primogenita Benedetta, 23 anni, mentre a novembre sarà il turno di Miriam, la seconda figlia, che ha scelto di laurearsi in storia. Poi c’è Tommaso, che studia ingegneria, fino all’ultimo arrivato, che frequenta la seconda elementare. «I presidi ci concedono di farli studiare con noi, quando siamo in Nigeria, così quando rientrano nella loro classe si trovano in pari con il programma svolto», assicura il papà.

Che ci tiene a sottolineare: «Non facciamo niente di speciale: l’annuncio che portiamo è infinitamente più grande di noi stessi. Ci muoviamo in diverse diocesi, da Kaduna e Zaria al nord, a Minna, nel centro-nord del Paese, fino ad Awka (nella zona orientale) e a Ekiti, a sud-ovest». Non è la prima volta che i Macina si ritrovano in mezzo ad attacchi cruenti, «nella precarietà più assoluta»: è successo anche nel 2000 e nel 2002. Allora preferiscono rientrare a Roma, riunendo tutta la famiglia. «Non ci andiamo a cercare il martirio», precisa Andrea, che insieme a Francesca e ai suoi figli ha visto frutti evangelici. Qualche esempio? «Il perdono: fratture secolari risanate tra persone di tribù diverse, che stanno da 27 anni nella stessa comunità. E il regredire di una mentalità abortistica: non è facile essere aperti alla vita e fidarsi della Provvidenza in un Paese dove le scuole e la sanità si pagano».

Laura Badaracchi

fonte: www.avvenire.it