Di Davide Rondoni

Ora ci han detto di tutto. Non fac­cio la vittima, non è, nemmeno ora, il caso. Ma c’è da dire che noi cat­tolici collezioniamo ingiurie. Non me ne dolgo più di tanto. È un patimento che provoca una strana risorsa di al­legria. Di pace, verrebbe da dire, in mezzo alle contumelie. Come se il do­lore che duramente colpisce in tutta questa vicenda purificasse, togliesse l’aspro dalle offese che in tanti stanno costruendoci sopra. Insomma, siamo in una vicenda così dolente, così pie­na di amarezza da rendere più stupi­de, più ottusamente ridicole le offese. Sì, avete aggiunto questa ingiuria. Ma non ve ne verrà nessuna soddisfazio­ne.

Dico a voi che da tempo ne inven­tate sempre di nuove. L’avete messa tra le frecce del vostro millenario ar­co. La peggiore che si poteva immagi­nare. Lo fate attaccandovi ai fatti, cer­to, ma soprattutto mulinando i fatti con chiacchiere, polvere e veleno in un unico gesto offensivo. In uno stra­no gesto di disprezzo, che sembra a­vere a cuore di colpire qualcuno più che compatire il male e rispettarlo con la chiarezza.
Non ho ancora una vita lunga. Però ho fatto in tempo a prendermi di tutto. Mi è stato dato di tutto. Dal corrotto al politicante, dall’impietoso all’integra­lista. Dal fascista al comunista. Dal­l’oscurantista al retrogrado. Mi è sta­to dato, detto di tutto. E ora pure que­sto. Amico dei pedofili, appartenente a una specie di associazione pedofila. Una specie di concorso esterno. Un’accusa enorme. Che può schiac­ciare chiunque. Che fa del male a tan­ti, e che in modo canagliesco distorce fatti e sfregia il viso della gente. Lo di­cono, si sente dire. Ma non lo dicono le persone del popolo. Che sanno e di­stinguono la disgrazia e il crimine, e hanno compassione per le dure vi­cende che toccano gli uomini. Lo di­cono i giornali, lo titolano tendenzio­si quei giornali come quello femmini­le italiano popolare che grida in co­pertina: ‘ Preti pedofili. E adesso lo manderesti tuo figlio all’oratorio?’. Violenza banale di un giornalismo scorretto e tendenzioso.
Ora che non si può offendere più nes­suno né per il colore della pelle, né per le tendenze sessuali ( e giustamente) si possono almeno offendere i catto­lici. E con la maggior infamia. Non lo fa la gente del popolo, se non come battuta semmai, con la trivialità che però innocua passa via. Ma lo sugge­riscono, lo ripetono con il sorrisetto sulle labbra coloro che guidano i me­dia. Animati da una specie di gusto o­scuro per lo sfascio, per il peggio. Co­me se un problema enorme, vasto e diffuso in ambienti di ogni genere co­me la pedofilia venisse travisato per orientarne la cattiva ombra solo in un senso, solo contro qualcuno. Certo, un antipatico moralismo cattolico divie­ne ora un comodo bersaglio. Ma il cat­tolicesimo non è quella riduzione ad antipatico moralismo operata a volte anche da uomini di Chiesa a corto di argomenti e di cuore. Eppure, ecco, o­ra che davvero ho preso di tutto e che mi trattano peggio della minoranza più offesa, e con più lividume, resta e quasi fiorisce in fondo una specie di strana quiete. Che non è solo quella di chi, avendo ricevuto ogni genere di of­fesa, non ha più nulla da temere e va sereno della propria coscienza e della realtà dei fatti. È quella quiete profon­da di chi tieni gli occhi sulla realtà, du­ra e drammatica e però piena di bene, mentre altri si avvelenano il sangue tra livori e offese che come fuochi d’ar­tificio ricadono spente.
Sì, non ci viene risparmiato niente. Ma nulla, diceva l’apostolo delle genti che raccolse offese di ogni genere girando ad annunciare il Vangelo, ci può sepa­rare dall’amore di Cristo. Che proprio in questi frangenti mostra più forti la sua pazienza e il suo fuoco.

© Copyright Avvenire 31 marzo 2010