Le suore della clinica di Lecco non domandavano nulla: gratuità assoluta, silenziosa, paziente di fronte al silenzio infinito della malata. È un modo materno di voler bene. È il modo del Dio cristiano, che è misericordioso

di Marina Corradi

Eppure a molti, e anche tra i favorevoli alla sospensione dell’alimentazione a Eluana Englaro, appare difficilmente comprensibile la ostinazione del padre nel chiedere la morte della figlia. «Se fosse figlia mia, preferirei averla in stato vegetativo che al cimitero», dicono, diciamo, in tanti, e soprattutto donne. Meglio quel sonno infinito che una lapide, meglio quel respiro sottile che il silenzio di una tomba. Sul Corriere della Sera online c’è una intervista a Beppino Englaro. Il padre mostra le foto di Eluana a vent’anni, bellissima («Era lo splendore della vita») e al giornalista che domanda a chi somiglia risponde netto: «A me, soltanto a me». E aggiunge: «Mia figlia, era un purosangue».
E si capisce, nelle foto in cui la ragazza sorride sempre verso l’obiettivo, quasi in posa, la fierezza del padre, incantato e fiero di quella sua figlia radiosa.
E oggi, chiede ancora il giornalista, chi è Eluana? «Dal 18 gennaio 1992 Eluana non è mai esistita», risponde Englaro, con una nettezza che colpisce. Cioè, dal momento in cui ha capito che non sarebbe mai più tornata «la creatura splendente» di prima, Eluana per il padre è morta. Morta nel momento in cui l’incidente l’ha annientata. Quella che giace in quel letto non è davvero lei.
«Un purosangue, solo a me somigliava». Quanto ricordano queste parole quelle di tanti genitori di oggi, che nel figlio, in genere volutamente unico, si rispecchiano, in un narcisistico amore.
Fieri della sua bellezza e intelligenza, in cui si riconoscono con orgoglio, quasi fosse un altro sé, però giovane e intatto. È un tipo d’amore forte, ma può spezzarsi di colpo quando il figlio, per una scelta o un errore, infrange l’idillio narcisista. Allora, d’improvviso, può trovarsi ripudiato: l’amore era solo per “quel” figlio perfetto, in cui ritrovarsi fieri. Era, infine, un amore condizionato.
Nella storia di Eluana la rottura è tragica: agli occhi disperati del padre non è più la creatura splendente, ma un povero corpo menomato e sofferente. Infatti, dice, da quel giorno di gennaio la figlia «non esiste più». E fosse stato per lui, avrebbe sospeso l’alimentazione già dopo 48 ore di coma. La donna in quel letto sembra non essere più per lui la “sua” Eluana.
Il contrario di questo tipo d’amore lo hanno mostrato le suore della clinica di Lecco, per quindici anni accanto alla ragazza, dedite a un paziente quotidiano lavoro di cura e di affetto su quel corpo esanime, su quello sguardo spento che mai ha potuto dire grazie. Il modo dell’amore di quelle suore non domanda nulla: è gratuità assoluta, silenziosa, paziente di fronte al silenzio infinito della malata. È un modo materno di amare, materno nella accezione più grande del termine. È il modo di amare del Dio cristiano, che è misericordioso. Misericordia significa, in ebraico, “con viscere materne”. È l’abbraccio grande e fedele che si ripete, comunque sia quel figlio, qualsiasi cosa abbia fatto o gli sia accaduta. È la gratuità, assurda e incompresa oggi, fra noi che amiamo, ma quasi sempre in cambio di qualcosa.

da Tempi.it