Trasformare il Sahara in una immensa fabbrica di energia solare: ipotesi seducente, gravida di suggestioni antiche – Archimede docet – ma anche ipotesi di lavoro “serissima” per il fisico Ugo Amaldi, presidente della Fondazione per adroterapia oncologica Tera, che la definisce «una soluzione parziale» eppure «tecnicamente fattibile» e «economicamente sostenibile nel lungo termine».

La produzione di energia solare è realmente in grado di assicurare sviluppo all’Africa e energia pulita ai paesi industrializzati?
L’Europa deve contribuire allo sviluppo dei paesi africani per ragioni umanitarie e geopolitiche, come appare chiaro in questi giorni. La produzione di energia solare nei paesi del Medio Oriente e del Nord Africa è una soluzione parziale, tecnicamente fattibile e, se i governi intervengono, economicamente sostenibile nel lungo termine. Sia chiaro però che non potrà risolvere completamente il nostro problema dell’approvvigionamento energetico: si può ottenere dall’Africa, nel 2050, al massimo il 15% dell’energia elettrica consumata in Europa.

Oggi, quali sono le tecnologie più promettenti?
La prima idea concreta è stata avanzata nel 2003 da Gerhard Knies, un fisico tedesco della mia generazione che ha lavorato anche al Cern ed è stato il promotore di Trec (Trans-mediterrenean Renewable Energy Co-operation). Negli anni successivi le tecnologie possibili furono confrontate e nel 2007 fu presentato al Parlamento Europeo il progetto Desertec; il volume portava il titolo “Potenza pulita dai deserti per un mondo con 10 miliardi di abitanti”. A questo stadio venne scelta la tecnologia del “solare termodinamico a concentrazione”: si focalizza, mediante specchi, la luce solare su lunghi tubi orizzontali contenenti, tipicamente, sali minerali fusi in grado di raggiungere i 500 gradi di temperatura. L’investimento necessario da qui al  2050 è di 400 miliardi di euro. Oggi funzionano molti impianti di questo tipo, che producono energia elettrica con turbine a vapore convenzionali, ma le potenze sono relativamente basse. Nel luglio del 2010 è stata inaugurata dall’Enea a Priolo Gargallo (Siracusa) la prima centrale termodinamica italiana. Il Progetto Archimede è stato ideato e voluto da Carlo Rubbia, il quale, a proposito dell’energia solare nel deserto, ha detto: «su ogni metro di deserto del Sahara piove l’equivalente di un barile di petrolio all’anno».

Perché non si è scelta la via del fotovoltaico?
L’energia fotovoltaica è difficile da immagazzinare mentre i sali fusi mantengono l’alta temperatura a lungo e possono produrre energia anche di notte, o quando il cielo è coperto. Inoltre, usando gas naturale è possibile scaldare il fluido salino e continuare la produzione in caso di guasti o di assenza prolungata di sole. Infine le tecnologie di produzione, installazione e manutenzione degli impianti sono note, relativamente semplici e realizzabili anche in paesi in via di sviluppo.

Una scelta a senso unico, quindi?
No, si prevede di utilizzare anche un gran numero di centrali eoliche lungo la costa atlantica dell’Africa, e di centrali fotovoltaiche. Io penso che, alla lunga, tutte le tecnologie saranno utilizzate perché condizioni ambientali diverse richiedono soluzioni diversificate.

Insomma, dobbiamo abituarci a considerare il Sahara come un’immensa “pila”. Ma servirà a illuminare l’Africa o l’Europa?
Entrambe. Un paio di mesi fa Gerhard Knies ha tenuto un seminario al Cern e ha detto che Desertec prevede di lasciare all’Africa, nel 2050, più della metà dell’energia prodotta. Tuttavia, centinaia di impianti solari, che insieme copriranno un’area grande come le città di Roma e Milano insieme, sono una parte della sfida. Poiché l’Africa è estesa e l’Europa non così vicina, sarà necessario mettere in opera un’enorme rete di elettrodotti che attraverseranno sia l’Africa che il Mediterraneo. La realizzazione di questo tipo di rete è lo scopo della iniziativa francese TransGreen lanciata un anno fa al Cairo dal Summit dell’Unione per il Mediterraneo (Upm) voluta dal Presidente Sarkozy. La trasmissione di questa enorme quantità di energia non può farsi con le tecnologie odierne perché, quando si usa la corrente alternata, le perdite sulle linee ad alta tensione sono troppo elevate. Fortunatamente esistono già molte linee che funzionano in corrente continua; con perdite globali inferiori al 20%.

La comunità scientifica è concorde su questo progetto?
Vi sono sempre voci discordanti, ma sono convinto che la se Desertec e TransGreen lavoreranno in modo sinergico e se verrà lasciato libero spazio, nella fase di prototipizzazione, alla competizione tra le varie tecnologie, l’Europa sarà in grado di raccogliere la duplice sfida che richiede capacità tecnologiche ma anche tanta saggezza.

Paolo Viana da Avvenire