di William Ward
Tratto da Il Foglio del 14 settembre 2010

Una delle sfide più interessanti tra quelle che attendono Benedetto XVI in Gran Bretagna (il Papa sarà qui da dopodomani per beatificare il cardinale Newman e incontrare la Regina), non sarà quella di parlare a una società tra le più laiche, liberali, multiculturali e relativiste del Vecchio continente, bensì, paradossalmente, quella di avere a che fare con una delle ultime teocrazie esistenti nel mondo cristiano.

Nonostante alcune differenze più vistose infatti (le sacerdotesse, le adozioni delle coppie gay, quel vecchio hippy dell’arcivescovo di Canterbury e la totale ignoranza della cultura cristiana da parte della maggioranza della popolazione), il Regno Unito è da un certo punto di vista più simile al Vaticano che ad altre democrazie occidentali.

Come nelle tre monarchie scandinave (anche loro molto liberal), nel Regno Unito esiste una chiesa ufficiale di stato, di ispirazione luterana; a differenza di Danimarca, Norvegia e Svezia però, il monarca britannico non è solo il capo dello stato temporale, ma anche il “Supreme Governor” della chiesa di stato, quella anglicana, avendo unificato in sé i due ruoli alla stregua degli imperatori romani precristiani, e come fa oggi, almeno tecnicamente, il Papa a Roma. Dai tempi della Riforma, l’incoronazione dei re inglesi prima e poi (dal 1605, con il Re protestante scozzese Giacomo VI) britannici, non è soltanto una fastosa cerimonia dinastica e politica, bensì un evento dal profondo significato religioso, come spetta a un “Priest King” (o Queen), una sorta di “Papa Re” al contrario. Nonostante la lunga e complicata evoluzione, dovuta anche all’emergere di numerose sette protestanti minori fino alla metà dell’Ottocento (“Una nazione composta da tante chiese diverse e di una sola salsa”, ironizzava Voltaire), e la nascita di diverse correnti interne, la chiesa d’Inghilterra è riuscita sempre a mantenere una centralità, senza pari in Europa, nella vita spirituale e in quella amministrativa del Regno.

Come nella Roma antica l’elezione delle cariche sacerdotali competeva al Senato, così oggi la nomina dei vescovi e degli arcivescovi di Canterbury e York fa parte delle competenze dello stato temporale: una rosa di nomi viene sì preparata da un comitato interno alla chiesa, ma è sempre il primo ministro del momento a nominarli per conto del monarca, qualunque sia la sua chiesa di appartenenza. Questo fa sì che spesso la scelta del vescovo sia più politica che religiosa: la metodista Margaret Thatcher, per esempio, detestava l’arci liberal primate Robert Runcie e scelse il social conservative George Carey per Canterbury; il liberal (e all’epoca cripto cattolico) Tony Blair optò invece per l’ex militante antiamericano e teologo dalla mente fine Rowan Williams quale “suo” arcivescovo. Anche per questo importante privilegio, il Regno Unito non ha mai avuto un cattolico a Downing Street: sarebbe un’anomalia di troppo persino per gli inglesi.

Nessun altro monarca al mondo (tranne forse quello saudita) continua poi a farsi qualificare sulle monete del proprio regno con le iniziali “DG” (Deo Gratia) e con la formula “Fid Def” (Fidei Defensor, titolo offerto da Papa Adriano VI a Enrico VIII quando, prima della svolta riformista, attaccò con forza Martin Lutero). La Bbc, storica emittente radiotelevisiva anglosassone, ha ancora nel suo statuto costitutivo l’obbligo contrattuale di trasmettere sulle sue reti momenti di preghiera e meditazione, messe e funzioni religiose, rivolgendosi a “tutta” la nazione, e non solo alla “componente credente”. Va da sé che il sovrano è, almeno ufficialmente, animato da profonde convinzioni religiose, come nel caso della “regina papessa” Elisabetta, e del suo erede (anche se sembra a volte preferire la chiesa ortodossa russa rispetto a quella sotto casa), il principe Carlo.

La profonda natura cesaro-papista della monarchia britannica è però anche garanzia di ottimi rapporti tra le chiese cristiane e i leader ufficiali e riconosciuti delle altre religioni presenti nel regno. Questo succede proprio in quanto l’istituzione monarchica è garante e difensore attivo dell’idea di fede in quanto tale. Un fenomeno, quest’ultimo, che forse Benedetto XVI guarderà con particolare interesse e simpatia: come un Pontifex Maximus cristiano possa essere garante sostanziale anche delle persone che professano altre religioni.