di Lorenzo Schoepflin da www.lanuovabq.it 

Solite, cattive, notizie dall’Onu e dalle sue agenzie, che non perdono occasione di promuovere più o meno esplicitamente l’aborto sotto le mentite spoglie della cosiddetta salute riproduttiva. Nella risoluzione numero 2106, datata 24 giugno 2013, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha invitato gli Stati a implementare «servizi sanitari non discriminatori e globali, compresa la salute sessuale e riproduttiva». Il documento in oggetto affronta il problema delle violenze sessuali nell’ambito di conflitti tra Paesi, esprimendo ferma condanna per tale barbara pratica e chiedendo alla comunità internazionale di impegnarsi affinché  siano adottate tutte le misure necessarie a limitare il fenomeno e a prendersi cura di chi ne rimane vittima. Proprio in tale ottica, a considerazioni ampiamente condivisibili si associa una pressione in senso abortista del tutto gratuita e che non può che essere oggetto di critiche. Che la volontà del Consiglio di sicurezza fosse quella di aprire all’aborto quale “soluzione” per le donne incinte a causa di uno stupro, è evidente dalla reazione di Janet Benshoof, che guida il Global Justice Center, in prima fila nella lotta per l’aborto libero: « Anche se la parola “aborto” non è stata utilizzata, la fornitura dei servizi sanitari non discriminatori è un enorme passo avanti nella battaglia per porre fine alla letale negazione dell’interruzione di gravidanza alle donne vittime di stupro».

La Santa Sede, nel pieno esercizio del proprio ruolo di osservatore permanente presso le Nazioni Unite, ha manifestato tutto il proprio disappunto. Vale la pena riportare un ampio passaggio dell’intervento del Nunzio apostolico, l’Arcivescovo Francis Chullikat, poiché sintetizza perfettamente tutto quanto c’è di errato nella risoluzione Onu: l’uso di temi condivisibili per introdurre l’aborto come diritto e la convinzione che esso costituisca la soluzione per le donne vittime di una violenza sessuale: «Un approccio veramente umano e centrato per fornire assistenza alle vittime e alle loro comunità richiede rispetto per la vita in tutte le fasi di sviluppo. A questo proposito – prosegue l’ l’Arcivescovo Chullikat – ci spiace che la risoluzione appena adottata vada oltre questo nobile invito e cerchi invece di promuovere una nozione potenzialmente distruttiva di assistenza sanitaria, come la salute sessuale e riproduttiva, che troppo spesso viene usata come giustificazione per attentare alla vita piuttosto che per difenderla. La morte di un bambino innocente non ancora nato porta solo ulteriore violenza su una donna già in difficoltà[…]. Ci auguriamo che le future discussioni su questo problema rimangano focalizzate sul tema in oggetto, invece di essere deviate verso la promozione di programmi politici o ideologici che servono solo a danneggiare la dignità umana e sono già in fase di discussione in altre sedi Onu».

Il richiamo ad altri contesti delle Nazioni Unite è quanto mai azzeccato. Nell’ultimo report annuale dell’Unicef dedicato ai bambini con disabilità, laddove si affronta la (ovvia) necessità di garantire standard qualitativi alti in merito alla salute e all’assistenza sanitaria, tra le cure di cui tali bambini avrebbero bisogno si cita il diritto ad avere «informazioni e servizi nell’ambito della salute sessuale e riproduttiva durante l’adolescenza e agli inizi dell’età adulta». «Altrettanto critici» vengono definiti aspetti quali l’approvvigionamento idrico e i servizi igienico-sanitari, che nella lista delle urgenze vengono comunque elencati successivamente agli altri suddetti “diritti”. Va ricordato che l’Unicef definisce come adolescente intende una persona nella fascia di età tra i 10 e i 19 anni e che dunque implicitamente si giudica il compimento del decimo anno di età come limite oltre il quale diviene ragionevole – sarebbe meglio dire auspicabile –  parlare di sessualità come diritto equiparabile ad avere acqua potabile e condizioni igieniche degne.

Quando si parla di categorie di persone deboli – dalle donne vittime di violenza, ai bimbi disabili – il menù servito dalle istituzioni internazionali è spesso identico a se stesso: ad un beverone di luoghi comuni e buone intenzioni che molte volte restano lettera morta, si aggiunge qualche goccia di veleno abortista estremamente efficace.