di Giulio Meotti da Il Foglio Quotidiano

“Può un paese scomparire?”, chiede la rivista Foreign Policy. Sì, di cause naturali, come certi atolli delle Maldive sommersi dalle acque. O di cause militari, come accadde al regno di Aragona. Ma secondo l’economista inglese Edward Hugh, un paese può morire anche di demografia. Per questo ci ha scritto un libro, “Popolazione, la risorsa non rinnovabile”. Il tema è anche al centro del terzo Forum sulla demografia, dal titolo “Investire sul futuro demografico in Europa”, che si è aperto a Bruxelles lo scorso 6 maggio. Definito dal New York Times “il profeta della caduta dell’euro” per le sue previsioni antesignane sulla debolezza strategica della moneta unica, Hugh è stato arruolato dal Fondo monetario internazionale per analizzare la situazione economica spagnola. Corteggiato da economisti come Nouriel Roubini e Paul Krugman, Hugh è diventato famoso per aver ripreso le teorie sul legame fra invecchiamento della popolazione e crisi economica. Con una popolazione che invecchia diminuisce l’imponibilità fiscale collettiva e il capitale complessivo per gli investimenti, e gli anziani preferiscono fare investimenti a basso rischio. La società ha di fronte un “buco nero”, una sorta di ripiegamento in se stessa. “Stiamo diventando vecchi”, scrive Hugh. Un processo che per la verità ebbe inizio alla fine del XVIII secolo con la prima “contrazione demografica”. Il problema è che adesso stiamo invecchiando più rapidamente che in passato. La tesi di Hugh è che senza crescita demografica non c’è neppure quella economica e che per questo molti paesi dell’Eurozona sono destinati al disastro. Eccoli: Italia, Portogallo, Spagna, Grecia, Cipro, Lituania, Lettonia, Ungheria, Romania e gli stati balcanici, paesi “senza lavoro e senza figli”. Meglio andranno i paesi del nord Europa, assieme a Francia, Inghilterra e Olanda, con la loro più “moderata fertilità” e una più sostenuta crescita economica.

A fronte di queste teorie c’è anche un riemergere di quelle malthusiane. Chiedete a chiunque cosa sia stato fondamentale per lo sviluppo della civiltà occidentale moderna e la risposta sarà: il Rinascimento, l’Illuminismo o la Rivoluzione industriale. Ma secondo due economisti di fama, Nico Voigtländer e Hans-Joachim Voth, è stata la “Morte nera”, la peste. In un saggio per la Review of Economic Studies i due sostengono che l’epidemia aprì nuove vie di sviluppo per il continente europeo. Per questo, secondo gli studiosi, la crisi demografica può offrire ancora una volta possibilità di sviluppo. La tesi di Hugh invece è semplice: oggi nei ventisette paesi dell’Unione europea ogni pensionato è sostenuto da quattro persone in età lavorativa. Nel 2050 i termini saranno di due a uno, secondo dati ufficiali dell’Onu e di Bruxelles. Intervistato da Reuters, Douglas Roberts, analista della società di investimenti inglese Standard Life, ha detto: “L’Europa è il nuovo Giappone”. Prendiamo il Portogallo. Ha un tasso di fertilità di 1,32, contro il minimo di 2,1 per la sopravvivenza demografica. Nel 2012 sono nati in Portogallo soltanto 90 mila bambini. Il numero più basso in cento anni. “Un paese senza bambini è una nazione senza futuro”, ha scritto sul blog di Robert Hugh Demography Matters il presidente portoghese Aníbal Cavaco Silva, riferendosi al basso tasso demografico del suo paese. Lo scorso 26 marzo, Eurostat, l’agenzia statistica dell’Unione europea, ha pubblicato i dati demografici per il 2012: all’inizio dello scorso anno, il numero di ultrasessantenni è salito al diciotto per cento della popolazione, rispetto al quattordici per cento del 1992.

Tinte fosche anche per l’Italia. Il numero medio di nati è pari a 1,4. Da ogni donna in Italia nascono 0,7 femmine. Se nei prossimi decenni non ci saranno aumenti dell’indice di fertilità, nel corso di due generazioni il numero delle donne e quindi degli italiani sarà dimezzato. Un destino preconizzato da Oliver Bullough nel suo nuovo libro dedicato al collasso demografico della Terza Roma: “L’ultimo uomo in Russia”.