intervista a Leo Aletti
Tratto da Il Sussidiario.net il 23 maggio 2011

La storia, seppur – in generale – non abbia trovato particolare spazio sui media, è ormai tristemente nota: una ragazzina sedicenne è morta perché voleva abortire la creatura che aspettava in grembo. Ha perso la vita in seguito all’assunzione della pillola abortiva Ru486. La morte, in particolare, è sopravvenuta dopo che la ragazzina ha subito uno shock settico da Clostridium Sordellii. Un’infezione che, fino ad oggi, negli Stati Uniti, ha provocato otto casi di decessi. «Le morti per aborto con Ru486 e prostaglandine – scriveva il sottosegretario alla Salute Eugenia Rocella – salgono così a venti, a cui se ne sommano altre 12 per persone che avevano preso la Ru486 per “uso compassionevole”, cioè al di fuori di protocolli stabiliti: in tutto 32 morti accertate dopo l’assunzione di Ru486. Vanno anche ricordate altre due donne morte per aborto farmacologico solo con prostaglandine, cioè solo con il secondo farmaco associato alla pillola abortiva».

Del caso della giovane vittima della Ru486 ne avevano dato notizia alcuni studiosi portoghesi nel corso del 21esimo European Congress of Clinical Microbiology and Infectious Diseases (ECCMID). La novità, rispetto ai decessi avvenuti negli Usa, consiste nel fatto che la giovane era portoghese. Si è trattato, quindi, del primo caso di morte da Ru486 accertato in Europa. Il che, ne è convinto Leo Aletti, medico ginecologo, non dovrebbe lasciare adito a dubbi circa la liceità, in Italia, di continuare a somministrare il mifepristone, il principio attivo della Ru486, negli ospedali di alcune Regioni.

Perché la possibilità di somministrare la Ru486, in Italia, andrebbe revocata?
Si è verificata la morte di una ragazza portoghese di 16 anni, ma la Ru486, in Italia, continua a circolare normalmente. Eppure, in genere, quando un farmaco provoca la morte, o effetti collaterali e complicazioni non accettabili viene ritirato dal commercio o, quantomeno, sospeso. La Talidomide, ad esempio, venne tolta dal commercio quando si scoprì che provocava malformazioni embrionali. Veniva dato per togliere la nausea alle donne in gravidanza. Ogni volta, poi, che in Italia si effettuano gli aggiornamenti dei farmaci, ci si rende conto che alcuni medicinali sono superati e vanno sostituti, oppure tolti dalla circolazione. In sostanza: per molto meno della morte, diversi prodotti farmacologici sono stati tolti dal commercio.

Quindi?
“Perché in Italia questo non avviene?”, mi domando. Credo che i nostri Parlamentari dovrebbero, come minimo, rivolgere un’interpellanza al ministro della Salute. Ormai, infatti, è nota la correlazione tra l’assunzione della pillola abortiva e alcune morti (se queste siano causate direttamente o indirettamente, la questione non cambia). E domandare come sia stato possibile che, rispetto alla 194, venissero estese le modalità e le possibilità di interruzione di gravidanza.

Secondo lei, di fronte a tale estensione, qual è, ad oggi, l’atteggiamento dei medici?
Non ne possono più. Dopo decenni di applicazioni delle leggi abortistiche in Italia, i medici ginecologi obiettori sono l’80 per cento, più del 50 gli anestesisti. Vuol dire che queste leggi devono essere riviste.

Come?
Non entro nel merito. Constato soltanto che da quando esiste la 194 in Italia sono stati abortiti 6 milioni di bambini. Quale legge, nel nostro Paese, ha provocato 6 milioni di morti?

Tornando alla morte della ragazza: perché, quindi, il farmaco non è stato ritirato?
Andrebbe chiesto alla Commissione del farmaco. L’unico che ha votato contro la sua introduzione, è stato il dottor Colozzi. Il presidente della Commissione, il professor Pecorelli, ha votato anch’egli a favore.

E in America?
Basta vedere il programma di Obama…

Quali sono, invece, secondo lei, le ragioni culturali per le quali ci si ostina a usare la Ru486?
C’è una mentalità di fondo, che la televisione e i media hanno contribuito a diffondere, addormentando le coscienze; è l’idea trionfante del relativismo, secondo il quale non possano esserci valori di riferimento certi se non la certezza che l’uomo è padrone della propria vita.