di Paolo Pegoraro*

ROMA, martedì, 25 gennaio 2011 (ZENIT.org).- Chi ha paura di Aleksandr Solženicyn? La recente uscita della monumentale biografia Solženicyn di Ljudmila Saraskina (San Paolo, pp. 1441, € 84) rappresenta un’occasione per tornare a leggere il grande autore russo, Premio Nobel per la letteratura nel 1970, imprigionato nei campi di lavoro e successivamente esiliato dall’Unione Sovietica.

Strano destino, il suo: si dice che dopo aver letto il suo primo romanzo – Una giornata di Ivan Denisovič – la poetessa Anna Achmatova abbia detto: «Questo romanzo deve essere letto e imparato a memoria da ciascuno dei duecento milioni di cittadini dell’Unione Sovietica». Nikita Chruščëv in persona volle conoscere colui che aveva raccontato con tanta verità quello che accadeva nei campi di lavoro. Ma il favore sarebbe durato poco… ben presto il suo «umanesimo di compensazione» nonché l’«inutile senso di pietà» furono considerati ostacoli – così secondo la Pravda – contrari alla «battaglia per una moralità socialista».

Ne abbiamo parlato con Adriano Dell’Asta, professore di Lingua e Letteratura Russa all’Università Cattolica di Brescia e di Milano, Presidente dell’Istituto Italiano di Cultura a Mosca e curatore dell’edizione italiana della biografia di Solženicyn.

Professore, quanto e come è conosciuto Solženicyn nel nostro Paese?

«Solženicyn in Italia è decisamente meno conosciuto di quanto meriterebbe; basti pensare che della sua monumentale Ruota Rossa, l’opera dedicata alla ricostruzione della rivoluzione, è stato tradotto soltanto il primo nodo, Agosto 1914, mentre il resto è ancora inaccessibile a chi non conosce il russo: e non va dimenticato a questo proposito che il russo di Solženicyn non è certo una lingua facile».

Nell’introduzione alla biografia di Ljudmila Saraskina lei lo definisce uno «scrittore inattuale»…

«Il punto è che tutta la sua opera è un’opera impegnativa: è inattuale là dove si cerca di sfuggire alla serietà della vita, là dove si cerca di dimenticare l’impegno e la responsabilità di ogni giorno. Nata e sviluppata attorno a due delle esperienze più tragiche della storia dell’umanità, quelle della rivoluzione russa e dei campi di concentramento, è un’opera che ci costringe a fare i conti con il mistero del male che l’uomo si porta addosso, e questo non è certo facile; anche se andrebbe ricordato che questa disattenzione ci fa poi dimenticare che nella vita, come nelle opere di Solženicyn, agli abissi di iniquità risponde sempre un altro abisso, quello della risurrezione e della salvezza».

Quali sono le particolarità di questa biografia e qual è il significato della sua pubblicazione in Italia?

«La caratteristica fondamentale, irripetibile, del lavoro di L. Saraskina è legata al fatto che l’autrice ha potuto lavorare a lungo a diretto contatto con Solženicyn, quindi non solo potendo consultare i suoi archivi ma potendo anche fargli tutte le domande che riteneva necessarie per cercare di capire gli eventi centrali della sua storia e il loro significato. Tra l’altro questo ha permesso all’autrice di ricreare attorno al suo personaggio anche tutto un mondo: attraverso questa biografia noi non entriamo soltanto nella vita di Solženicyn ma anche nel periodo storico e in tante storie apparentemente piccole e invisibili che invece hanno contribuito a creare il volto autentico della grande storia; penso qui in particolare alle figure dei tanti personaggi sconosciuti che hanno aiutato Solženicyn e senza i quali, come lui stesso sottolinea, la sua opera sarebbe stata impossibile: Solženicyn era un gigante, ma questa biografia ci fa capire anche quanta sconosciuta e gratuita grandezza lo ha accompagnato nella sua lotta contro il male assoluto del XX secolo».

Solženicyn sostenne con forza la preminenza dell’uomo sull’ambiente e la possibilità di conservarsi liberi anche in condizioni totalmente sfavorevoli. Come questa convinzione ha plasmato la sua narrativa?

«L’idea della libertà dell’uomo e della sua irriducibilità alla pressione delle circostanze è una delle idee centrali della sua opera. La casa di Matriona, uno dei suoi primi racconti è la storia di una vecchia stupida, sfruttata da tutti, e che ha addirittura qualche macchia nel suo passato, eppure quando muore la gente si accorge che era “il Giusto senza il quale, come dice il proverbio, non esiste il villaggio. Né la città. Né tutta la terra nostra”. L’uomo ha dentro di sé qualcosa di grande e di infinito, non fatto da mano d’uomo, dice spesso Solženicyn, qualcosa che l’uomo, misero com’è, non è capace di darsi da solo, eppure questo nucleo misterioso lo definisce e lo rende capace di resistere e di rinascere dopo ogni caduta; bisogna solo saper guardare la realtà secondo tutta la sua complessità, senza pretendere di possederne la formula, prestando attenzione al movimento del cuore, perché è nel cuore dell’uomo che passa la linea che divide il bene dal male, e questa linea è mobile, si muove all’interno del cuore di ogni uomo».

Egli scrive pure, tuttavia, che «è puro caso se i boia non siamo noi, ma loro». Come conciliare libertà individuale e movimenti storici tanto più grandi del singolo?

«Noi abbiamo un’idea riduttiva del caso, come se fosse l’assenza di senso, mentre tutta la nostra vita, anche nei suoi movimenti più ragionati e soppesati, è fatta di casi, senza che questo implichi l’assenza di una ragione. Puškin ricordava che il caso è la mano della Provvidenza che ci libera dalle ferree leggi dell’algebra. L’esperienza di Solženicyn è che ciascuno di noi può diventare un boia – è l’idea della banalità del male che spiega gli abissi toccati nel XX secolo –, ma che non tutti lo sono diventati, questa differenza dipende appunto dalla libertà dell’uomo, dal modo diverso in cui ogni uomo risponde ai casi della vita, alle occasioni che la vita gli offre. E qui, per cercare di capire ulteriormente, andrebbe aggiunto che per Solženicyn la libertà dell’uomo, cioè la pienezza e il compimento dell’uomo, non è l’indifferenza della scelta, un vuoto, ma la sua disponibilità ad abbracciare la verità e il senso della vita: ogni caso porta un significato, un messaggio che va interpretato e ci offre la possibilità di decidere da cosa vogliamo essere definiti, dal finito e dal nulla o dalla nostra irriducibilità ai casi insensati, cioè dalla pienezza dell’essere e dall’infinito».

Lo stesso Solženicyn compì un lungo percorso per spogliarsi di una lettura ideologica della realtà e riscoprirne gli aspetti concreti. Quanto incisero l’esperienza della malattia e dell’imprigionamento?

«Il campo di concentramento, il cancro – dal quale Solženicyn fu colpito mentre era ancora detenuto – e, prima ancora, la guerra, furono i tre casi principali che gli consentirono di liberarsi dalla presunzione dell’ideologia, cioè dalla pretesa dell’uomo di poter possedere le leggi della storia e di poter sostituire alla realtà le proprie idee. Quelli che per altri furono casi disgraziati e maledetti per lui furono l’occasione per rendersi conto che la realtà – e innanzitutto il cuore dell’uomo – era sempre più ricca di quello che appariva o di quello che l’uomo poteva attribuirle, meglio, la realtà mostrava che ogni volta che l’uomo credeva che tutto fosse finito, ogni volta che il potere credeva di avere in mano l’uomo, tutto poteva nuovamente ricominciare; uno dei detenuti di Solženicyn dice ad un pezzo grosso del regime: “A un uomo al quale avete tolto tutto non potete più togliere niente: è di nuovo libero”».

L’istituzione statale del Gulag durò oltre mezzo secolo. A oggi, che marchio ha lasciato quest’esperienza nell’immaginario russo?

«L’esperienza concentrazionaria è stata il culmine della pretesa del regime sovietico di creare l’uomo nuovo, cioè un uomo definito dall’ideologia e non dalla realtà, un uomo definito dalla pretesa del potere di ridefinire e ricreare costantemente e a proprio piacimento la verità: solo a queste condizioni il sistema poteva giustificare il proprio dominio e la propria pretesa di dominare il mondo. Per fare questo il sistema ha dovuto fare di tutto per eliminare la verità, la realtà, la coscienza e il cuore dell’uomo; i campi di concentramento sono stati appunto lo strumento privilegiato per questa operazione, insieme alla distruzione dei contadini – con le grandi carestie indotte dell’inizio degli anni Venti e dell’inizio degli anni Trenta – e insieme alla persecuzione della Chiesa, tutti punti in cui la coscienza dell’uomo e della sua irriducibilità resistevano. Che la Russia sia uscita da questa tragedia senza una guerra è il segno di questa irriducibilità e un pegno per il futuro: è una vittoria la cui importanza può essere paragonata solo alla vittoria contro il nazismo, e di tale grandezza che il suo significato deve ancora essere capito fino in fondo. Ma qui il lavoro, siccome riguarda la rinascita della coscienza dell’uomo, è tutto affidato alla memoria e alla coscienza di ciascuno di noi e non riguarda solo la Russia, questa vittoria riguarda tutta l’Europa e tutta l’umanità».

A suo avviso, nelle istituzioni scolastiche europee viene trasmessa un’adeguata conoscenza del fenomeno? Almeno in Italia, Arcipelago Gulag è l’opera di Solženicyn più nota ma meno letta…

«Su avvenimenti così decisivi la conoscenza non è mai adeguata e il lavoro della memoria deve essere continuamente approfondito e liberato da qualsiasi preoccupazione che non sia quella del servizio alla verità e alla libertà dell’uomo. Il caso dell’Arcipelago è in questo senso esemplare: è l’opera più nota perché se ne è fatta spesso un’utilizzazione politica ma, in realtà, anche se la denuncia del comunismo che vi viene pronunciata è una delle più stringenti e inoppugnabili che siano mai state formulate, una lettura politica di quest’opera è quanto di più riduttivo e contrario alle stesse esplicite intenzioni di Solženicyn: come ho già ricordato, quello che interessa l’autore e quello che colpisce i lettori senza pregiudizi è la riscoperta dell’uomo e del suo cuore irriducibile a qualsiasi schieramento o idea».

Solženicyn fu pure un critico severo della cultura consumistica che incontrò negli anni dell’esilio statunitense, venendo bollato come reazionario. Le sue parole sono ancora attuali?

«L’inattualità di Solženicyn di cui parlavamo all’inizio è legata appunto a questa sua irriducibilità a settori parziali, dipende da questa sua capacità di richiamare l’uomo all’essenziale, un essenziale che viene tradito sia dal “bazar del Partito”, sia “dalla fiera del commercio”. In questo senso Solženicyn diventa fondamentalmente inutilizzabile per chi cerchi in lui uno strumento di pura lotta politica, mentre diventa un punto di riferimento altrettanto fondamentale per chi nella letteratura cerchi l’immagine di una bellezza che sia realmente splendore del vero».

Quali sono, secondo lei, le pagine narrativamente più alte della sua opera? Al lettore che volesse confrontarsi con Solženicyn, da cosa consiglierebbe di cominciare?

«Di pagine altissime e di formulazioni irripetibili è ovviamente piena tutta l’opera di Solženicyn, dalla Ruota Rossa all’Arcipelago, a Divisione Cancro o a Primo cerchio… così come di caratteri che rendono la sua scrittura unica, come il particolare uso dei proverbi e dell’ironia, tanto per suggerire due elementi che risaltano immediatamente anche per il lettore più affrettato. Forse può valere la pena di cominciare dalle cose più brevi: oltre alla già citata Casa di Matrjona, Una giornata di Ivan Denisovič, il breve racconto della vita di una giornata qualunque di un detenuto qualunque negli ultimi anni dello stalinismo, l’opera che fece conoscere Solženicyn e che passerà comunque alla storia come quella dove si tornava finalmente a dire “tutta la verità”, grazie alla quale le parole tornarono a corrispondere alla realtà».

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*Paolo Pegoraro (Vicenza, 1977) si è laureato in Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana e in Letterature comparate presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Collabora da anni alle pagine culturali di numerose riviste, tra cui L’Osservatore Romano, La Civiltà Cattolica e Famiglia Cristiana.