​Sembra una storia oltre i confini del credibile. Ma lo Shangai Daily è un rispettabile quotidiano che racconta la Cina in lingua inglese. E l’altro ieri riportava la notizia di un nuovo business fiorente laggiù, complice probabilmente la favolosa crescita dell’economia cinese. Dunque, si sa che in Cina ci sono limiti di legge al numero dei figli, e che la figlia femmina è tradizionalmente considerata un peso, così che si pratica l’aborto selettivo. Ma ciò di cui riferisce lo Shangai Daily è un passo oltre.

Chi vuole a ogni costo un erede maschio, e ha tanti soldi, può averlo, promettono on line diverse agenzie di maternità surrogata. Dunque, il donatore fornisce il suo seme, e paga: un milione di yuan, circa 100 mila euro. In cambio, con quel seme vengono fecondate contemporaneamente cinque o anche sette donne.

Poi, si aspetta. Non appena un’ecografia mostra con certezza che un concepito è maschio, il risultato è ottenuto. E le altre gestanti? Se anche loro portano in grembo un maschio, il cliente potrà scegliere il figlio che preferisce; o anche di averne due, con un modesto supplemento. Gli altri, e soprattutto le altre femmine, vengono abortite: prodotti di scarto della filiera che fabbrica uomini. Certo, se ci si accontenta di avere il primo figlio che capita, maschio o femmina che sia, il prezzo è più ragionevole, appena 15 mila euro. Sale, però, a seconda della “categoria” della madre utilizzata. Tutte sono garantite sane, giovani, alte almeno 1 metro e 65. Ma se si vuole una fattrice laureata la tariffa sale. Mai più, comunque, di 12 mila euro il compenso alle donne, in cambio di quei nove mesi; o di un aborto, se il figlio fosse “sbagliato”.

Lo Shangai Daily riporta asetticamente cifre e offerte, limitandosi a notare che in Cina nessuna legge protegge i contraenti di questi affari. Osservazione un po’ surreale: e se una legge ci fosse, a regolare questo supermercato, il sistema sarebbe meno bestiale?

È interessante però notare come un simile traffico coniughi in sé il massimo della tecnologia con il più antico ancestrale disprezzo della figlia femmina. Che grazie alla tecnica ecografica, mezzo moderno, viene individuata, come in un radar che riveli la presenza di un intruso. Grazie al web, mezzo moderno, si raggiungono velocemente e anonimamente i clienti, e anche le giovani fornitrici del servizio. Ma poi questa modernità si consuma nel ribadire la vecchia condanna, nel ristabilire la superiorità del figlio maschio, il solo voluto.

Ed alzerà forse le spalle qualcuno: «Storie cinesi», diranno, mentalità rurali che all’incrocio con la modernità deragliano, che cosa ci si può fare? Invece a noi incubi come questo appaiono tanto più angosciosi perché tessuti dentro la banale normalità degli annunci on line, in un mondo ansioso di essere come il nostro. Tra un’auto usata e una casa in vendita, un figlio, garantito maschio e sano. In un Paese lontano? Niente è più lontano, oggi; quel pianeta che è il web tracima dai confini nazionali facendosi realtà globale, dai confusi confini.

Quanto poi alle ragazze ingaggiate per apparenza e buona salute fisica, che cosa ci ricordano, se non gli anni delle fattrici “di razza”? Queste di oggi, in più, sono disposte ad abortire se il figlio fosse femmina, cioè uguale a loro stesse. E nell’incrocio di pregiudizi arcaici e nuove facoltà germina il disumano. Se qualcuno si oppone, è perché mancano eque leggi per tutelare fattrici e compratori. Non volendo vedere che, una volta tolto il germe dell’uomo al suo alveo naturale, tutto è possibile e forse tutto è in vendita; e di ciò che è un uomo ben poco rimane.

Marina Corradi da Avvenire