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Al Gore ha molto freddo

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La scienza del clima fa autocritica, i catastrofisti sono sempre più soli
Tratto da Il Foglio dell’11 marzo 2010

Re Al Gore è nudo. Sulla copertina del Weekly Standard di questa settimana l’ex vicepresidente degli Stati Uniti è ritratto senza vestiti al Polo Nord.

Alle sue spalle due orsi bianchi ridono di lui. L’attacco del settimanale conservatore americano (da sempre critico sulla tesi per cui il global warming sarebbe causato dall’uomo) al catastrofismo climatico parte dall’editoriale di Gore sul New York Times di dieci giorni fa (ripubblicato in Italia da Repubblica) in cui venivano riproposti i classici del suo repertorio: mari che si innalzano, tempeste mostruose, rifugiati climatici e altro. La verità è che Al Gore è sempre più solo. Anche i media più progressisti come il Guardian o la Bbc hanno abbandonato i toni apocalittici e si sono gettati sulle ultime disavventure degli scienziati del clima attaccandoli con particolare durezza.

Il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ieri ha chiesto che le previsioni sballate fatte dall’Ipcc vengano riviste da altri scienziati. All’interno dello stesso mondo scientifico è iniziato un mea culpa che non ha risparmiato critiche a chi, come i vertici del panel di scienziati dell’Onu, da tempo ripeteva che il dibattito sul clima era chiuso. Dopo avere annunciato che la neve d’inverno sarebbe stata soltanto un ricordo per gli europei, i sostenitori del riscaldamento globale antropico si trovano a fare i conti con nevicate che non si vedevano da decenni. A chi prova a dire che queste precipitazioni sono dovute al global warming – come nel caso dell’uragano Xinthya in Francia – altrettanti esperti rispondono che non è vero. Serve un approccio realista a un problema vero, quello ambientale. Continuando a professare il catastrofismo, conclude il Weekly Standard, il movimento ambientalista rischia di fare la stessa fine di chi si ostina a parlare in Esperanto.

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Discussion

  1. enrico brustolin  marzo 16, 2010

    tralascerò di commentare l’aspetto puramente scientifico della questione sul quale posso pienamente essere concorde. Non condivido tuttavia il parallelismo fatto tra catastrofisti ed esperantisti: un accostamento del genere non può che farci avere l’idea di un’imperversante ottusità e servilismo avverso una lingua nazionale quando questa, che lo si voglia ammettere o meno, con il tempo potrebbe o meglio… potrà far morire altre lingue di minor portata come peraltro già sta accadendo. Dunque, una lingua-ponte, quale si propone con l’esperanto, non danneggerebbe nessuno: se stenta a decollare puru essendo passati ormai 150 anni, il tutto o quasi pè dovuto all’incapacità di comprendere proprio come si fa in questo articolo con il commento finale che la dice lunga sulle vostre doti giornalistiche: fosse per me, avrei cercato altri accostamenti. Risentitamen te. In conclusione: se vi sarà un miscuglio tra due scritti, tutto è dovuto al fatto che, almeno mi vien fatto di constatare, al mio commento si è affiancato altro scritto che non mi appartiene. A voi il compito di separarli.

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