di padre Renato Zilio*

LONDRA, lunedì, 25 ottobre 2010 (ZENIT.org).- Arrivano a frotte ogni settimana, il mercoledì mattina, con qualsiasi tempo anche freddo o piovigginoso, come spesso accade. È la loro giornata sociale al Centro Scalabrini a Londra Brixton Road. Messa cantata, pranzo conviviale, animazioni varie… Dispersi nei quattro punti cardinali di una metropoli inglese, i nostri italiani ormai in età di pensione amano ritrovarsi insieme. È sempre qualcosa che li rigenera. Ed è un ritrovare la propria gente, la propria lingua, la stessa storia di migranti.

Osservo a tavola accanto a me Antonio e Concetta, tutti e due da quasi cinquant’anni in questa terra in mezzo al mare. Provengono da una Sicilia ormai forse dimenticata – in verità, così intimamente nascosta da confondersi con l’anima – e assaporano il vino come fosse un viatico. Sì, il cibo della propria terra ha sempre qualcosa di sacro. Per chi se ne va via lontano da casa.

I nostri emigranti hanno, così, combattuto la buona battaglia, hanno conservato la fede e ormai si direbbe che… attendano il premio! Il tempo è passato, i figli sono cresciuti, i grandchildren, i nipotini sono sempre al centro dei loro discorsi quando si ritrovano. La vita continua e rifiorisce, anche se diversamente. E per consolarli della loro età Cicerone non mancherà di ricordare:“Nessuno è tanto vecchio da non credere di poter vivere ancora un anno!”.

Tuttavia, guardandoli negli occhi, sembra di capire che proprio a loro il Cristo ha ripetuto con forza: ”Non abbiate paura!”. Sì, perchè loro – come tutti i migranti – hanno vinto le tre grandi paure nascoste in ogni essere umano. Chi mette, infatti, la sua vita come Abramo nelle mani di Dio e si mette in viaggio per altri mondi ha superato il sentimento della paura.

Così è per la più evidente, la paura di morire. La paura della morte, infatti, è ormai alle loro spalle. Abbandonando tutto – ogni certezza, ogni legame, ogni sicurezza – essi hanno messo la propria intera esistenza nelle braccia dell’avvenire, nei passi dei propri figli e nell’invito misterioso di Dio. “Esci dalla tua terra!”. Hanno compreso una verità bella ed inedita: morire può significare rivivere. In maniera più libera, più degna e significativa. Perché averne, allora, paura?

È strano, ma una paura ancora più grande può resistere nascosta nell’animo di ognuno di noi. Paradossalmente questa è – e non vi sembrerà vero – la paura di vivere. Sì, quella di vivere veramente, di respirare a pieni polmoni, di nutrirsi di valori veri. Di dare la propria vita interamente per un grande scopo. “Se vuoi essere grande sii intero!”, ripeteva uno scrittore portoghese. La vita in emigrazione non ha mancato spesso di educarli a questo: vivere una vita intensamente.

Ma nella loro esistenza, a volte tanto dura e perduta hanno saputo anche sconfiggere la terza paura, la più grande di tutte. Paura profonda, temibile e difficile da estirpare: la paura di amare. Perché amare è perdersi e perdere tutto. È nascere di nuovo, differenti, insieme a qualcuno. Così è stato per loro. Hanno imparato piano piano ad amare un altro mondo, un’altra cultura, un altro modo di essere uomini. Hanno scoperto dei volti, una lingua, dei valori nuovi e sconosciuti, in un paese che lentamente ha saputo accoglierli fino in fondo. Con il tempo hanno incontrato nell’altro la stima ed è nata la fiducia. Sì, straordinaria, invidiabile metamorfosi. Hanno saputo, in fondo, amare questa terra inglese come una loro seconda patria.

D’altronde, solo chi sa amare perdendo se stesso sarà grande un giorno. È questa la loro storia. Ma è anche, in fondo, la promessa di Dio.

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*Padre Renato Zilio è un missionario scalabriniano. Ha compiuto gli studi letterari presso l’Università di Padova, e gli studi teologici a Parigi, conseguendo un master in teologia delle religioni. Ha fondato e diretto il Centro interculturale di Ecoublay nella regione parigina e diretto a Ginevra la rivista “Presenza italiana”. Dopo l’esperienza al Centro Studi Migrazioni Internazionali (Ciemi) di Parigi e quella missionaria a Gibuti (Corno d’Africa), vive attualmente a Londra al Centro interculturale Scalabrini di Brixton Road. Ha scritto “Vangelo dei migranti” (Emi Edizioni, Bologna 2010) con prefazione del Card. Roger Etchegaray.