di Fabrizio Bisconti
Proprio in questi mesi i responsabili della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra hanno intrapreso un delicatissimo intervento conservativo nella catacomba di Sant’Agnese sulla via Nomentana, per ripristinare il grande itinerario cimiteriale sotterraneo, sorto già nel iii secolo e reso famoso dalla deposizione di una martire giovanissima, trucidata, presumibilmente, durante la grande persecuzione dioclezianea e così amata dalla comunità romana che, in corrispondenza della sua tomba, nacque, nel corso dei secoli, un complesso monumentale che rappresenta una significativa testimonianza di un lungo e ininterrotto itinerario costruttivo e cultuale. Verso la tomba della fanciulla romana accorsero i pellegrini da ogni dove, tanto che la data della sua deposizione (xii Kalendas Februarias Agnetis in Nomentana), ossia il 21 gennaio, entrò, già nel 336, nel celebre calendario della Chiesa romana, noto come Depositio martyrum, mentre il Liber Pontificalis ci parla dell’attenzione che Papa Liberio (352-366) dedicò al sepolcro della fanciulla, che dotò di un prezioso organismo marmoreo, di cui rimane, tra l’altro, un paliotto d’altare con l’effigie scolpita della bambina rappresentata nel gioioso gesto della preghiera.
Ma l’intervento più importante riservato alla tomba di Agnese risale a Papa Damaso (366-384), che dedicò alla giovane martire uno degli epitaffi metrici più commoventi. Il testo della solenne lastra iscritta, ancora perfettamente conservata, ci introduce nell’atmosfera ancora sensibile ai resoconti dei provvedimenti presi nei confronti dei fratelli di fede, se fa riferimento addirittura alla rievocazione dei fatti fornita dai genitori della martire (fama refert sanctos dudum retulisse parentes), che, al sonoro segnale dell’inizio della persecuzione (cum lugubres cantus tuba concrepuisset) abbandonò improvvisamente il grembo della nutrice (nutricis gremium subito liquisse) per affrontare la “rabbia del tiranno”. Secondo Papa Damaso, la prova riservata ad Agnese fu quella del rogo (urere cum flammis voluisset nobile corpus) verso il quale ella procedette con incredibile coraggio (viribus immensum parvis superasse timorem), coprendo le nudità con i suoi stessi capelli (nudaque profusum crinem per membra dedisse). Il racconto del martirio di sant’Agnese fece il giro del mondo e diventò argomento di riflessione dei Padri della Chiesa del tempo, tanto che persino sant’Ambrogio dedicò un intero inno alla piccola santa romana e a lei alluse nel De virginibus (i, 2, 5-9), trovando significativi punti di contatto tra la fine tragica di Agnese e quella della martire Sotere, parente del presule milanese. E mentre Ambrogio propone una variatio, per quanto attiene la tipologia del supplizio, pensando alla decapitazione, il grande poeta iberico Prudenzio (348-405) ricorda che la giovinetta fu prima esposta in un lupanare e poi uccisa con un colpo di spada (Peristephanon, xiv).
Mentre le fonti letterarie divengono sempre più dettagliate, rasentando l’affabulazione leggendaria nelle passiones altomedioevali, il martyrium della via Nomentana si articola sino a divenire una vera e propria basilica semipogea, ancora frequentata nel primo medioevo, se Papa Onorio i (625-638), sempre secondo il Liber Pontificalis, ricostruì l’edificio di culto e lo dotò dello splendido mosaico absidale che, ancora, seppure assai restaurato, si può ammirare in tutto lo splendore del tessuto aureo, che accoglie, al centro della calotta, l’immagine della santa tra i Pontefici Simmaco e Onorio.
Nel frattempo un’altra monumentale costruzione era stata eretta a Ovest della basilica ad corpus, per volontà di Costantina o Costanza, figlia di Costantino, annettendo al suo mausoleo dinastico a pianta centrale, una basilica circiforme, del tipo che i costantinidi commissionarono nel suburbio romano per potenziare le catacombe e per valorizzare il culto per i martiri più amati. Il monumento costantiniano della via Nomentana, dotato di un carme acrostico ora perduto, che sottolinea l’evergetismo dell’Augusta figlia dell’imperatore della tolleranza, emerge ancora con importanti porzioni murarie e, soprattutto, con il mausoleo, un tempo completamente decorato e ora impreziosito da alcuni limitati brani musivi, che ci fanno intuire la solennità e la ricchezza dell’apparato iconografico del monumento, che accoglieva le spoglie di Costanza, in un monumentale sarcofago porfiretico, ora conservato ai Musei Vaticani. La storia della coraggiosa bambina romana aveva toccato il cuore dei potenti, ma si era diffusa in tutto il mondo cristiano antico, interessando ogni classe sociale. Lo suggeriscono le precoci rappresentazioni iconografiche, che trovano l’espressione più semplice e incisiva nei vetri dorati, ossia nei fondi di coppa decorati con foglia d’oro, dove si riconosce l’effigie della martire bambina, definita dalla didascalia “Agnes” e affiancata dai più noti campioni della fede, tra i quali Pietro, Paolo, Ippolito e Lorenzo. Ma l’immagine più toccante ritrae la piccola Agnese in un vetro dorato, ancora in situ nella catacomba di Panfilo: qui la fanciulla appare orante, tra le due colonne della ianua coeli, su cui si posano altrettante colombe, in rappresentanza dei beati introdotti in un firmamento connotato da due stelle e da due rotoli, i quali simboleggiano la Legge, che, appunto, costituisce l’unico strumento per accedere in Paradiso. L’ingenua rappresentazione trova un’espressione analoga nell’apparato decorativo di un cubicolo dipinto nella catacomba di Commodilla sulla Via Ostiense, commissionato dall’ufficiale dell’Annona Leone. L’affresco, riferibile all’ultimo scorcio del iv secolo, raffigura la giovane martire orante e nimbata in compagnia di un agnello, che vuole alludere, presumibilmente, al nome e alla castità della fanciulla, dando avvio a un’iconografia che avrà una lunghissima fortuna, a cominciare dalla rappresentazione bizantina, nell’ambito del corteo delle vergini nel Sant’Apollinare Nuovo di Ravenna.
L’abbinamento di Agnese all’agnello deve rappresentare la fonte della singolare benedizione degli agnelli, che prevedeva, sin dallo scorcio del 1400, la sistemazione di due agnellini, adagiati in ceste di vimini, sull’altare della santa per essere benedetti: la loro lana servirà per confezionare i sacri palli del Papa e degli arcivescovi metropoliti. Questa singolare tradizione acquisisce un preciso significato ecclesiale, nel senso che “la fede, la forza e la purezza della bambina romana” – come sottolineava Amato Pietro Frutaz anni orsono – “devono rifulgere in coloro che – Papa e vescovi metropoliti – portano sulle loro spalle, in segno d’onore e di giurisdizione, il pallio tessuto con la lana che ha toccato l’altare che ne custodisce le reliquie e che, pertanto si è, per così dire, impregnato delle virtù che più splendono nell’intrepida fanciulla”.

(©L’Osservatore Romano – 21 gennaio 2010)