Con Renzo Foa (scomparso l’altra sera a Roma) ho perso un amico prezioso.
di Lucetta Scaraffia
Tratto da Avvenire del 11 giugno 2009

Foa rivelava sempre grande empatia nei confronti di chi viveva situazioni difficili, soprattutto quando si trattava di emarginazione e umiliazione.

Nella sua vita, per molti versi ricca e interessante, ne aveva fatto esperienza, e non lo dimenticava. Renzo, infatti, non è stato solo un intellettuale attento e intelligente, ma spesso anche un uomo scomodo, e questo perché cercava la verità.

Non soltanto la verità del grande giornalista: proprio a partire da quella ha infatti compiuto un lungo e profondo percorso, che ha saputo affrontare con coerenza rara. Quando capiva che qualcosa, un’idea, un pregiudizio anche molto radicato, era infondato – e arrivava quindi a toccare una verità – lo denunciava con coraggio, accettando di pagarne tutte le conseguenze, fino a cambiare la sua vita. Questa caratteristica, non molto frequente, è stata compresa immediatamente dai miei allievi che, l’inverno scorso, avevano letto il libro di Renzo «In cattiva compagnia»: un testo che li aveva come risvegliati dall’intorpidimento, non solo rendendoli più interessati alla storia contemporanea – come speravo – ma anche all’autore stesso. L’ho capito quando sono venuti, numerosi e pieni di domande, alla lezione a cui avevo invitato Renzo. Le due ore non bastarono e la lezione continuò nel corridoio. Il libro racconta il percorso biografico segnato da letture e incontri che hanno svolto un ruolo decisivo nella costruzione dell’identità umana e intellettuale di Renzo, ed era questo a interessare i ragazzi. La sua proposta di percorso in cerca della verità – colta grazie a personaggi poco noti o dimenticati oppure, come Karol Wojtyla, poco prevedibili in un giornalista di famiglia ebraica che era stato direttore dell’«Unità» – attraeva perché raccontava una storia vera e semplice al tempo stesso, un modello a cui pensavano di potersi ispirare. I ragazzi avevano compreso che si trattava di un cammino alla ricerca della verità, lontano dalle ideologie e da facili presunzioni. Quello che contava di più era che si trattava di un percorso vero, pagato di persona dall’autore. È stata questa l’ultima occasione pubblica della vita di Renzo: pochi giorni dopo la malattia si è mostrata in tutta la sua forza. Sappiamo che la sua attenzione verso il mondo e i filoni di interesse – come il libro che aveva iniziato sul 1989 – sono continuate fino a poco prima della morte: ha scritto, ha fatto programmi alla radio, ha osservato il mondo con la pietas e l’ironia che gli erano consuete.

Ha soprattutto continuato a sorprendere, come aveva sorpreso con il saggio scritto nel 2007 prendendo spunto dal libro su Gesù di Benedetto XVI, uno scritto che mi aveva profondamente colpita: la sua intima comprensione di Cristo, maturata sia attraverso il libro del Papa sia – si capisce dal testo – da una lunga riflessione precedente. Renzo aveva capito con grande chiarezza il senso del messaggio universale di Cristo: «Quando mai, prima di lui, un pescatore o un falegname o una prostituta erano stati considerati degni di nota, degni di entrare nella memoria?». Allo stesso modo, Cristo è l’«immagine più completa della resistenza dell’uomo alle avversità, alle sofferenze e alle ingiustizie in nome della vita e della ricerca della verità». La ricerca che Renzo non ha mai abbandonato.