di padre Gonzalo Miranda, L.C.*

ROMA, domenica, 25 aprile 2010 (ZENIT.org).- Ad alcuni potrà sembrare fuori  luogo dedicare oggi un numero intero (anzi, due) di una rivista di bioetica (Studia Bioethica) al tema dell’aborto. Si pretende che la questione sia ormai superata dal punto di vista etico e bioetico. Addirittura c’è chi spinge affinché l’aborto venga considerato uno tra i diritti umani…

Noi pensiamo invece che valga la pena parlarne. E che oggi, più di alcuni anni fa, si possa affrontare il dibattito in modo ragionato e serio. Non tanto tempo fa proposi agli autori di un’importante trasmissione televisiva nazionale, alla quale avevo appena partecipato, di invitare due donne americane, madre e figlia, che si trovavano in Italia. Si trattava di una bellissima testimonianza di accoglienza della vita e di perdono, dopo un’interruzione di gravidanza fallita. Accolsero subito la proposta, con una condizione: non si doveva menzionare la parola ‘aborto’ – “Sa, siamo in televisione”.

Forse oggi la questione non è più un tabù. Se ne può parlare; se ne parla. Ma lo si fa in modo sporadico, spesso solamente sull’onda di qualche nuovo eclatante episodio o della formazione di qualche lista in vista delle elezioni politiche.

Si tratta invece di una questione che merita di essere sempre vagliata, approfondita, compresa, discussa. Il fatto che una madre ponga fine, con l’intervento del medico e con l’avallo della legge, alla vita del figlio che porta nel proprio seno non potrà mai diventare una questione banale, e neanche “normale”. Al contrario, se non si vuole sfuggire da questo dramma e se teniamo presente la sua imponente dimensione sociale nei nostri giorni, dovremmo riconoscere che si tratta di una vera “questione morale”.

Non riduciamo questo concetto al dibattito politico sulla corruzione all’interno di qualche partito. Ci sono problemi che si dimostrano molto più “questioni” e molto più profondamente e drammaticamente “morali”. Nelson Mandela ebbe a dire che la situazione di conflitto nei territori di Gaza è diventata “la questione morale del nostro tempo”. Se si dovesse fare una classifica, penserei che la vera questione morale del nostro tempo, in Italia e in molti altri Paesi, è piuttosto quella dell’aborto. Milioni di donne nel mondo decidono di porre fine alla vita che cresce nel loro grembo; milioni di piccoli esseri umani vengono eliminati prima di poter vedere la luce del sole; milioni di donne e di famiglie soffrono di questa profonda lacerazione. Una questione nella quale è in gioco il modo in cui noi, esseri umani, vogliamo trattare altri esseri umani. Una questione nella quale, inoltre, è in gioco la nostra stessa concezione dell’essere umano e della sua dignità universale. In fondo, si tratta di una questione morale simile ad alcune tra le più dense e profonde che sono state affrontate dall’umanità lungo i secoli. Davanti a questioni simili non basta far finta di niente e tirare avanti, guardando altrove.

A questo proposito, può essere molto istruttivo richiamare la questione morale della schiavitù come si presentò nel dibattito sociale negli Stati Uniti due secoli or sono.

Nel 1857, la Corte Suprema americana emanò una sentenza (nel caso Dred Scott vs Sanford) che negava ai neri i diritti riconosciuti dalla Costituzione ai cittadini americani. Il testo della sentenza spiega che coloro che scrissero la Costituzione “non consideravano i negri portati come schiavi dall’Africa e i loro discendenti come cittadini, dato che all’epoca venivano ritenuti una classe di esseri subordinata ed inferiore, che era stata soggiogata dalla razza dominante, e, emancipati o meno, rimanevano soggetti alla sua autorità, e non avevano diritti e privilegi se non quelli che coloro che avevano il potere e il Governo volessero offrire loro” (1).

Potrebbe sembrare che la questione fosse stata definitivamente chiusa, niente meno che da una sentenza della Corte Suprema in un Paese democratico nel quale le sentenze dettano legge. Quella sentenza, però, non risolse il dibattito sociale sulla schiavitù. L’anno seguente, infatti, ci furono i famosi sette dibattiti pubblici nello Stato dell’Illinois, in vista delle elezioni per il Congresso americano, tra Stephen Douglas e Abraham Lincoln. Il tema centrale fu appunto la schiavitù (2). Non la possibilità o meno di abolirla totalmente. La questione dibattuta era più semplicemente se si dovesse permettere l’estensione legale della schiavitù negli Stati del Nord, nei quali non era ancora stata legalizzata. Douglas accusò ripetutamente Lincoln di essere “abolizionista”, grave insulto all’epoca, che indicava una persona che pretendeva di abolire totalmente la schiavitù. E la prova era che si era permesso di affermare pubblicamente che la Dichiarazione d’Indipendenza americana si applicava tanto ai neri come ai bianchi (affermazione che contrastava evidentemente con la sentenza della Corte Suprema appena citata). Lincoln accusava Douglas di voler “nazionalizzare la schiavitù”, estendendola agli Stati del Nord.

L’argomentazione di Douglas è quanto mai significativa, anche per i nostri tempi: sono i cittadini a dover decidere democraticamente se vogliono o meno legalizzare la schiavitù nel proprio Stato. Era la cosiddetta dottrina della Popular Sovereignty (Sovranità Popolare). In fondo, la schiavitù era legale in molti Stati (era un fatto compiuto); e se i cittadini di altri Stati la volevano, non si vedeva come qualcuno potesse opporsi a questa volontà democraticamente espressa. Tutti gli Stati, dunque, dovevano avere il potere di escludere dall’ordine dei diritti le “razze inferiori”.

Lincoln non argomentò a favore della completa eguaglianza sociale, ma affermò che Douglas ignorava l’umanità basica dei neri e il fatto che gli schiavi avessero lo stesso diritto alla libertà. Disse: “Concordo con il giudice Douglas sul fatto che egli [il negro] non è uguale a me in molti aspetti – certamente non nel colore, e forse neanche nella capacità morale o intellettuale. Ma, nel diritto a mangiare, senza il permesso di nessuno, il pane che guadagna con le proprie mani, lui è uguale a me e uguale al giudice Douglas, e uguale ad ogni uomo vivente”.

E poi caricò con forti espressioni, dicendo che non poteva non odiare lo zelo per diffondere la schiavitù: “Lo odio a causa della mostruosa ingiustizia della schiavitù stessa”. Si chiedeva anche: “Se si fanno eccezioni alla Dichiarazione d’Indipendenza che dichiara il principio che tutti gli uomini sono uguali, dove si finirà? Se un uomo dice che non si applica al negro, perché non potrà dire un altro che non si applica a un altro uomo?”.

Fece anche un’affermazione importante sul futuro del dibattito: la crisi e il conflitto saranno superati solamente quando la schiavitù verrà posta “nella via della definitiva estinzione”. Ebbe anche a dire che la schiavitù doveva essere considerata un male e si doveva impedire la sua espansione: “Questo è il vero problema. Questo è il problema che persisterà nel nostro Paese, quando le lingue del giudice Douglas e la mia siano in silenzio. È l’eterna lotta tra questi due principi – bene e male – nel mondo intero”.

Le elezioni per l’Assemblea Generale dello Stato furono vinte quell’anno dal partito di Stephen Douglas. Evidentemente molti la pensavano come lui. Ma poi, nella corsa per la Presidenza della Nazione, Douglas fu sconfitto da Lincoln. La grave questione morale della schiavitù non si calmò; anzi fu, come sappiamo, uno dei fattori principali dello scoppio della terribile Guerra Civile americana. Solo dopo quella guerra, vinta dai “nordisti” contrari all’estensione della schiavitù, e per l’insistenza del Presidente Lincoln, si arrivò alla sua abolizione, con il XIII emendamento della Costituzione, nel 1865. Solo in quel momento l’aspro dibattito sociale si avviò verso la fine, quando, come aveva detto Lincoln, la schiavitù stessa fu posta “nella via della definitiva estinzione”.

Riflettiamo, dunque. Analizziamo, esaminiamo, meditiamo. Discutiamone. Non c’è sentenza giudiziaria, né piccola né “suprema”, non c’è legge né risoluzione internazionale che possa cancellare la questione morale del nostro tempo. La coscienza umana si può oscurare ma non muore mai.

Studia Bioethica ha dedicato due numeri a questa riflessione (http://www.uprait.org/sb/index.php/bioethica/issue/view/4). Il tema e il numero dei testi pervenuti ci hanno convinto a raccogliere il materiale in un solo quaderno.

Dopo un percorso storico nel quale vengono smascherati alcuni falsi luoghi comuni sulla pratica e il pensiero in materia di aborto, si presenta uno studio della situazione attuale di questa pratica in Italia dal punto di vista demografico. Ci si addentra poi nell’analisi della legge italiana. Innanzitutto proponiamo una considerazione sull’origine storica dei contenuti e sugli effetti della legge 194 del 1978 sulla società italiana. Si studia poi il problema relativo all’applicazione effettiva di quella legge, nei suoi molteplici aspetti. Viene finalmente offerta una prospettiva di reale e possibile miglioramento della legge in vigore.

Viene proposta poi un’analisi critica dell’assunto assai comune che stabilisce una relazione inversamente proporzionale tra pratica della contraccezione e aborto. Due psicologi offrono uno studio sulle conseguenze dell’aborto volontario sull’altra vittima di questa pratica: la donna.
Si amplia ulteriormente l’orizzonte, evidenziando le recenti strategie pro-aborto nel dibattito parlamentare in Inghilterra e fornendo una panoramica della presenza attuale della nostra tematica in una delle vetrine principali della cultura odierna: il cinema.

Finalmente, tre contributi più brevi: uno studio sull’aborto nel pensiero femminista e femminile; un’indagine su alcuni termini molto utilizzati nel contesto culturale attuale che si prestano ad usi ambigui e manipolatori; un rapido sguardo al servizio lodevole ed efficace che prestano in tutta Italia i “Centri di Aiuto alla Vita”.

Altre tematiche, alcune in qualche modo correlate, vengono affrontate nella “Sezione aperta” della rivista. Insieme a quella monografica e alle numerose recensioni di pubblicazioni recenti in materia di bioetica, offrono uno strumento interessante per l’approfondimento e la riflessione personale.
Riflessione che non dobbiamo mai dare per esaurita, soprattutto su un problema come quello dell’aborto, vera questione morale del nostro tempo.

(1) Si può consultare il testo della Sentenza in http://www.pbs.org/wgbh/aia/part4/4h2933t.html (Ultima consultazione il 4-2-09). Traduzione mia.

(2) Si può trovare un resoconto dei dibattiti in http://en.wikipedia.org/wiki/Lincoln-Douglas_debates_of_1858 (Ultima consultazione il 4-2-09). Traduzione mia.

* P.Gonzalo Miranda dal 1993 al 2001 è stato Segretario Operativo del Centro di Bioetica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, a Roma. Nel 2001 ha fondato la Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum (APRA). Dal 2001 fino al 2006 è stato Decano della Facoltà di Bioetica della stessa Università. Professore ordinario di Bioetica e di Teologia Morale nelle Facoltà di Bioetica e di Teologia dell’APRA, è membro del Comitato Direttivo del Centro di Bioetica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Membro onorario del Consejo de Bioética della Conferenza Episcopale Messicana, è membro del Consiglio Direttivo della Federazione Internazionale di Centri di Bioetica di Ispirazione Personalista (FIBIP) e del Comitato Di Bioetica della Federazione Internazionale di Facoltà di Medicina Cattoliche (AIFMC). E’ inoltre membro del Comitato Direttivo delle riviste “Medicina e Morale” (Roma), “Medicina y Ética” (Messico) e “Vida y Ética” (Argentina).