Commento al Messaggio per la Giornata per la Vita 2010

di Carlo Casini*

ROMA, domenica, 7 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Il titolo è bellissimo: “La forza della vita, una sfida nella povertà”. Mi ha fatto subito venire in mente mia madre e mio padre. Lui manovale delle ferrovie, morto il primo luglio 1938 in un infortunio sul lavoro; lei, come allora si diceva, atta a casa.

Nove figli, di cui otto viventi al momento in cui mia madre rimaneva vedova: la più grande 17 anni, la più piccola un anno e mezzo. Io avevo tre anni. Nessuno lavorava. Nessuna ricchezza se non la fede in Dio, che nella mia casa si chiamava “Provvidenza”, e l’amicizia della comunità degli uomini, in primo luogo quella cristiana.

Pensando alle giornate di mia madre (nella guerra, nella malattia, nel dolore) iniziate sempre con la Santa Messa all’alba (perché allora si celebrava anche alle cinque del mattino) ho subito pensato: “E’ proprio vero: la forza della vita!”.

Supero quel tanto di pudore imposto dal carattere personale e familiare di questa memoria non solo per rendere omaggio ai miei genitori. Mi aiuta in questo Madre Teresa di Calcutta che spesso iniziava i suoi discorsi per celebrare la vita rivolgendo un ringraziamento a tutti i genitori delle persone presenti.

In realtà credo di evocare una esperienza molto comune. L’esperienza di una straordinaria forza della vita capace di superare le difficoltà più gravi, tra le quali quelle economiche che non sempre sono le più pesanti. L’esperienza di una forza invincibile Se nella mente e nel cuore la vita diviene la Vita (con la maiuscola).

Mi pare bello e giusto richiamare questa esperienza – certamente anche quella di molti lettori – in un tempo e in un luogo tanto ricchi di beni, quanto incontentabili e tristi. Parlo dell’Occidente, dove gli uomini vengono spesso chiamati “consumatori” quando si analizzano le crisi economiche e si progetta il progresso.

Non voglio ignorare certo la povertà vera e talora disperata, nemica della vita, ma prima voglio capire bene il senso della sfida tra la vita e la povertà. Perciò corro col pensiero in luoghi del mondo dove l’indigenza è generale, dove si mangia una volta al giorno e i vestiti durano una vita. Ci sono tanti bambini. Molti più che da noi. E’ saggezza la nostra preoccupazione per il secondo o terzo figlio ed è stoltezza il generare senza calcolo tra le malattie e la fame?

Un tempo i demografi rispondevano concordemente di sì e paragonavano la bomba atomica alla “bomba demografica”, causa – dicevano – di sottosviluppo, di morte, di disastri ecologici. Ma oggi, almeno per l’Occidente, tutti hanno cambiato opinione: “l’inverno demografico” mette a rischio l’esistenza stessa dei popoli, prepara il fallimento degli Stati, frena l’innovazione. Un milione e trecentomila bambini distrutti legalmente prima di nascere ogni anno con l’aborto nell’Unione europea non sono solo un problema morale.

Anche accantonando per un momento il ruolo dei diritti umani nella costruzione della società; anche limitando lo sguardo alla dimensione economico-sociale il problema appare chiaramente grave e politico. Giovanni Paolo II non ha esitato a chiamare l’aborto legale e di massa “la sconfitta dell’Europa”.

Invece in un futuro non lontano i popoli del così detto Terzo Mondo irromperanno impetuosamente sulla scena mondiale. E’ la forza della vita nella povertà. Non si tratta, certo, di giustificare l’ingiustizia degli attuali rapporti tra paesi ricchi e paesi poveri, né di rinunciare all’idea di una procreazione cosciente e responsabile. Si tratta, invece, di scoprire un collegamento tra i figli e la speranza. Sebbene in modo spesso irriflesso, proprio i poveri più dei ricchi collocano il loro sogno in un mondo futuro, che magari essi non vedranno. In ogni caso oggettivamente la vita va avanti.

C’è poi l’esperienza dei nostri Cav. La causa economica della propensione all’aborto è indicata spesso. Il nostro rapporto “Trenta anni a servizio della vita” del 2008 documenta che le madri che nel corso degli anni si sono rivolte ai nostri centri hanno lamentato la difficoltà economica in una percentuale variante tra il 20% e il 44%. Ma le operatrici e gli operatori dei Cav testimoniano anche l’irriducibile coraggio di donne disposte persino a rischiare la vita pur di far nascere il loro bambino.

Testimoniano la giovinezza ritrovata – con la sua capacità di sorriso e di fiducia – quando il figlio è accolto nonostante tutto e tutti dopo le prime esitazioni e disperazioni. Testimoniano che solo la presenza del figlio nella mente e nel cuore della madre fa scattare la molla del coraggio e che, d’altra parte, molto spesso la vita del figlio rigenera la vita stessa della madre e, talvolta, dei suoi stessi familiari.

Testimoniano che “le difficoltà della vita non si superano sopprimendo la vita, ma superando insieme le difficoltà” e che l’“insieme” che crea la solidarietà è determinato soprattutto dalla contemplazione della vita che la madre povera (nei molti sensi in cui si può essere ‘poveri’) porta in sé.

Ultimamente, insomma, è la forza della vita che salva la vita. La “necessità” di abortire – questa la nostra esperienza – non è tanto determinata dalla povertà materiale, quanto dall’annebbiamento del valore della vita. Noi proviamo dolore quando il nostro insistere nel proclamare la dignità piena della vita anche appena concepita viene accusata di astrattezza.

Altri – ci dicono – sono i problemi concreti della gente. Date casa, lavoro, sicurezza e vedrete che la vita sarà più rispettata. Eppoi la vita è di tutti – non solo del concepito. Perché non vi impegnate per tutta la vita, anche di coloro che sono già nati? Che cosa fate concretamente per i figli che avete fatto nascere, quando essi divengono ragazzi? Rispondiamo come la Pira. Accusato di essere un visionario, replicava: io sono anche un ragioniere, so fare i calcoli, sono un costruttore della città.

Così noi rispondiamo: certo, la vita è tutta la vita, ci sono problemi enormi generali. Cerchiamo di fare ciò che possiamo anche in termini concreti per tradurre in azione l’annuncio: lo testimoniano le case di accoglienza e gli oltre centomila bambini nati anche per il sostegno operoso dei Cav. Ma per risolvere i problemi generali e di tutti è necessaria la mobilitazione della intera società. Ci vuole un edificio nuovo. Noi mettiamo la prima pietra. Ecco: la prima pietra di un generale rinnovamento civile e morale.

Diceva Madre Teresa: “se accettiamo che una madre possa sopprimere il proprio figlio, che cosa ci resta?”. Cioè: “se non diciamo nulla, se non facciamo nulla per aiutare i più piccoli e deboli (sono i concepiti, ma anche molto spesso le loro madri schiacciate dalla solitudine se non addirittura dalla pressione dell’ambiente) come faremo ad avere l’energia e la forza necessaria per cambiare il mondo?”.

Davvero la questione della vita è diventata oggi la questione sociale. Ci conforta in questo senso l’insegnamento di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Ci rallegra che movimenti avvezzi per la loro origine e la loro storia a difendere i lavoratori pongano oggi a tema la vita come questione sociale. La forza della vita. La prima pietra della questione sociale.

La diffusa decadenza spirituale è sotto gli occhi di tutti. Soprattutto nel campo familiare. Dalle colonne dei giornali i “saggi” irridono una Chiesa che continua a predicare una morale, che – così dicono – nessuno ascolta più. L’aria è impregnata da un pansessualismo pornografico ideologico che è causa non secondaria di tanto rifiuto di responsabilità verso la vita umana.

Sorge spontanea la domanda: se è giusto non distruggere il modello di famiglia cosiddetto “tradizionale”, da dove ricominceremo? Come, liberati dai tabù di un tempo, recupereremo la bellezza e la gioia del matrimonio, dell’amore fedele, della castità? Accanto ad una povertà materiale c’è una indigenza spirituale.

Molti pensano che occorra agire sulle cose per avere una qualche speranza di ascolto dei valori. Naturalmente c’è del vero in questo; ma c’è un intreccio più complesso che dobbiamo scoprire. Dobbiamo continuamente chiedere una nuova politica della famiglia, ma dobbiamo essere accorti: parlare, ad esempio, di casa per i giovani che intendono sposarsi o di lotta contro la disoccupazione, etc. non deve essere uno strumento di censura per non sentire il grido dei bambini eliminati in massa a causa di una cultura della scissione che separa il sesso dalla generazione, il sesso dalla famiglia, la famiglia dal matrimonio.

Anzi è proprio questo grido che deve dare più grande consistenza agli sforzi per risolvere i problemi della casa, del lavoro, etc. Del resto non è vero che tra i poveri di cose materiali la indigenza spirituale, sia più diffusa che tra i ricchi, specie in materia di morale familiare. Molti pensano che non valga la pena parlare troppo del valore della vita se prima non si ricostruisce una cultura della famiglia.

E se fosse vero l’inverso? Che, cioè, proprio a partire dalla contemplazione del bambino non ancora nato, realtà irresistibile sol che non si rivolga altrove lo sguardo, è possibile penetrare un po’ nel significato misterioso della sessualità, dell’amore e della famiglia e trovare così la forza di una coerenza di mente e di azione?

La più grande povertà è quella di chi crede che il non senso sia il senso dell’universo, della storia, della propria vita personale. Se la pietra tombale è l’esito della vita, allora non vale la pena programmare il futuro rinunciando a qualcosa del presente. Lo stordimento del possesso di cose e del piacere che ne può conseguire è lo scopo prammatico del vivere nell’immediato e nel progetto di futuro.

Questa povertà è vinta non soltanto dalla luce abbagliante della Rivelazione ma anche in chi ritiene di non avere il dono della fede, dalla percezione di essere all’interno di un mistero grandioso e stupefacente nel quale c’è ampio spazio per una risposta di senso positivo almeno sperato, intuito, postulato, scommesso. Nel nostro tempo questa speranza viene formalmente ripetuta tutte le volte che nelle carte dei diritti umani, nelle Costituzioni e nelle leggi proclamiamo la uguale dignità di ogni essere umano, che è come dire che il vivere di ogni uomo è un valore supremo nell’ordine del creato.

Sotto questo riguardo la contemplazione dell’uomo nella sua povertà più totale, come quando è appena concepito (o sta per morire) può essere la prima pietra di un cammino spirituale, al termine del quale c’è il Padre a attendere con le braccia aperte.

“L’uomo è la via della Chiesa”: è stata la parola d’ordine di Giovanni Paolo II. Il mistero della vita facilmente constatabile guardando negli occhi un bimbo, od anche una semplice ecografia di un embrione, ci fa intuire l’intelligenza e la bellezza di una potenza creatrice e ordinatrice. La forza della vita, anche nella povertà, parla di Dio.

Che cosa è la povertà? E’ privazione del necessario. Cosa è più necessario della vita? Niente. Ancora Madre Teresa di Calcutta diceva che il bambino non nato, minacciato di essere abortito, è il più povero tra i poveri. L’uomo comincia la sua esistenza nella nudità più assoluta. Non possiede nulla se non la sua qualità di essere umano. E’il totalmente dipendente. La sua unica possibilità è l’accoglienza e l’amore della mamma.

Abbiamo già citato la cifra conosciuta dei poveri eliminati legalmente ogni anno: 1.300.000 nei 27 paesi dell’Unione Europea; 130.000 in Italia; dicono 40.000.000 nel mondo. Possiamo parlare di povertà e non pensare a loro? C’è una vecchia questione che ci tormenta: come far pensare a loro? Come affrontare la sfida? Tirando pugni nello stomaco oppure risvegliando coscienze, stupori, riconoscimenti, amori e coraggi assopiti?

Il movimento per la vita ha sempre scelto la seconda linea. Ci sono i momenti in cui il linguaggio deve essere duro, ma, di regola, preferiamo mostrare la meraviglia della vita umana piuttosto che l’orrore dell’aborto. Ce lo suggeriscono le lacrime di tante giovani donne. Anche nel dibattito culturale e politico vale il proverbio che persuade di più un cucchiaio di miele che un fiasco di aceto: il silenzio, la censura, l’irrisione e persino la violenza verbale di tanti possono essere interpretati come il riflesso della inquietudine di chi, in definitiva, si riconosce nella logica dei diritti umani e nel fondo del suo cuore sa che l’argomento della vita è irresistibile. Se la sfida è accettata la forza della vita vince.

Ma, in nessun caso, proprio per questo, la scelta di un linguaggio maieutico di accompagnamento più che di scontro può dimenticare che il bambino è sempre bambino anche prima di nascere, uno di noi, un figlio, una persona. Per questo 32 anni fa fu istituita la Giornata della vita. Nel corso dell’anno tante altre giornate ecclesiali impegnano i credenti e i non credenti in un servizio di vario genere in favore delle più diverse categorie di “poveri”. La prima domenica di febbraio ha il compito specifico di ricordarci lui: il più piccolo e il più povero.

Tanti anni sono passati, ma la Chiesa non si rassegna alla assuefazione. Proprio per questo si scrisse allora, subito dopo l’approvazione della ingiusta legge 194, che la giornata avrebbe dovuti dimostrare che “la Chiesa non si rassegna e non si rassegnerà mai”, affinché nonostante la legge, a difendere la vita resti, almeno, il baluardo della coscienza. E prenda vigore, ogni anno di più, quella solidarietà concreta verso le madri in difficoltà, che testimoniando con i fatti l’amore alla vita, penetri nelle coscienze assopite e vi risvegli la forza della vita.

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*Carlo Casini è Presidente del Movimento per la Vita italiano.