Con 2.863.649 aborti praticati e censiti ogni anno in Europa, di cui 1.207.646 nella sola Ue, nel Vecchio Continente l’aborto sta diventando la principale causa di morte. Più del cancro, più dell’infarto, e in 12 giorni viene soppresso un numero di embrioni pari a quello dei morti in incidenti stradali lungo l’intero anno. A sottolineare il peso che il fenomeno ha sulle società europee potrebbero bastare le nude cifre, che sono in aumento in numerosi Paesi, la Spagna in prima fila.

Ma dalle cifre dello studio «L’aborto in Europa e in Spagna» presentato ieri a Bruxelles dallo spagnolo Istituto di politica familiare (Ipf) si ricavano indicazioni che impressionano su vari piani: sulle tendenze in atto, sul loro impatto anche demografico per cui il numero degli aborti coincide con il deficit demografico dell’Ue, su quel che esse segnalano in termini di evoluzione complessiva nelle nostre società nei confronti di valori fondamentali.

E sulla cadenza incalzante degli aborti praticati nel nostro continente: uno ogni 11 secondi, 327 ogni ora, 7486 al giorno. Il tema del rispetto dei valori nella società europea è stato al centro della conferenza stampa in cui, nella sede dell’Europarlamento, è stato illustrato lo studio dell’istituto spagnolo. Aprendo la riunione Jaime Mayor Oreja, capo della delegazione spagnola nel gruppo parlamentare del Ppe, ha osservato che «la manifestazione più crudele della crisi dei valori è il diritto all’aborto».

Con questa espressione non aveva bisogno di chiarire quanto allarme abbia destato tra i Popolari il voto con cui il 10 febbraio scorso l’Europarlamento ha approvato su proposta di un socialista belga una risoluzione sulla parità di diritti tra uomini e donne in cui si legge che alle donne dovrebbe essere garantito «il controllo dei loro diritti sessuali e riproduttivi, attraverso un accesso agevole alla contraccezione e all’aborto», e che esse «devono godere di un accesso gratuito alla consultazione in tema di aborto», nel quadro di un generale impegno dei governi a «migliorare l’accesso delle donne ai servizi della salute sessuale e riproduttiva e a meglio informarle sui loro diritti e sui servizi disponibili».

Il vicepresidente del Parlamento europeo Mario Mauro ha approfondito il tema dei valori citando Benedetto XVI sui pericoli del fondamentalismo e del relativismo: e annoverando tra le sue conseguenze la diminuzione del numero dei matrimoni e delle nascite. «Le cifre del relativismo – ha detto – sono le cifre della decadenza del nostro continente, del fallimento dei governi europei» che tra l’altro continuano a dedicare alla politica della famiglia solo una piccola parte delle spese sociali che nell’Ue assorbono un 28% del prodotto interno lordo.

«Il legame tra aiuti prestati alle famiglie e numero delle nascite è chiarissimo», ha insistito Mauro condannando le tendenze che puntano a «un nuovo concetto di famiglia, che non è famiglia», e a fare dello Stato di diritto una sorta di «supermercato dei diritti». Il presidente dell’Ipf, Eduardo Hertfelder si è poi soffermato sulle preoccupazioni che si acuiscono per la tendenza sugli aborti nel suo Paese, la Spagna.

Franco Serra

Spiega il saldo demografico negativo

Paesi della Ue rappresentano il 42% (1.207.646) del totale, tenendo però conto che la popolazione residente nel­l’Unione è circa il 68% del­l’intera popolazione euro­pea.
All’interno dell’Europa co­munitaria però ci sono note­voli differenze tra il gruppo Ue-15 (il nucleo storico del­l’Unione Europea, che rap­presenta l’83% della popola­zione) e il resto dei Paesi. In­fatti mentre nei 12 Paesi del­l’allargamento il decennio tra il 1998 e il 2008 ha visto un calo drastico nel numero degli aborti (-49%, da 550.587 a 281.060), nella Ue-15 si è registrato il fenomeno con­trario: un aumento di circa 70mila aborti l’anno, da 855.645 a 926.586 (+8,3%).
I record di Romania e Spa­gna.

In entrambi i casi risul­tano decisivi due Paesi: tra i 15, è la Spagna che da sola rappresenta l’87% dell’au­mento registrato negli ultimi dieci anni (vedi articolo a parte), mentre nei 12 di re­cente adesione il caso limite è quello della Romania, do­ve nel 1994 si praticavano 530.191 aborti, scesi nel 2008 a 127.907. Da sola quindi la Romania ha registrato un ca­lo assoluto maggiore di quel­lo di tutti i 12 Paesi messi in­sieme. Mentre considerando gli ultimi 15 anni la Romania è il Paese che ha registrato il più alto numero di aborti (4.065.904, contro i 3.082.816 della Francia, i 2.988.009 del Regno Unito e 1.998.225 del­­l’Italia), malgrado il nettissi­mo calo degli ultimi anni, es­sa rimane il terzo Paese eu­ropeo per numero di aborti, preceduta da Regno Unito (215.975) e Francia (209.913). L’Italia è invece quarta con 121.406. Rispetto agli altri tre Paesi (compresi tra i 60 e i 64 milioni di abitanti), la Ro­mania però ha una popola­zione complessiva netta­mente inferiore (21.5 milio­ni).
Una gravidanza su 5 finisce in aborto.
Nel 2008 il 18.3% delle gravidanze nella Ue-27 è stato interrotto volontaria­mente. Su 6.591.836 gravi­danze, infatti, solo 5.384.190 sono state completate con la nascita di un bambino.
Il problema delle adole­scenti.
Un aborto su 7 (il 14.2%) nella Ue-27 è stato praticato su ragazze minori di 20 anni, per un totale di 170.932. Numero che sale a 338.217 se si considerano an­che i Paesi europei extra-co­munitari. Rimanendo nel­l’ambito dei 27 è chiaro che il problema è più grave per il Regno Unito, dove nel 2008 hanno abortito 46.897 ado­­lescenti, contro le 31.779 del­la Francia, le 14.939 della Spagna, le 14.316 della Ro­mania e le 13.775 della Ger­mania.
L’obiezione di coscienza non sempre rispettata.
Soltanto in due Paesi dell’Unione (Ir­landa e Malta) l’aborto è ille­gale, mentre in 14 è ammes­so in certe circostanze e in 11 è invece libero. Nell’ambito della Ue-15, l’obiezione di coscienza è esplicitamente riconosciuta in undici Paesi: non è prevista invece in Gre­cia, Svezia e Finlandia. Ge­neralmente è previsto anche un periodo di riflessione in­torno a una settimana. Tale periodo è obbligatorio in Bel­gio, Francia, Lussemburgo, I­talia, Olanda, Germania, Grecia e Portogallo.
Alcune proposte.
Le politiche di prevenzione dell’aborto fi­nora applicate in Europa hanno mostrato chiaramen­te di non funzionare, per questo l’Istituto di Politica Familiare (Ipf) chiede un cambiamento radicale nel­l’approccio al problema, che ruota attorno a un obiettivo di fondo: «La promozione di politiche che garantiscano i diritti dei bambini non nati e il diritto delle donne alla ma­ternità, eliminando gli osta­coli che impediscono la ma­ternità e affermando esplici­tamente che l’aborto è un at­to di aggressione contro le donne». Tra le proposte con­crete avanzate dall’Ipf tro­viamo quella di un «Aiuto di­retto universale» di 1.125 eu­ro per ogni donna incinta (125 euro per nove mesi), u­na linea diretta di finanzia­mento per le associazioni che aiutano le donne duran­te la gravidanza, la riduzio­ne del 50% dell’Iva sui pro­dotti basilari per l’infanzia.
Ma questo radicale cambia­mento di approccio avrebbe tra gli obiettivi anche quello di rispondere alla drammati­ca crisi demografica dell’Eu­ropa. E l’Ipf chiede perciò la preparazione di un Libro Ver­de sui tassi di natalità in Eu­ropa, per analizzare la situa­zione, le sue cause e le solu­zioni da individuare.
L’Ipf propone un «aiuto diretto universale» di 1125 euro a ogni donna incinta, finanziamenti alle associazioni e riduzione dell’Iva sui prodotti per l’infanzia

© Copyright Avvenire 3 marzo 2010