di Assuntina Morresi 
Tratto da Avvenire

È la prima morte australiana dopo un aborto con la pillola Ru486. La notizia è stata resa pubblica nei giorni scorsi da un coroner, ma il fatto è accaduto nel 2010.

Salgono quindi a 26 le donne morte dopo aver abortito con la “kill-pill”, e vanno anche ricordate dodici persone cui la Ru486 è stata somministrata al di fuori di protocolli autorizzati.

Oramai non fanno più notizia, come se fosse normale che ogni tanto qualche donna muoia per aborto farmacologico, e “dimentica” che con questo tipo di procedura si muore di più che con l’aborto chirurgico. La pillola abortiva, infatti, si assume entro le prime sette (o nove, in alcuni Paesi) settimane di gravidanza, e il paragone della mortalità va fatto con aborti chirurgici effettuati nello stesso periodo, perché un intervento abortivo è più pericoloso con l’avanzare della gravidanza. La mortalità dopo un aborto entro i primi due mesi di gestazione è da sette a dieci volte maggiore con la Ru486, rispetto a quella registrata nello stesso periodo, dopo aborto chirurgico.

Ma rivediamo il tragico elenco. Negli Stati Uniti la Fda (Food and Drug Administration, l’ente di farmacovigilanza) un anno fa ha aggiornato la pagina Web di questo prodotto. Dagli altri Paesi si sa qualcosa grazie alle notizie di cronaca, o da indagini parlamentari (com’è accaduto in Italia), ma sempre con molta difficoltà. Incrociando le informazioni, possiamo trarre alcune conclusioni. Anzitutto, negli Stati Uniti sono state registrate 14 morti, di cui 7 a seguito della rarissima infezione da Clostridium sordellii. Ricordiamo che in un primo momento alcuni avevano ipotizzato che l’infezione fosse dovuta a una impropria somministrazione – vaginale – del secondo prodotto, assunto dopo la Ru486 vera e propria, ovvero le prostaglandine. Ma una delle sette donne lo ha preso per bocca, smentendo queste supposizioni. Una è morta per infezione da Clostridium Perfrigens, e altre sei per “eventi unici”, fra cui due gravidanze extrauterine (per le quali la Ru486 è controindicata perché ne copre i sintomi); una donna è morta in Canada, sempre per Clostridium sordellii durante una sperimentazione clinica autorizzata (e poi interrotta); una 16enne portoghese è morta sempre per infezione batterica. Cinque le donne morte in Gran Bretagna, due in Francia, una in Svezia (di nuovo 16 anni), una a Taiwan. E ora una anche in Australia.

La Fda segnala poi 5 decessi avvenuti in Paesi diversi dagli Usa, e dalla loro scarna descrizione potremmo ipotizzare che forse rientrano nelle morti già conteggiate, ma non ne abbiamo alcuna certezza. Fonti diverse documentano altre due donne morte per infezione da Clostridium a seguito di aborto farmaco logico, ma avevano usato solo prostaglandine – la sostanza che si assume sempre dopo la Ru486, per avere le contrazioni che fanno espellere l’embrione. Dati venuti a fatica alla luce sempre molto tempo dopo i fatti, di cui però non sembra importare niente a (quasi) nessuno.

A disinteressarsene per primo è proprio chi ancora oggi continua a dire che “prima” (della legalizzazione), di aborto le donne morivano. Evidentemente per chi ricorda il passato ma non guarda il presente, le 26 donne (oltre a chissà quante di cui abbiamo solo vaghe notizie da India e Cina, delle quali sappiamo solo che «molte sono morte dissanguate»), sono “diversamente morte” e possono essere derubricate a “incidenti di percorso”, inevitabili: alla fin fine, possiamo fare come se non ci fossero. E quante ne devono morire ancora, prima che qualche autorità sanitaria si decida a indagare?

Il metodo farmacologico, si sa, è la strada maestra per nascondere la piaga dell’aborto, per trasformarlo da un grave problema sociale che va prevenuto e che misura il malessere di una società a un privatissimo atto medico, come tanti. Per questo, una volta superato il “problema” dell’introduzione dei farmaci abortivi in commercio, non conta più niente di quel che accade: l’obiettivo – la diffusione dell”’aborto dolce” – è raggiunto. Il resto, sono “morti diverse”.