di Giuseppe Noia*

ROMA domenica, 13 giugno 2010 (ZENIT.org).- Esistono alcuni aspetti inquietanti delle complicanze mediche dell’aborto, ma ciò che risulta più drammatico è come la cultura medico-scientifica tenda a minimizzare o addirittura a bloccarne la conoscenza e la diffusione: un esempio di abortività silente.

Un fatto emblematico, è quello segnalato dalla Coalizione Statunitense, relativo al rapporto aborto/cancro mammario: essa riferisce che da una metanalisi degli ultimi 50 anni, si evince che ben 28 studi, su 37 condotti, hanno stabilito un legame tra aborto e cancro mammario.

Tale dato anamnestico, fino ad ora, non era stato mai reso pubblico e dovrebbe essere fornito, nella consulenza, alle donne, che optano per l’interruzione volontaria di gravidanza.

Sette anni più tardi, in una pubblicazione medica inglese, è emerso di nuovo questo elemento: un rischio 160 volte più alto di cancro mammario, nelle donne australiane che avevano avuto un aborto indotto (aborto scelto o subìto) (P. Goodenough, Cybercast New Service, 7 gennaio 2002).

Il giornalista Stuttaford, della pagina medica del Times (2000), ha affermato che non esiste alcuna relazione tra aborto e cancro della mammella.

Più recentemente, però, ha scritto: “Il cancro della mammella, viene diagnosticato ogni anno, in Gran Bretagna, in 33.000 donne: di queste, un’alta proporzione ha avuto un aborto prima di sposarsi. Tale popolazione di donne, ha un rischio 4 volte superiore, rispetto alla popolazione femminile che non ha subìto tali intervento, di sviluppare un cancro della mammella”.

I gruppi a favore dell’aborto, chiaramente, si rifiutano di presentare questo dato e giustificano tale scelta affermando che non è necessario informare la donna, prima dell’intervento abortivo, poiché aggiungerebbe un elemento di stress a quello che già stanno vivendo.

Il dr. Joel Brind, un’autorità americana, in tale ambito, riferisce di uno studio fatto, nel 1988, su un campione di donne australiane, in cui era stato stimato l’aborto, come il fattore di rischio, per il cancro mammario, più alto di qualsiasi altro fattore noto, compresa una storia familiare per tale patologia. Lo studio era, primariamente, finalizzato alla individuazione di fattori di rischio di tipo alimentare.

Un altro aspetto delle complicanze mediche dell’intervento abortivo, è quello riguardante il rapporto tra pillola contraccettiva (contraccezione ormonale) e l’amplificazione del rischio di cancro mammario, in donne con una anamnesi familiare positiva, per tale patologia.

In un articolo, pubblicato sulla rivista “Jama” (11/10/2000), è stato calcolato che l’uso del contraccettivo orale per le sorelle e per le figlie di donne con cancro mammario, comporta un rischio 3 volte superiore, rispetto alla popolazione normale, che non assume la pillola estroprogestinica.

Thomas Sellers, epidemiologo del Mayo Clinic Cancer Center, riporta uno studio su un campione parentale, relativo a 426 donne, a cui era stato diagnosticato un cancro mammario e sui risultati di 3396 prelievi, fatti su tale campione. Tra il 1944 e il 1952, ha dimostrato che tale rischio era reale, soprattutto nelle donne con mutazione genetica BCRA, associata a cancro ovario e mammario. I dati sono stati analizzati tra il 1991 e il 1996 e rappresentano il primo studio multigenerazionale, fatto in tale ambito e riguardante tale aspetto.

In conclusione, l’impegno dell’ambito medico/scientifico, nei confronti della vita prenatale, deve assumere una connotazione di tipo culturale; ha il dovere di ampliare il braccio diagnostico e gli interventi terapeutici, considerando l’embrione-feto un “paziente” a tutti gli effetti; ha il dovere di trasmettere “semi di speranza”, nel diffondere le nuove acquisizioni, in tema di medicina prenatale, con correttezza professionale e nel rispetto della verità scientifica; ha il dovere di chiarire i limiti etici, sottesi ad alcune tecniche, diagnostiche e terapeutiche, perché la vita prenatale venga difesa, riscoprendone la bellezza e la dignità.

L’abortività farmacologia e meccanica

“Per facilitare la diffusione dell’aborto, si sono investite e si continuano ad investire somme ingenti destinate alla messa a punto di preparati farmaceutici, che rendono possibile l’uccisione del feto nel grembo materno”. “La stessa ricerca scientifica, su questo punto, sembra quasi esclusivamente preoccupata di ottenere prodotti sempre più semplici ed efficaci contro la vita e, nello stesso tempo, tali da sottrarre l’aborto a ogni forma di controllo e responsabilità sociale”.

Il meccanismo d’azione di tali preparati, non viene comunicato correttamente e, per definizione e per tradizione, vengono assunti a scopo contraccettivo.

Viene, così, manipolato l’atto coniugale “nella sua obiettività totale e personale, di modo che esprima la sola dimensione psicologico-affettiva e non quella procreativa oppure esprima soltanto un fatto biologico-fisico e non anche l’unione affettiva e spirituale”, “manipolare vuol dire, in questo caso, dividere e separare nell’atto singolo l’aspetto amore dall’aspetto vita, vuol dire ridurre questo atto di amore che è personale e quindi totale, vuol dire non riconoscere la verità di una realtà e di una norma, norma inscritta nella natura stessa dell’uomo” (E. Sgreccia, “Manuale di Bioetica”, vol. 1, vita e Pensiero, Milano 1999).

Viene, inoltre, privato di ogni responsabilità e di ogni scelta di libertà.

Tutto ciò risulta ancor più veritiero nel caso di unioni sessuali che avvengono al di fuori del matrimonio e di ogni legame affettivo autentico.

Abortività contraccettiva

I preparati contraccettivi ormonali, cioè l’associazione di due ormoni sintetici (pillola estro-progestinica), presentano un meccanismo d’azione complesso:

1. il blocco, a livello dell’asse ipotalamo-ipofisi, della ovulazione;

2. l’alterazione dell’habitat endouterino e relativo impedimento dell’annidamento dell’embrione;

3. l’alterazione della motilità tubarica, e, in ultimo;

4. l’alterazione delle caratteristiche qualitative del muco cervicale.

Da quanto esposto, è facile dedurre che i punti 2 e 3, se il blocco centrale della ovulazione fallisce, rappresentano l’azione abortiva e non solo contraccettiva dei preparati ormonali: è un problema di linguaggio, di onestà scientifica e di correttezza professionale (M.L. Di Pietro-R. Minatori, “Sull’abortività della pillola estroprogestinica e degli altri contraccettivi”, in “Medicina e Morale” n.s. 46, 1996. 863-900. B.Bayle, “L’activitè antinidatoire des contraceptifs oraux, Contraception-Fertility-Sterility, 1994, 22 (6))..

Abortività intercettava

Il termine intercezione si riferisce a quella tecnica abortiva, che “intercetta” l’embrione, attraverso l’alterazione della fisiologia del trasporto, nella tuba di Falloppio e dell’impianto in utero.

Tale meccanismo abortivo, viene operato sia da intercettivi di natura ormonale (“pillola del giorno dopo”, “minipillola”, “progestinici a somministrazione depol”, “analoghi del GnRH”, cioè di natura meccanica, “IUD o spirale”). In particolare, la cosiddetta “pillola del giorno dopo” (levonurgestrel), agisce come tutti gli intercettivi, in una fase successiva alla fecondazione, intercettando l’embrione, prima del suo ingresso in utero e del suo impianto. Per tale motivo, è stata denominata contraccezione d’emergenza, perché viene indicata l’assunzione entro 72 ore dal rapporto sessuale considerato a rischio e ripetuta dopo 12 ore.

Il termine “contraccezione”, è scientificamente errato, in quanto il meccanismo d’azione sotteso non è di natura contraccettiva, ma intercettava, laddove si fosse verificata una fecondazione: un esempio di “antilingua”.

I termine “emergenza”, si riferisce al pericolo che una gravidanza evolva e quindi al motivo per cui la si somministra, cioè a scopo abortivo e non contraccettivo: se è avvenuto un concepimento, l’embrione non può impiantarsi in utero, perché l’endometrio è alterato dalle dosi massicce degli ormoni, ancora una volta una vita che non viene accolta!

Il termine “rapporto a rischio”, evidenzia la superficialità con la quale si hanno rapporti sessuali, privi di responsabilità procreativa e ai quali, se si ha una gravidanza, bisogna porre riparo, nel migliore dei modi ed evitando l’aborto chirurgico: il rischio è la presenza dell’embrione!

Per quanto riguarda il meccanismo intercettivo di natura meccanica, la spirale (o IUD), un dispositivo di materiale plastico o di altro tipo, fornito in varie forme, che viene posizionato nella cavità uterina: agisce come un corpo estraneo e viene riconosciuto come tale dalla mucosa endometriale, che risponde con un processo infiammatorio cronico, impedendo, così, all’embrione, l’annidamento.

Siamo di fronte alla “follia scientifica”: l’embrione paragonato ad un virus e trattato con una terapia preventiva. Ma il concetto di “prevenzione”, significa evitare il rischio che si sviluppi una patologia, non eliminare il paziente: l’embrione non accolto ed eliminato come un virus. Ancora una volta, vogliamo sottolineare la cecità di tale approccio alla vita.

Dopo tale esamina, desideriamo concludere la riflessione con l’invito, rivolto agli uomini di scienza da Paolo VI:

“Vogliamo ora esprimere il Nostro incoraggiamento agli uomini di scienza, i quali possono dare un grande contributo al bene del matrimonio e della famiglia e alla pace delle coscienze, se, unendo i loro studi, cercheranno di chiarire più a fondo le diverse condizioni che favoriscono una onesta regolazione della procreazione umana” (Paolo VI, Lettera Enciclica sulla retta regolazione della natalità Humanae Vitae del 25 luglio 1968, n. 24, in EV 3, Bologna 1976, 610).

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*Giuseppe Noia è professore di Ginecologia e Ostetricia e Chirurgia Fetale Invasiva alla Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, Responsabile del Centro Diagnosi e Terapia Fetale – Day Hospital di Ginecologia del Policlinico Agostino Gemelli di Roma. Vicepresidente de la Quercia Millenaria.  Autore di decine di libri e saggi tra cui “Le terapie fetali invasive”, “Terapie fetali” e co-autore del libro “Il figlio terminale”.