di Massimo Introvigne
Tratto da La Bussola Quotidiana l’8 maggio 2011

Nell’enciclica Caritas in veritate Benedetto XVI ha denunciato «un eclettismo culturale assunto spesso acriticamente», in cui all’insegna del relativismo le culture sono «considerate come sostanzialmente equivalenti e tra loro interscambiabili».

In realtà, secondo il Pontefice, le culture possono e devono essere oggetto di un «discernimento» alla luce della «legge morale universale», che la ragione può conoscere anche a prescindere dall’insegnamento religioso e che vale per ogni cultura. Una delle forme più aggressive del moderno relativismo culturale, promossa soprattutto da alcune tendenze dell’antropologia che hanno però contagiato anche missionari cristiani, è il relativismo antropologico, secondo cui non esistono verità e valori universali. Ogni verità presunta universale sarebbe un semplice prodotto di una determinata cultura e varrebbe solo all’interno di quella cultura. Chi volesse perciò proporre verità e valori nati in Occidente a popolazioni di altre zone della Terra, soprattutto «primitive», si renderebbe colpevole di genocidio culturale e di «etnocidio».

Di più: sulla scorta di vecchie tesi antropologiche e del marxismo alcuni sostengono che i presunti «primitivi», di cui si afferma che non conoscono la proprietà privata e che vivono una sessualità libera da inibizioni e sensi di colpa, sarebbero molto più avanzati e felici di noi presunti «civilizzati» dell’Occidente. Il pensatore cattolico brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995) ha scritto pagine molto acute, in tema di popolazioni dell’Amazzonia, su come questo «tribalismo indigeno» abbia contagiato perfino missionari cattolici.

Terra promessa degli antropologi – e in particolare di quelli relativisti – è stata per decenni l’Australia, dove esistevano almeno fino agli anni 1980 tribù «non contattate» – l’ultima sarebbe stata avvicinata nel Deserto di Gibson, in Australia, nel 1984 – che non avevano mai conosciuto l’uomo bianco. Qui, anche, si è sviluppata una feroce polemica sul genocidio culturale – e non solo culturale – che i coloni avrebbero inflitto agli aborigeni. Dopo il 1968, in particolare, in un clima di relativismo culturale dominante si sono moltiplicate le pubbliche scuse di personalità politiche australiane alle tribù aborigene per torti riconosciuti come secolari.

A partire dal 2002, le cose sono però cambiate. Uno storico – ed ex marxista pentito diventato neoconservatore -, Keith Windschuttle, ha pubblicato il primo di tre volumi di un’opera monumentale su La falsificazione della storia aborigena (The Fabrication of Aboriginal History, vol. I, Macleay, Sydney 2002), dedicato alla Tasmania, l’isola dove secondo gli antropologi sarebbe avvenuto il genocidio peggiore, con migliaia di aborigeni uccisi. Windschuttle ne riduce il numero a 125 e sostiene che in Australia in genere la riduzione dei 350mila aborigeni del 1800 ai 100mila del 1950 è derivata dalle malattie infettive e da violentissimi scontri intratribali, ben più che da presunti massacri operati dai coloni, contro i quali non ci furono mai vere «guerre di resistenza». Anzi, proprio grazie anche all’opera dei missionari che hanno diffuso abitudine igieniche migliori e medicinali, il numero degli aborigeni è risalito oggi a oltre cinquecentomila unità e molti di loro, in gran parte cristiani, si vanno integrando nella società australiana.

Il testo del 2002 è stato seguito da durissime polemiche. Prima del secondo volume della sua opera monumentale, in preparazione, Windschuttle ha ora pubblicato il terzo (Macleay, Sydney 2010) dedicato alle «generazioni rubate», cioè agli aborigeni che per oltre un secolo, a partire dal 1881, sarebbero stati sottratti ai loro genitori e affidati a collegi o famiglie adottive nella speranza che s’integrassero e soprattutto che sposassero non aborigeni, così eliminando completamente le tribù attraverso un lungo e ambizioso programma eugenetico, che una certa antropologia non teme di paragonare all’eugenetica nazista. Complici di questo «genocidio per adozione», secondo gli stessi antropologi, sarebbero stati almeno fino agli anni 1970 i missionari protestanti e cattolici – nel mirino sono finiti soprattutto i Pallottini – i quali avrebbero offerto i loro collegi per il sinistro programma di eliminazione degli aborigeni attraverso le adozioni e i matrimoni. Diversi governi australiani hanno presentato le loro scuse agli aborigeni per le «generazioni rubate», offrendo anche compensazioni finanziarie alle vittime ancora in vita e ai loro discendenti. I tribunali, per la verità, si sono poi dimostrati scettici sul reale diritto a queste compensazioni: l’unica causa vinta – quella di Bruce Trevorrow (1956-2008) nell’Australia del Sud, con un verdetto confermato in appello dopo la pubblicazione del libro di Windschuttle – riguarda un caso limite, in cui un minore fu dato in affidamento non applicando, ma violando le leggi dell’epoca.

Windschuttle sostiene ora che, molto semplicemente, non esistono «generazioni rubate». Mentre rapporti governativi parlano di «almeno 50mila» minorenni aborigeni sottratti ai loro genitori e dati in affidamento a collegi religiosi o famiglie bianche, un minuzioso spoglio degli archivi – specialità di Windschuttle, che anche stavolta ha prodotto un volume di 650 pagine – ne riduce il numero a 8. 250. La grande maggioranza di questi bambini – o meglio ragazzi, perché la maggioranza aveva più di dieci anni – non fu «sottratta alle famiglie»: numerosi erano gli orfani di padre e di madre, mentre altri furono consegnati ai collegi religiosi da ragazze madri o da vedove che da sole non riuscivano ad allevarli. Le assistenti sociali, ammette Windschuttle, ebbero talora la mano pesante nel trasferire in collegio ragazzi di cui i genitori si occupavano poco: ma, all’epoca, l’avevano anche con le famiglie bianche povere, così che non si può parlare di discriminazione razziale.

Ci furono sicuramente responsabili governativi degli aborigeni – come Auber Octavius Neville (1875-1954), il «cattivo» di molti libri sulle «generazioni rubate» – che sventolarono programmi eugenetici proponendo il matrimonio con non aborigeni come via all’assimilazione. Ma, secondo Windschuttle, parlarono molto, fecero poco e ottennero meno ancora, dal momento che come si è accennato ci sono più aborigeni oggi in Australia di quanti ve ne fossero cento o cinquant’anni fa. L’aspetto fondamentale è poi quello secondo cui i veri e propri aborigeni dati in affidamento o adozione sono qualche decina. I programmi governativi non si riferivano agli aborigeni – di cui anzi affermavano di volere preservare l’esistenza e la cultura -. ma ai meticci, figli in genere di donne aborigene e di coloni bianchi o marinai cinesi che sbarcavano sulle coste australiane. Costoro – disprezzati dalla società aborigena e con problemi d’integrazione anche tra i bianchi – erano considerati ragazzi «a rischio» e avviati con maggiore frequenza ai collegi tenuti da missionari, peraltro in molti casi non contro ma con il consenso dei genitori. La cifra di 8. 250 affidi, poi, si riferisce in maggioranza a ragazze, non a ragazzi. Proprio a causa del disprezzo verso i meticci, le ragazzine «mezzosangue» erano frequentemente esposte al rischio degli abusi sessuali e di un precoce avviamento alla prostituzione.

Qui, però, sta tutto il problema dottrinale soggiacente al terzo volume di Windschuttle. Gli antropologi hanno in parte ragione quando sostengono che l’accostamento aborigeno alla morale sessuale era diverso da quello dei cristiani. I matrimoni erano combinati al momento della nascita delle bambine e celebrati e consumati alla pubertà, spesso quando la bambina aveva otto o nove anni. Alle donne nelle tribù non erano riconosciuti gli stessi diritti degli uomini. Erano vittima frequente di infanticidio – perché le tribù, specie in periodo di carestia, preferivano nutrire i figli maschi – e in seguito di abusi sessuali. Il contatto con i non aborigeni – con gravi colpe di questi ultimi – portò a un forte incremento della prostituzione, che peraltro esisteva già, e della diffusione delle malattie veneree. Tragici – ma attestati da documenti ufficiali – sono i resoconti degli arrivi di navi di pescatori di perle cinesi sulle coste australiane del XIX e del primo XX secolo. Gli aborigeni li aspettavano erigendo grandi letti sulle spiagge, dove i marinai potevano incontrare prostitute giovanissime, che spesso morivano per l’esaurimento e i maltrattamenti. Le giovani meticce erano, per le ragioni accennate, le più frequenti candidate alla prostituzione. Dove arrivavano i bianchi o i marinai malesi si diffondeva, talora, anche la prostituzione omosessuale.

I missionari – protestanti e cattolici – insegnavano certamente una morale diversa, reprimendo duramente la prostituzione e la pratica dei matrimoni tra adulti – talora anziani – e bambine inferiori ai dodici anni. Sbagliavano, distruggendo la tradizionale cultura aborigena, o facevano bene, dando prevalenza rispetto al costume a una legge morale universale? Esiste una legge morale naturale valida per tutte le culture? Windschuttle riporta i problemi di un vescovo cattolico il quale, influenzato da religiosi missionari che avevano studiato antropologia, decise di sposare con rito religioso una bambina aborigena di nove anni con un vecchio della sua tribù che avrebbe potuto essere suo nonno. Attaccato, il vescovo si difese sostenendo di avere intervistato la bambina, che era pienamente consenziente, ma le polemiche si fecero insostenibili quando la bimba dopo un anno di matrimonio – e di frequenti rapporti sessuali – morì, come avveniva spesso in questi casi. Il vescovo era mons. Matthew Gibney (1837-1925) e l’episodio risale all’anno 1900, una prova che il «tribalismo indigeno» non è nato dopo il Vaticano II.

La lettura del rapporto Little Children Are Sacred (“I bambini piccoli sono sacri”), pubblicato nel 2007 dal Governo del Territorio del Nord Australia, mostra che questi problemi non sono risolti ancora oggi. Il rapporto rende omaggio al politicamente corretto antropologico e alla necessità di rispettare le specificità della cultura aborigena, ma riporta diversi casi di matrimoni con bambine di età inferiore ai dodici anni, affermando che vanno impediti perché non sono conformi al diritto tribale tradizionale, le cui complesse prescrizioni oggi è difficile rispettare. Non è veramente chiaro se, nel caso le prescrizioni potessero essere rispettate, oggi l’Australia tollererebbe matrimoni fra bambine di nove anni e aborigeni di sessanta.

Il problema, ultimamente, è quello dell’esistenza di una legge morale universale. Se questa legge non esiste, resta spazio al relativismo antropologico che chiede di lasciar vivere gli aborigeni «come vogliono» e «come sono sempre vissuti»: se il matrimonio imposto a ragazzine di nove anni o l’infanticidio delle bambine vanno avanti da secoli, chi siamo noi per pretendere che i nostri valori siano superiori e impedire queste pratiche? Se invece c’è una legge universale della ragione che s’impone a tutti – bianchi e aborigeni, cristiani e adepti delle religioni tradizionali – a prescindere dalla fede religiosa e dalle tradizioni, allora offrire a bambine aborigene australiane una vita libera dai matrimoni forzati, dalla prostituzione e dal sottosviluppo educativo e sanitario è stato un merito, non una colpa, dei missionari.

«Oltre a portare il Vangelo – scrive Windschuttle – i missionari imposero la disciplina necessaria a imparare a leggere, a scrivere, a contare, a ricevere una decorosa istruzione primaria. Liberarono le donne aborigene persuadendole che i loro corpi appartenevano a loro, non ai loro mariti e padri, e che avevano il diritto di scegliere chi sposare. Spiegarono alle madri e alle loro figlie che è sbagliato, per ragioni sia fisiche sia morali, forzare bambine di otto o nove anni di età ad avere rapporti sessuali con uomini adulti. Mostrarono alle ragazzine che c’erano alternative a un matrimonio con mariti anziani e violenti. Incoraggiarono gli aborigeni a mantenere un livello di igiene indispensabile per prevenire la diffusione delle epidemie. I missionari più esperti insegnarono a sostituire la vecchia economia dei nomadi con una vita di villaggio fondata sull’agricoltura moderna. Offrirono un rifugio agli orfani e ai ragazzi di strada, particolarmente ai meticci, che nessuno voleva né tra gli aborigeni né tra i bianchi». Alcuni missionari furono culturalmente insensibili; almeno uno – protestante – fu a sua volta accusato di abusi omosessuali. Ma la grande maggioranza si comportò in modo ineccepibile: non violò i diritti degli aborigeni ma li protesse, al costo della malattia e talora della vita. Considerare l’eroismo dei missionari una forma di genocidio culturale mostra solo a quali paradossali conseguenze arriva oggi il culto del relativismo.