di Domenico Bonvegna

Adesso si scopre il fenomeno del bullismo femminile, qualche Tg ha fatto vedere come delle ragazzine si contendono un ponte.

Per l’apertura dell’anno scolastico 2009-10, alcuni presidi hanno consigliato gli studenti di evitare baci ed effusioni intime per prevenire eventuali contagi della malattia HIN1, precauzioni che fanno sorridere di fronte all’inchiesta choc del Comune di Milano sugli eccessi online a luci rosse dei giovanissimi nelle scuole di Milano.

In una lettera alle famiglie, l’Assessore alla salute Giampaolo Landi di Chiavenna, afferma che “c’è una dilagante cultura della micro prostituzione, ed il mezzo d’elezione è diventato ovviamente la Rete. Attraverso un sms si danno appuntamento nelle zone più nascoste della scuola per avere un rapporto sessuale e se non ricevono il permesso di uscire dall’aula si fanno cacciare fuori. Il sistema è uguale in tutti gli Istituti di Milano. Il cliente, al massimo un diciassettenne e la baby prostituta, a volte anche di tredici anni, entrambi studenti, abbassano la suoneria del telefonino e si mandano un sms per confermare gli accordi presi il giorno prima. Non sempre a incontrarsi sono soltanto un lui e una lei. Il sesso, rapido, può essere anche di gruppo. Dipende dai desideri e da cosa offre il momento”.

Dell’inchiesta del Comune di Milano si è interessata La Stampa di Torino che in un editoriale pubblicato il 31 agosto scorso racconta la storia delle ragazze disponibili che girano di istituto in istituto. Non è neppure indispensabile conoscersi: i ragazzini possono contare su una «lista elettronica», fatta circolare sui telefonini e sui blog via internet, che descrive la disponibilità della studentessa. Oltre al nome, cognome e numero di telefono, anche il prezzo e il tipo di prestazioni fornite: rapporti orali, sessuali completi, anali, con singoli o coppie, durante le lezioni, soltanto nell’intervallo, in cambio di vestiti firmati, ricariche per i cellulari e compiti. Liste note da tempo tra gli adolescenti, e di cui solo oggi, invece, gli adulti conoscono l’esistenza. A parlarne per la prima volta un gruppo di teenager milanesi, seguiti da Luca Bernardo, il medico ha messo in piedi un ambulatorio sul disagio giovanile (l’unico) presso il Fatebenefratelli. «Gli elenchi non restano in mano agli studenti dello stesso istituto. Si scambiano con quelli delle altre scuole, creando un vero e proprio mercato della prostituzione minorile». (Elena Lisa, sesso a scuola basta un sms, 31.8.09 La Stampa). Intanto cresce l’allarme alcol tra le ragazze, secondo Bernardo, su 70 adolescenti alcoliste, le donne rappresentano il 66%.

“Il problema è che abbiamo di fronte una gioventù senza guida”, afferma Antonio Lupacchino, provveditore di Milano.

Parlare con gli adolescenti è la sfida più difficile. L’allarme lanciato dal Comune di Milano è comune ad altri Paesi europei, in particolare la Francia e l’Inghilterra, dove il problema disciplina è più grave che in Italia, tra l’altro anche il professore Giorgio Israel lo rilevava in un servizio apparso su Il Sussidiario. net.

Un interessante servizio apparso alla fine di luglio su El Pais, di Mario Vargas Llosa, L’anno in cui nelle scuole morì l’autorità, tradotto in Italia da La Stampa di Torino. Llosa fa riferimento a un documentario della tv francese su un liceo della periferia parigina, in cui le famiglie francesi povere convivono con gli immigrati di origine sub-sahariana, latino-americani e arabi del Maghreb. Il Liceo si è distinto per scene di violenza inaudite. “Bastonate ai professori, stupri nei bagni e nei corridoi, risse tra bande a colpi di coltello e di spranghe, e, se non ricordo male, persino rivoltellate. Non so se ci fossero stati morti, ma certamente parecchi feriti e la polizia, perquisendo le aule, aveva trovato armi, droghe e alcol. Il documentario non voleva suscitare allarme, al contrario tranquillizzare, mostrando che il peggio era ormai passato e che, con la buona volontà di autorità, insegnanti, genitori e alunni, le acque si stavano calmando. Con evidente soddisfazione, per esempio, il preside faceva notare che, grazie al metal detector appena installato e sotto il quale gli studenti dovevano passare per entrare a scuola, si potevano confiscare i pugni di ferro, i coltelli e le altre armi da punta e da taglio.

E, così, i fatti di sangue avevano avuto una drastica riduzione. Si erano approvate disposizioni per fare in modo che sia i professori sia le allieve non si muovessero mai da soli, anche per andare in bagno, ma sempre almeno in due. Al fine di evitare, in questo modo, aggressioni e imboscate”.

Ma quello che ha impressionato di più il giornalista di El Pais è l’intervista a una professoressa che con naturalezza affermava: «Adesso va tutto bene, ma occorre sapersi giostrare». Spiegava che, per scongiurare le aggressioni e le botte di prima, lei e altri insegnanti s’erano accordati di ritrovarsi, a un’ora stabilita, all’uscita più vicina della metropolitana e di camminare in gruppo sino alla scuola. Così riducevano i rischi d’essere aggrediti dai «voyous».

Questi docenti praticamente erano rassegnati, ogni giorno andavano al lavoro come se andassero all’inferno, avevano imparato a sopravvivere e non sembravano neppure immaginare che il mestiere d’insegnare potesse essere qualcosa di diverso da questa loro quotidiana via crucis. Secondo Llosa questo documentario della tv francese potrebbe essere stato girato in qualsiasi posto non solo della Francia ma dell’Europa intera.

L’episodio del liceo francese ci richiama alla contestazione del 68 che intendeva cancellare ogni forma di autorità e di sottomissione. Gli insegnanti di allora sostenevano che l’autorità castrava gli istinti libertari dei giovani e così invece di aver portato alla liberazione creativa dello spirito giovanile, le scuole così liberate si sono trasformate in istituzioni in preda al caos, nel migliore dei casi, e, nel peggiore, in piccole satrapie di bulli e di precoci delinquenti.

Non poteva che finire così quando il maestro, spogliato di credibilità e di autorità, trasformato spesso in strumento del potere repressivo, vale a dire del nemico al quale per raggiungere la libertà e la dignità d’uomini bisognava resistere, arrivando, persino, ad abbatterlo, ha perduto la fiducia e il rispetto senza i quali gli era praticamente impossibile adempiere alla sua funzione di educatore, di trasmettitore di valori e di conoscenze. Di più: li ha persi non solo agli occhi dei propri alunni, ma anche a quelli degli stessi genitori e dei filosofi rivoluzionari che, come l’autore di Sorvegliare e punire, identificavano nel maestro uno dei sinistri strumenti di cui – proprio come gli agenti di custodia delle carceri e gli psichiatri dei manicomi – l’establishment si serve per mettere le briglie allo spirito critico e alla sana ribellione di bambini e adolescenti.

Il paradosso secondo Llosa è che molti maestri, in perfetta buona fede, credettero a questa degradante demonizzazione di se stessi e contribuirono, gettando benzina sul fuoco, ad aggravare la rottura facendo proprie alcune delle più avventate affermazioni dell’ideologia del Maggio ’68 nel settore dell’insegnamento come, per esempio, considerare anormale rimproverare i cattivi studenti, far loro ripetere l’anno e, persino, dare voti e stilare graduatorie tra gli allievi in base al rendimento scolastico perché, attraverso tali «distinguo», si diffonderebbero l’infausto concetto di gerarchia, l’egoismo, l’individualismo, la negazione dell’idea che tutti siamo uguali, e il razzismo.

Alla fine quei docenti insieme ai filosofi libertari come Michel Foucault e i suoi incoscienti discepoli hanno, in realtà, lavorato molto alacremente perché, grazie alla grande rivoluzione da loro propiziata nel campo dell’istruzione, i poveri continuassero a essere poveri, i ricchi, ricchi, e gli atavici detentori del potere seguitassero a tenere la frusta nelle loro mani.