di Carlo Cardia da Avvenire

Incertezze francesi, esempio italiano

La laicità corre il rischio di diventare materia di contesa elettorale in Francia, e ciò preoccupa gli esponenti delle maggiori confessioni religiose riuniti nella “Conferenza dei responsabili del culto”. I fatti sono relativamente semplici perché l’unione neogollista ha organizzato in questi giorni un meeting sul tema «Laicità, spazio delle religioni», quasi a voler insidiare il successo dell’estrema destra di Le Pen dovuto, si dice, a un irrigidimento antimusulmano e a un ritorno all’interpretazione rigorosa della laicité inaugurata in Francia dalla Loi de séparation del 1905. Di qui, interventi polemici di chi non vuole inseguire il Fronte sul suo stesso terreno, e il documento di cattolici, protestanti, ortodossi, ebrei e musulmani i quali temono un regresso rispetto all’evoluzione che la laicité ha avuto nel corso dei decenni: la laicità, sostengono, è un pilastro del patto repubblicano, un carattere basilare della nostra democrazia, un fondamento del voler vivere insieme, occorre evitare che sia invischiato nelle polemiche elettorali.

Una delle singolarità della situazione francese è che ad aprire una nuova stagione dei rapporti con la religione è stato sin dal 2004 Nikolas Sarkozy quando, ministro dell’Interno, si pone il problema di superare la concezione negativa della laicità, con aperture che giudicate audaci ma che permettono di aprire un dialogo con i culti, compreso quello musulmano. Nel libro “La Repubblica, le religioni, la speranza”, del 2005 l’attuale presidente propone di superare il muro di incomunicabilità creato nel 1905, mentre nel discorso pronunciato il 20 dicembre 2007 a Roma, nella Basilica di San Giovanni in Laterano, rivendica insieme le radici cristiane della Francia e la necessità di una nuova concezione della laicità. Sarkozy ricorda quanto nel corso della storia sia stato «profondo il sentimento religioso perché la fede cristiana è penetrata nell’intimo della società francese, nella sua cultura, nel suo modo di vivere, nella sua architettura, nella sua letteratura». E aggiunge che «la laicità non può essere negazione del passato. Non ha il potere di tagliare alla Francia le sue radici cristiane. Ha cercato di farlo. Non avrebbe dovuto. Strappare le sue radici vuol dire perdere il significato, indebolire il cemento dell’identità nazionale e inaridire i rapporti sociali che tanto hanno bisogno di simboli di memoria. Per questo dobbiamo tenere insieme i due capi della corda: accettare le radici cristiane della Francia, e anche valorizzarle, contenendo a difendere la laicità giunta a maturità».

Questo spostamento decisivo a favore di una laicità positiva porta innovazioni. Ristabilisce un clima di dialogo con le religioni, permette alle comunità musulmane di darsi strutture di rappresentanza, favorisce la collaborazione tra Stato e Chiese tanto che, in alcuni momenti, l’esperienza francese sembra avvicinarsi un po’ a quella italiana, che rappresenta in Europa la punta di diamante della laicità positiva. Oggi la Francia teme che il nuovo corso sia messo a rischio da interessi elettorali contingenti, così come questi hanno determinato serie oscillazioni nella politica del presidente nell’altro tema cruciale della politica internazionale provocando l’intervento armato in Libia, che suscita crescenti perplessità e dissensi per le sue origini e i suoi sviluppi. Ma la preoccupazione non è solo della Francia, perché la questione della laicità è diventata una grande questione europea ed è spesso condizionata da pressioni ideologiche, può essere messa a rischio dal risorgere di tentazioni nazionalistiche che fanno scorrere la storia all’indietro.

Oggi possiamo valutare in tutto il suo significato la strada scelta dall’Italia con la Costituzione democratica che ha saputo coniugare la piena libertà per tutte le fedi con il riconoscimento del valore storico e sociale della religione cattolica e del cristianesimo. Si tratta di una scelta strategica che può servire da orientamento per l’Europa, come si è visto nella recente sentenza della Corte di Strasburgo sul Crocifisso che ha riconosciuto il valore delle tradizioni cristiane come tradizioni che superano gli interessi di parte, le divisioni ideologiche, tendono ad unire le popolazioni attorno a valori comuni su cui le nostre società possono costruire il proprio futuro.