Giobbe e il senso della sofferenza
di Philippe Nemo
Tratto da L’Osservatore Romano del 27 maggio 2010

Per il suo duplice aspetto fisico e psichico, la malattia di Giobbe è esemplare. Non consiste solo in una certa sofferenza, in un certo dolore che concerne esclusivamente una parte del corpo e dell’essere e che potrebbe essere alleviato appoggiandosi sulle parti che rimangono sane. Essa è un male totale. Fa perdere al soggetto i punti di riferimento psicologici e ontologici che gli permetterebbero di avere gli atteggiamenti classici di fronte al male, considerati comportamenti equilibrati in diverse civiltà: sopportarlo stoicamente, lottare contro di esso, o anche vivere la propria vita come un lutto, “gettare la spugna” e affrontare serenamente la morte. Mentre Giobbe aspira ardentemente a quest’ultima (“Ah! Vorrei essere strangolato! La morte piuttosto che i miei dolori”, 7, 15), questa via d’uscita gli è preclusa. Poiché per darsi la morte, occorre avere l’equilibrio mentale minimo che permette di prendere una decisione e di realizzarla; bisogna, in questo senso, non essere malato! Quel che Giobbe prova, quindi, non è la morte, ma, al contrario, l’impossibilità di morire, l'”inferno”, un’eternità di vita nella sofferenza. La malattia di Giobbe assume d’un tratto un significato iperbolico, confrontando Giobbe con un male non integrabile con il pensiero, né con alcuna delle mitologie o ideologie presenti nel suo contesto.

Un’ultima molla, tuttavia, non è spezzata. Giobbe non può, né vuole tacere, vuole parlare. “Non posso tacere. Parlerò nell’angoscia del mio spirito, mi lamenterò nell’amarezza della mia anima”. Ma a chi parlare, dal momento che non può parlare agli amici che sono stati assenti come l’acqua in una fonte asciutta (cfr. 6, 15), né alla società che non lo comprende e che, ormai, addirittura lo accusa e lo perseguita (cfr. 17, 2-6), né al “Dio” Giustiziere, che si mostra indifferente all’evidente ingiustizia di cui è vittima (cfr. 9, 2-4)? È degno di nota il fatto che Giobbe d’un tratto si erga al di sopra della propria condizione. Rinunciando a porre la domanda egoista: “Perché accade questo a me? Perché ora?”, pone la domanda generale del senso della vita per tutta l’umanità e per ogni epoca: “Perché questa folle avventura dell’esistenza? Perché siamo nati? Perché un Dio ci ha creati?”.

Si sviluppa allora una meditazione o una preghiera che si rivelerà straordinariamente feconda. Giobbe sente che, proprio perché il male che egli subisce non è la risposta meccanica a una colpa che ha commesso, ha un’altra origine. Esso viene da un essere che è libero in relazione alla Legge e situato al di là di questa. Dal male Giobbe è interpellato. Attraverso la prova, “Qualcuno” lo cerca. E Giobbe finisce per comprendere che questo “Qualcuno” è Dio, ma un Dio molto diverso dal Dio Giustiziere di cui gli parlano gli amici, il quale è in realtà una semplice metonimia del mondo, un idolo pagano come gli altri. Egli comprende che questo Dio è una Persona, cioè Qualcuno di eccessivo, di imprevedibile, di terrificante, ma che anche attraverso ciò possiede una dimensione “umana”, cioè può anche amare e quindi salvare.

Giobbe comprende anche di non essere, da parte sua, semplicemente un essere di natura, ingranaggio anonimo di un mondo assurdo, ma un’anima moralmente responsabile, chiamata alla vita eterna. In definitiva, egli interpreta quindi la prova che subisce come una Parola destinata a suscitare in lui una conversione morale ed escatologica radicale. Comprende che c’è un limite fondamentale nella morale tradizionale della ricompensa e che occorre superare questa “giustizia” falsa e chiusa a beneficio di una giustizia nuova. Non siamo liberi dal male quando non abbiamo commesso il male. Dobbiamo prendere su di noi la sofferenza altrui, quand’anche fossimo “innocenti”. In definitiva, Giobbe pensa che Dio abbia voluto associare gli uomini alla sua lotta incondizionata contro il male. Egli vede attraverso un velo il Dio cristiano. Anticipa il fatto che Dio chieda a ciascuno di noi di portare un frammento della Croce.